Ecco l’usignolo che cinguetta. È fuori. Fuori dalle finestre chiuse di questo angusto ufficio al piano rialzato.
Questa mattina, mentre l’impiegata arrivava al lavoro dopo la pausa delle feste natalizie ed una improvvisa bronchite, sentiva i morsi della fame, stretta com’era tra la moltitudine di gente che, come lei, si recava al lavoro con il mezzo pubblico. Mentre guardava in alto per scorgere, tra i palazzi di via Nazionale, uno spicchio di cielo generoso, sentiva fame. Una prorompente fame di … musica.
Ed un giovane appena salito sul bus, che si faceva largo tra la gente per trovare il posto per sé ed il suo violino, la aveva alimentata ancora di più, quella fame.
All’improvviso, l’impiegata desiderò ascoltare quel violino. O il suono di un pianoforte. O quello di un violoncello col suo caldo vibrare. Poche note, solo poche note l’avrebbero risollevata e le avrebbero mostrato il cielo azzurro e calmo anche là dove non c’era. Avrebbe dilatato le pareti di quel veicolo e le avrebbero fatto ritrovare il suo posto.
Ma il violino non poteva suonare. Ed il suo lettore CD nemmeno l’avrebbe acquietata: il frastuono del bus e quello della città avrebbero coperto ogni nota musicale.
Serviva solo un suono. Là. In quel momento. In quel luogo.
Me che strano, struggersi per la musica.
Ed ora, a metà della giornata, dimentica di quella necessità, d’improvviso, il dolce canto di un piccolo uccello.
L’ufficio era cupo, con quei neon che ti costringono a tenere gli occhi aperti e che con il loro vibrare alle volte ti impediscono ti impediscono di guardare le pagine dei testi da elaborare. Intorno: computer, solo maledetti computer con il loro ronzio sordo e quei monitor azzurrini che nemmeno da lontano ricordano il cielo che lei aveva cercato quella mattina. I muri beige sporchi, carte attaccate un po’ ovunque, carte impilate, carte strappate nei cestini, sedie ingombre di carte ed effetti personali, pupazzi di peluche in buste di polietilene impiccate alla parete, un trolls di coccio sulla scrivania insieme ad un gobbo di porcellana. Carta stracciata della tappezzeria, grovigli di cavi elettrici, spine, prese, interruttori e pulsanti: intorno a sé e al suo ombroso collega, solo plastica, rame e correnti elettriche. Correnti vaganti: quasi un recinto di filo spinato sotto tensione. Le persiane chiuse, per dare al tempo la durata dell’infinito e alla giornata l’illusione di non trascorrere o, piuttosto, di essere sempre la stessa. Fumo di sigarette: entrambi fumatori sembravano, laggiù, liberi almeno di tirare una sigaretta e, forse, pure di pensare.
A pochi passi il bagno. Per uomini: la signorina doveva salire al terzo piano, laddove il suo capo non la convocava mai. E al terzo piano cercava di non salire: la pipì la faceva nel bagno degli uomini pensando che, in fondo, non era così diverso da quello dei bar dove, sovente, si fermava per un conforto. O quelli delle stazioni, che da pendolare, frequentava ogni giorno.
Ed il cinguettio del fringuello, lei lo ascoltò come un canto e per un momento fu proiettata tra gli alberi ed il cielo a svolazzare col piccolo animale.
Per un momento, si ruppe la fitta rete di immobilità, frastuono e caos che la teneva prigioniera, e sorrise, dolcemente. Ed anche la sua anima fu fiera di quell’istante.
L’attimo dopo tutto tacque. Il cinguettio aveva raggiunto la femmina che il fringuello voleva conquistare. Ma l’anima dell’impiegata fu sazia di quel nettare.
Poche storie. Devi aspettare (II. Fame di musica) testo di otis