Ieri era buio, col sole.
E quando è buio dentro, Persefone non piange, non si dispera, non urla, non sfoga quelle tenebre con melliflue luci di speranze; lei si rintana in quella grotta, tasta le pareti, respira forte e sente distintamente il cuore che palpita, tanto velocemente da far sollevare il petto, con quel battito cupo che fa paura, nel silenzio.
Spesso era buio, ci era abituata e, in quei momenti, se non poteva scappare, causa lavoro-ménage famigliare-soldi-incombenze-responsabilità-altrui preoccupazioni-ignoto, quale che fosse la causa, Persefone si sdraiava supina a letto, chiudeva il mondo fuori, e si imbozzolava nel buio.
Il sonno non veniva mai davvero, era una catalessi vigile e, seppur s'infilasse dei tappi nelle orecchie, qualche suono giungeva perché il suo buio non interessava alla realtà; quindi, le portiere delle auto sbattevano, i corvi e i gabbiani stonavano i versi nel cielo, e i vicini, oltre inutili pareti di compensato, conducevano la loro vita come in un reality da due centesimi (com'era più bello dire: da due lire!).
Le lacrime restavano sempre dietro, come una potenza d'acqua che incontrasse i massicci muri della diga; Persefone le sentiva bruciare e le ricacciava indietro.
Nel nome impostole da nascitura, con la gambetta agguantata da uno dei camici bianchi, a piangere a testa in giù, c'era tutto il corso della sua vita.
La dea rapita da Ade, condannata a vivere equamente metà della sua vita negli Inferi e metà sulla Terra a far rifiorire la Natura: eccola, proprio lei, Persefone.
Tutti amavano la sua solarità, bramavano anche solo la sua presenza, così naturalmente effervescente; ma era scontato che dovesse tornare al buio, di tanto in tanto, aveva mangiato quel mezzo melograno e la sua condanna era stata battuta, come i colpetti sulla schiena appena nata, per farla piangere e assicurarsi che fosse viva e vegeta.
La madre, amante dei miti, aveva scelto il suo nome. Sì un bel nome, originale, degno di prese in giro o complimenti, e poi son cazzate la predestinazione e lo studio del nome! Tutti hanno momenti di sconforto e momenti di felicità, non era diversa la sua vita.
Eppure, aveva pianto sempre da neonata, e crescendo il padre le aveva insegnato a mostrarsi forte e, alla vista delle sue lacrime di capriccio o piccoli incidenti, le aveva impartito "Non piangere!", con tono sicuro e tenero al contempo, aggiungendo con un sorriso affabile: "Non vorrai far ridere i polli?!".
No, no: che la osservassero sempre con la schiena dritta e la fronte scoperta. Persefone era tosta.
Quelle calde bastarde gocce d'acqua salata dovevano refluire e andare a sanare le ferite dentro, perché Persefone era una tipa tosta, sì.
Spalanca gli occhi, ancora buio, di quello vero, esterno, hic et nunc: ore 3:30 dice il display del cellulare.
Forse Eros si sarebbe fatto trovare disponibile a rischiarare la situazione; avevano la loro personale usanza di lasciarsi messaggi tra due righe di puntini, se uno dei due non era libero, come note su una lavagnetta.
............................
Ti abbraccio
............................
Non avrebbe risposto subito, sicuramente dormiva.
Il messaggio gli avrebbe provocato un sorriso e il cipiglio, perché lui era anaffettivo, diceva.
Le 4. Pensando a Eros, gli angoli della bocca si erano tirati un po' su.
Persefone controlla le e-mail, per ingannare il tempo. Lo zampino della sorte ticchetta sulla sua mano: Elio le ha scritto. In una sorta di letterina digitale, ha scrosciato il suo sentire, così semplice, diretto, affine ai suoi pensieri, con un finale immeritato di ringraziamenti alla sua presenza... Persefone sorride forte e chiaro, e digita velocemente che il buio si sta facendo di nuovo luce.
5:30. Felpa e caffé, gabbiani già in volo, corvi più giocherelloni.
Intorno a quell'ora, Ermes si affaccia alla finestra e scende poi a camminare, non a correre, perché lui riflette tanto e gli è più facile farlo così, e gli piace farlo da solo.
Eh no, stavolta Persefone lo raggiunge in strada, con un sorriso che assorbe e riflette i primi calori del sole ed Ermes, impacciato, si infila le mani in tasca e s'incamminano affiancati.
Ieri era buio.
L'insonnia ha fatto luce.
Mitica Insomnia testo di Deaexmachina