QUANTO BASTA

scritto da monidol
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Testo: QUANTO BASTA
di monidol




Meglio soli che male accompagnati, così mi è stato insegnato. Le persone con cui dividere la propria vita bisogna sceglierle accuratamente, come gli ingredienti di una ricetta, evitando gli elementi scadenti o avariati se non vogliamo che il risultato sia compromesso.

Quando mio padre morì io e mia madre fummo costretti a vendere la nostra bella casa in città e a trasferirci in un appartamentino in affitto in un quartiere di periferia. Lei insistette perché continuassi a frequentare l'istituto privato a cui ero iscritto; diceva che quello bastava per fare di noi delle persone rispettabili e privilegiate.
Ogni mattina uscivamo di casa elegantissimi: la mia divisa era sempre impeccabile e lei, ben truccata e senza un capello fuori posto, mi accompagnava a scuola con la vecchia Pagoda di papà che lucidavamo ogni domenica mattina.

I soldi però bastavano a malapena per la retta e per l'affitto quindi io smisi di frequentare ogni attività ludica extra scolastica, come il corso di equitazione e le gare di atletica e lei dovette rinunciare alle sue riunioni di beneficenza e alle serate del bridge.
Di colpo la nostra vita sociale si ridusse a zero e poiché non voleva che io mi mischiassi con la “gentaglia” del quartiere non mi era permesso uscire a giocare in cortile con i bambini della mia età.

Durante il resto della giornata e negli week end ce ne stavamo in casa soli, io e lei.
Dopo i compiti la raggiungevo in cucina e come al solito la trovavo ai fornelli in ciabatte e grembiule, sudata e con i capelli afflosciati dai vapori delle pentole indaffarata a piegare al suo volere i poveri ingredienti che il nostro budget ci permetteva di acquistare.

Mi piaceva guardarla quando mondava la verdura o eliminava gli scarti dalla carne o dal pesce: precisa, come un chirurgo, separava l'utile dall'inutile poi, finita la pulizia tagliuzzava gli ingredienti con i coltelli affilati, un recidere ritmico, netto, sicuro, con il gusto del fendere fino in fondo.
Ero rapito da quei gesti che riducevano tutto in piccoli pezzi, come tanti soldatini tutti uguali da sbattere sul fuoco fra la bagarde di condimenti, aromi e spezie.
A questo punto mamma si allungava fino all'ultimo ripiano della credenza e pizzicava da un barattolo di ceramica una polvere color argento, mi schiacciava l'occhio e mentre la lasciava cadere nella pentola con movimenti circolari da fattucchiera mi sorrideva.

Poi la magia, le cose cambiavano forma, consistenza, cedevano il proprio sapore le une alle altre fino a fondersi in una cosa sola, diversa, nuova e meravigliosa capace di nutrire, dare piacere, emozionare. Fu in quei lunghissimi pomeriggi che cominciai ad appassionarmi all'arte culinaria.

La cucina di questa nave da crociera è la più bella ed efficiente che abbia mai visto, lo chef ha capito che me la cavo e spesso mi affida la preparazione di qualche secondo in autonomia anche se non ho il diploma.

In realtà frequentai la scuola alberghiera ma non la finii, fui bocciato al terzo anno, i professori non apprezzavano i miei tentativi di sperimentare, la mia ricerca, il mio uscire dalle regole dei sapori precostituiti.

Gli ospiti a bordo sono molto esigenti, da questo tipo di vacanza si aspettano solo di godersi il lusso che hanno pagato. Tutto deve essere perfetto: pulizia, alloggio, cibo, relax, divertimento, e ogni cosa servita su un piatto d'argento senza fare la più piccola fatica.

Simona mi aveva detto di aver deciso di regalarsi una crociera, un viaggio solo per lei, per ritrovare un po' di tranquillità dopo i mesi difficili della nostra separazione. Una separazione voluta solo da lei in effetti, diceva che era stanca della mia gelosia, del mio programmare la sua vita, diceva che la soffocavo, che le tarpavo le ali. In realtà io desideravo soltanto la nostra felicità e il solo modo era di preservarla da qualsiasi cosa potesse interferire fra di noi.

