Tetrepack, tetrabrick, tetraflic e floc.
Il rigido contenitore di cartone riciclabile, docilmente rivestito di polietilene, intrappola con rigore una mammella appena munta.
Il bianco alimento non sarebbe servito per nutrire un giovane vitello, ma per dare a noi poveri umani l’illusione di essere ancora bambini.
Una madre, una qualunque madre del grande regno degli animali, nutre i suoi piccoli per farli crescere, dar loro forza e l’ispirazione nonché le istruzioni per procurarsi da soli il cibo necessario al sostentamento quotidiano.
Solo gli uomini cercano la continuità dell’allattamento, dolce nettare consolatorio.
Essi hanno la possibilità, da adulti, di procurarsi giovinezza perenne e di porre ad un tempo infinitamente lontano dal momento presente, la morte.
Illusione, mera illusione che l’uomo stesso conosce. Nonostante tutto l’intestino non sembra apprezzare totalmente questa illusione: intolleranza alimentare, incapacità di digerire il latte, assenza o scarsa presenza di quella flora batterica altrimenti presente nell’età infantile.
L’uomo persevera nell’attaccamento al seno materno. L’uomo e la donna, ovviamente.
Questa mattina l’ho trovato anch’io sul mio tavolo e, sovente, lo trovo nei bar ove mi appresto a rinfrancarmi durante le lunghe giornate trascorse fuori casa.
Ed il tetrapak era lì, turris eburnea, ad attendere di essere aperto e di essere rovesciato nella tazza della colazione. Profumo di ieri, anche stamani. Si certo, al “tetra” a facce parallele preferivo il tetrangolo della piramide a base triangolare dell’infanzia, più vicina alla forma della tetta materna.
Ancora più vicine alla memoria infantile, erano le buste di polietilene, così morbide e malleabili: tenute in mano erano sfuggenti. Sfuggenti come il seno di mia madre quando ella, stanca di sentirsi prosciugata, lo ritraeva dalla mia bocca dicendo ora basta, la tua dose te l’ho data.
La busta poteva essere aperta solo una volta catturata dal rigido portabuste dato gratuitamente dai produttori della Lattesano.
Bei tempi erano quelli, così ancora tanto vicini al grembo materno.
Quello che non sopporto, oggi, è la consapevolezza dell’illusione.
Sarebbe meglio mangiare solo i formaggi. Più sodi e vecchi del buon latte vaccino, ovino o caprino. Più adatti alla stagione della mia vita.
Ai vecchi sdentati che tornano bambini per altri versi, forse, il latte può aiutarli a chiudere con serenità il ciclo dell’esistenza.
Il formaggio è dapprima molle, poi viene salato ed il sale ne consente la stagionatura. Perde acqua, il lattosio si trasforma e la caseina trionfa nella sua durezza. Talvolta anche la muffa fa bene e che sapori tira fuori da quella pasta giallognola.
Il formaggio porta allora con sé quella maturità che è cielo azzurro sopra i pascoli erbosi, verde intenso delle erbe mangiate dalle madri, terra bruna, fieno mosso, pioggia e sale, profumo di viole; rocce svettanti dei pascoli alpini, profondità ed alture, ruscelli tintinnanti, cascate roboanti, pastori e pastorelle, recinti e grandi stalle. E poi musica.
Cosa c’è di meglio e di più adulto di un pezzo di pane fresco, uno spicchio di cacio stagionato e un buon bicchiere di vino rosso rubino, corpulento, come il chianti del contadino toscano che ha ancora un posto così importante nella mia memoria giovanile?
Col pane ed il formaggio si diventa adulti.
E la muffa verdognola o azzurrina di molti formaggi italiani è ancora più vigorosa.
Dai muri, la muffa, la eliminiamo, insana, con grande fatica. Ma la lasciamo crescere sul cacio e sui grappoli d’uva.
La muffa ricorda la decomposizione del corpo dopo la morte, anzi la morte stessa che vive, avvinghiata alle tue caviglie: morte e vita, insieme.
Muffa e formaggio, morte e vita; sapore strepitoso, vita-mistero avvinghiata per tutta la sua durata alla morte-mistero.
Ecco l’età adulta. L’età della consapevolezza. È quella ancor più bella nella quale il gorgonzola è il sapore più desiderabile, più ghiotto che si cerca.
Il gorgonzola con la goccia.
Grande, quella lacrima che è vita. È ancora una goccia di latte che sopravvive a tutte quelle trasformazioni così cruente, violente…
Quasi l’anima, il bianco lattescente dell’anima innocente. Le trasformazioni la proteggono come stilla di rugiada, come perla preziosa, come gemma brillante.
L’anima del gorgonzola.
L’anima dell’uomo.
La busta del latte.
Poche storie. Devi aspettare (III) testo di otis