Uno
Oggi è un giorno UNO.
Cosa avrebbe da dire la numerologia su questo?
È un giorno di numeri pari: 2, 2, 2 e 4; a sette cifre: una per il giorno, una per il mese e quattro per l’anno. Il sette inverte il sistema che da pari diventa dispari.
La somma è pari: 2 più 2 più 6 fanno 10, cioè ancora uno.
La scienza della divinazione basata sui numeri: una superstizione basata sulla osservazione millenaria. Vorrei proprio sapere cosa ne trarrebbe.
Uno è l’attimo, l’istante, la molecola di tempo che la vita mi mette davanti.
È la prima cifra dell’intero e ben mi rappresenta: simbolo della unicità della persona, che è una tra tante. La mia persona, io.
“Venerdì 27, che ne dici? Se no andiamo a marzo. Cara, basta che stai bene. Allora mercoledì 3 alle 17 e trenta, basta che stai bene”.
Così termina la breve conversazione telefonica iniziata con un “Ciao bella” così mellifluo…
È la signorina dell’help desk del nuovo megastudiogalattico polispecialistico della piccola cittadina ai confini con Roma. Grandioso. Bella struttura, il frutto di investimenti di re-styling assai consistenti era lì, davanti ai miei occhi. Un celeste polvere era il colore dominante, una grande sala d’aspetto terminava davanti all’ingresso con il bancone delle prenotazioni e, ai lati, i due ingressi ai corridoi laterali che penetravano all’interno del locale senza finestre nel quale si trovavano i box dei singoli medici. Era da perdersi, se non fosse stato per la simmetria degli spazi e un numerino di riferimento alla destra di ogni porta. Alle pareti i poster delle opere più belle di Klimt e Kandinsky, accuratamente incorniciate come preziose opere d’arte. Sulla parete di destra un grande Klimt verticale ed il nome dell’ambulatorio: “Panacea”. Bastoncini di incenso in fumo ed emanatori di essenze erano allocati nei punti critici.
Avevo un appuntamento alle 12 e 15: solvente, arrivata in anticipo, la signorina mi accoglie.
“Sìi, buon-gior-no”.
“Ho un appuntamento con il diabetologo”
“Come si chiama?”
“Sono la signora Ricci – sussurro il cognome per non fare sentire agli altri il mio nome…ma insomma, tante leggi sulla privacy e poi mi chiede, sorridente ed ignara, qual è il suo nome…in un paese…
“Oh cara signora, che piacere, sono Lodovica – e, da seduta, mi tende la mano, quasi volesse tirarmi giù, dalla sua parte, verso il suo posto di lavoro, scaraventandomi giù dal ripiano al quale ero appoggiata da in piedi, a ben quaranta centimetri al di sopra del suo livello.
Una mano piccola, con piccole unghie tinte di un drammatico rosa. Dietro quella accoglienza così ingentilita appariva, chiara, la mediocrità della brava ragazza che si avvicina alla gente con fare indiscreto, efficiente, …quanti “per favore” troppo abbondantemente profusi, e ti chiama insopportabilmente per nome.
Le altre clienti le avevano appena pagato l’onorario per la visita fatta: mentre la signora usciva dalla stanza, lo specialista alzava la cornetta del telefono interno e comunicava alla signorina il quanto, pronta a sussurrarlo con un sorriso appena la signora ormai arrivata al banco le chiedeva il fatidico, quanto devo. Ed in quel momento, la cliente risollevata dal colloquio con il suo medico, sembrava che stesse donando la sua elemosina per la costruzione della scuola in Ruanda o per i poveri della Parrocchia.
“Grazie signora, ben gentile lei.
Il profilo è piatto, mento e fronte sono perfettamente allineati. Sporge, ma non troppo naso, il naso su cui sono poggiati dei piccoli occhiali rettangolari rosso bordeaux.
Mentre ero lì, arriva un’altra cliente che le chiede: “Lodovica, anche la signora deve andare dal dottore?”
Volevo esplodere:”Cazzo sì che ci devo andare: è più di mezzora che aspetto…ed ho fatto passare avanti a me due persone che avevano fretta e poco da fare. Io pago, e voglio stare dal dottore finché ne ho bisogno, senza pressioni e fretta. Cazzo, pago e voglio le sue attenzioni”.
“Si, anche la signora deve andare, Marina”.
Mi siedo, trovo un posto un po’ in disparte ma dove mi vedano tutti bene…sto aspettando di entrare. Arrivano due ciccione, forse madre e figlia. Segue tutta la routine e si accomodano, proprio accanto a me. Ed iniziano a ciarlare.
- Che cosa? Quanto chiacchieri. Ma bevete un po’, per favore. Certo che se mi faceste il piacere di non turbare il mio orecchio sinistro…e sputate, usate un po’ quel vostro cervello incancrenito.
Mi rimetto ad osservare Ludovica: il viso è tondo, i capelli sono neri, lunghi e ricci, ben pettinati e raccolti sulla nuca con un fermaglio, il resto è sciolto sulle spalle. Viso tondo, labbra rosse. L’attaccatura dei capelli è alta come quella di una madonna. Ma prova l’orgasmo quando scopa? Grida o lo sussurra?
Sono due ore che aspetto, alla fine, pizza al forno preparata da mio figlio ormai bruciata, lui mi riceve. Gli occhi azzurri spiccano in un volto appena roseo, tra il grigio chiaro dei baffi e dei capelli ben curati. Il camice bianco si apre su uno splendido Tasmania. Profumo di incenso.
Poche storie. Devi aspettare (I. UNO) testo di otis