Da quando ci eravamo lasciati nulla era valso a farle cambiare idea: ogni mattina la chiamavo per darle il buongiorno, la invitavo a pranzo e ogni sera l'aspettavo fuori dall'ufficio con un mazzo di fiori. Nonostante lei rifiutasse qualsiasi mia gentilezza la seguivo fino a casa preoccupato che potesse succederle qualcosa di male.

Minacciò perfino di andare dalla polizia e prima di partire mi disse che avrebbe fatto bene anche a me saperla lontana. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, aveva detto, che banalità.

La gente è convinta che esista la ricetta perfetta e che con i soldi la si possa comprare ma non è così. Serve assaggiare, sputare, gustare, ingozzarsi e vomitare nel tentativo di trovare l'ingrediente perfetto.

E io ero sicuro di averlo trovato: Simona. “Questa è la volta buona” ho pensato. Con lei tutto era gusto, piacere, armonia, insieme eravamo completi. Lei era tutto ciò che bastava, era quanto bastava per farmi felice. Lei era la mia misura, quantitativamente e qualitativamente.

Siamo attraccati a Istambul, stasera ci sarà la serata di gala e gli ospiti ceneranno ammirando la sagoma di uno dei più improbabili e meravigliosi connubi architettonici, i minareti illuminati della Moschea Blu accanto alla basilica di Santa Sophia,

I passeggeri hanno a disposizione tutto il pomeriggio per visitare la città e in questo momento sono tutti sparpagliati a visitare monumenti o mercati. La conosco Istanbul, resteranno ipnotizzati e rapiti fino a sera dalla ratatouille di soffitti antichi, falsi Armani, spezie magiche e mutande cinesi. Sulla nave non è rimasto nessuno tranne il personale.

La cucina è in fermento da stamattina per la preparazione della cena più importante della crociera, cucinerò uno dei piatti migliori. Stamattina ho preso i pezzi di carne che avevo già preparato della giusta forma e misura, li ho pepati, salati e fatti rosolare poi li ho spennellati di senape e, avvolti nella pellicola, li ho messi a riposare. Ora non mi resta che preparare la crema di funghi e la pasta sfoglia.

Quando stanotte mi ha trovato ad aspettarla rannicchiato davanti alla porta della sua cabina è rimasta di ghiaccio, dopo soli quattro giorni senza vedermi pensava già di essersi liberata di me.

Il personale di servizio su una nave come questa non basta mai, soprattutto in cucina; non ebbi nessuna difficoltà a farmi assumere due giorni prima della partenza.

Appena mi vide stava per mettersi ad urlare, voleva perfino denunciarmi al capitano ma poi l'ho convinta che l'ho fatto perché l'amavo e non riuscivo a stare senza di lei e allora si è calmata e mi ha fatto entrare.

Adesso stendo il prosciutto crudo su una pellicola, ci metto la crema di funghi, il filetto, lo avvolgo e lo metto quindici minuti nel frigorifero.

Abbiamo parlato, ho cercato di spiegarle di nuovo che lei doveva stare con me perché insieme eravamo speciali, che saremmo stati ancora bene. Lei annuiva ma non diceva niente ma nemmeno veniva ad abbracciarmi. Solo ad un certo punto mi interruppe per dirmi “Sono stanca, puoi dormire sulla moquette per terra se vuoi, domani devi scendere da questa nave”. Non lo disse alterata, era come se mi compatisse e in quel momento capii che niente sarebbe mai tornato come prima.

Tolgo il filetto dal frigorifero e lo avvolgo nella pasta sfoglia, lo spennello delicatamente con il tuorlo d'uovo e infine decoro il tutto incidendolo delicatamente con la punta del coltello. Spruzzo una manciata di sale e lo inforno a duecento gradi.

Ho messo il timer su trentacinque minuti perché non deve cuocere troppo, l'interno del filetto deve rimanere rosso, il sapore del sangue si deve ancora sentire. Il mio filetto alla Wellington è pronto ora posso prepararmi a lasciare la nave.

Si era già addormentata quando l'ho colpita. L'ho trascinata nella stiva priva di sensi e quando l'ho sgozzata ha emesso una strana nota. E' morta in fretta, nessun ristagno di sangue nei tessuti, la carne è rimasta uniforme e morbida. Disossarla è stato un lavoro lungo e faticoso ma sublime il piacere provato, come diceva mia madre, dove c'è gusto non c'è perdenza.

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