Entro nell’atrio, alzo la testa il sole sembra schiacciarmi contro il cotto rosso. Devo essere il più naturale possibile, mi guardo i capelli mi sembravano a posto cinque minuti fa, ma il vestito non sarà troppo sgargiante? Mio padre dice che sembro una passeggiatrice stanca, è solo cattiveria la sua. Salgo gli scalini. Saranno circa sette a ognuno sento una strano formicolio. La porta è chiusa ed io non ho chiavi … ma certo, non permetterebbe mai che andassi verso il peccato passando davanti al cuore di Gesù, e agli occhi della vergine Maria. Scendo le scale vado nel retro spero che nessuno mi veda perché non avrei proprio motivo di entrare da qua, nessuno che abbia buone intenzioni è trafelato ed ha le mani sudate, ho la convinzione che gli occhi tra poco mi usciranno dalle orbite. Mi districo dal verde che mi avvolge e vedo un profilo dalla finestra, si gira, cerco di nascondermi tra le foglie, forse non mi ha visto. Ma perché ho paura? Ma forse non è paura, ma vergogna. Infilo la mano in tasca a cercare il rosario, voglio fare una preghiera alla Vergine … Ripenso alla prima volta che lo vidi dietro all’altare, aveva un’aura speciale, la tunica bianca brillava aveva sentore di divino. Quegli occhi azzurri quelle ciglia nere, l’azzurro del sacro si mescolava al nero del peccato, e guardandolo abbassai gli occhi e arrossii, mi sentivo nuda davanti a lui. La porta è semichiusa, entro, la stanza è al buio. Non riesco a vedere niente sono ancora accecata dal sole. L’uscio si chiude di botto, mi sento afferrare per la vita, sento il suo alito caldo sul mio collo. È così eccitante … sento un rigonfio in basso nella zona dell’inguine. Ho paura ma lo desidero con tutte le mie forze. La gonna si alza, le mutandine si abbassano in un istante è caldo e brucia da morire. Non voglio così, vorrei guardarlo negli occhi, vorrei dirgli che lo amo, ma non me lo permette. Mi preme il viso contro il ripiano duro della scrivania e non mi lascia scampo. Sento muoverlo a stento, c’è solo dolore, nel cuore. Il tutto dura dieci minuti scarsi, interminabili mi fisso a guardare un quadro raffigurante la Madonna e le rivolgo una preghiera in aiuto. Alla fine mi lascia da sola, esce da me e si abbottona i pantaloni, si abbassa la tunica, io resto rigirata sulla scrivania ancora nuda, lui neanche mi tocca, mi alzo spossata,sento un vuoto immenso nel cuore, si allontana apre la porta e va verso l’altare, si inginocchia e prega. Rimango a guardarlo per una buona mezz’ora lui neanche mi rivolge la parola. In lacrime mi avvicino in ginocchio accanto a lui. Scuoto piano una manica della sua tunica, si gira furioso verso di me, non m i tocca mi guarda negli occhi e mi chiede come mai sono ancora là, perché non me ne sono andata, cosa voglio ancora da lui. Io gli chiedo cosa ha sentito, come è stato, gli dico che lo amo. Mi guarda e ride, i suoi occhi sono vitrei, non avevo notato che il suo sorriso fosse così squallido. Mi dice che ama una sola persona, lo budella sembrano aggrovigliarsi, mi sento tradita, chi è l’altra donna? No, non c’è nessuna lei, sbaglio come sempre, dice che a lui non piacciono le donne. Lo guardo attonita ,gli chiedo spiegazioni … cosa significa? Cosa ho fatto? Mi guarda e come se fosse la cosa più ovvia del mondo … dice che tutti i preti sono in modo forzato omosessuali, sono tenuti ad amare solo l’Altissimo. Mi porto le mani alla bocca, è totalmente pazzo, mi tremano le gambe, riesco a malapena ad alzarmi, lui cerca di afferrarmi per i polsi, di spiegarmi la sua malata teoria. Scappo, attraverso per lungo la navata le statue eteree dei santi sembrano sogghignare, prendersi gioco di me, esco dalla porta principale, il sole mi abbaglia, corro, le persone mi guardano sconvolte, non mi sono accorta del mio stato: la piega, il vestito, è tutto completamente fuori posto, ma non mi importa .Corro, scappo e non mi accorgo che perdo sangue, e scappo via … Sarebbe stato di gran lunga migliore sfiorire, seccare e morire pian piano che bruciare in una sola grande vampa.
Il fiore testo di Ursula Black