Rivoluzioni industriali e classi operaie

scritto da Mattius59
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Testo: Rivoluzioni industriali e classi operaie
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Non si può parlare di età moderna senza parlare delle rivoluzioni industriali e dell’inequivocabile e indelebile marchio che hanno lasciato nella storia degli ultimi due secoli. La fine del Settecento e l’intero XIX secolo rappresentano il periodo dello sviluppo incontrollato delle industrie, forzato dalla mano egoista e lucrativa di borghesi senza scrupoli e senza ideali, se non quello del dio denaro. Una middle class opportunista e sagace, all’interno di paesi culturalmente e socialmente più avanzati come Francia e Inghilterra riuscì a cavalcare l’onda creata dall’entusiasmo della prima rivoluzione industriale, verso la fine Settecento per dare un impronta fortemente industriale alla società, caratterizzata da un terzo stato segnato dalla povertà e dalla lotta per sopravvivere, schiavo e vittima di uno stato e di una società che lo considera un automa da fabbrica, e da un aristocrazia che alla fine delle rivoluzioni del Settecento aveva ormai perso la sua influenza sulla società. Un anno spartiacque per questa prima ondata industriale fu il 1815, l’annus mirabilis della Restaurazione, di cui è emblema la siglatura del Congresso di Vienna. La restaurazione degli assetti pre-napoleonici in tutta l’Europa segnò una sensibile battuta d’arresto ad un processo che per la seconda metà del XVIII secolo non aveva avuto nessun freno o regola. Infatti, in Francia il ritorno al potere dell’antica aristocrazia, cullata dalle sue rendite territoriali e senza spirito d’affare, fu un contraccolpo per l’industria, che continuò a svilupparsi invece in Inghilterra, durante un età vittoriana segnata dallo sfarzo e dalla costruzione di nuove fabbriche e città, ma anche delle prime riforme sociali verso il proletariato. In Francia, nonostante ciò, la borghesia affarista e bancaria riuscì a mantenere il suo spirito per gli affari e ad ampliare il sistema industriale senza controllo fino allo scoppio delle prime rivendicazioni della classe operaia, che costrinsero i padroni delle fabbriche ad occuparsi non solo dei profitti ma anche delle condizioni di miseria e indigenza del proletariato. La classe operaia, sfruttata fino all’indicibile e costretta a sopravvivere a stento mentre i proprietari delle fabbriche riescono a fare profitti sul loro instancabile lavoro, prende coscienza della propria condizione e, divenuta una classe autonoma, decide di opporsi con ferma opposizione al governo dei rispettivi paesi con rivolte e rivendicazioni. Il 1848 fu l’annus mirabilis della presa di coscienza e delle prime lotte operaie. Per la prima volta nella storia accadde un evento che può sembrare contraddittorio: affianco ad un crisi dell’agricoltura, che causò devastanti carestie, si verificò una crisi di sovrapproduzione delle industrie, poiché i cittadini colpiti dalla fame pagavano a caro prezzo i beni di prima necessità, lasciando invenduti nelle industrie i beni superflui. In Francia, durante una manifestazione dell’opposizione in febbraio, i rivoltosi riuscirono a rovesciare l’impero orleanista, dando vita a un governo provvisorio guidato dai socialisti. Questo governo si occupò di una prima riforma sociale, attraverso nuove leggi sugli scioperi e sulle ore di lavoro e la costruzione degli Ateliers Nationaux, opifici nazionali di proprietà statale per dare lavoro ai disoccupati. Il ’48 francese, che conduce alla fondazione della Comune nel 1851, primo esempio di ordinamento dello stato in senso marxista, è infatti segnato dalla “rivoluzione comunista” teorizzata da Karl Marx e Friedrich Engels, con la pubblicazione del Manifesto del partito comunista. Questi due filosofi e studiosi, per primi, a differenza del socialismo utopistico teorizzano il socialismo in maniera scientifica e critica. Il rivolgersi alla classe operaia, il proletariato, la costituzione delle prime associazioni di stampo partitico e l’analisi critica dell’economia e del capitalismo, ripresa da Saint Simon, rappresentano le principali caratteristiche di un movimento che avrà grande fortuna nel Novecento, soprattutto nell’Est europeo. L’Inghilterra, intanto, nella sua folle corsa divenne la prima nazione del mondo, sovrana di un territorio sul quale non tramontava mai il sole e dotata di un tessuto industriale capillare e sviluppato. Durante il periodo vittoriano, furono anche deliberati numerosi acts, che ampliarono la base sociale ed elettorale, stabilirono la riduzione dell’orario lavorativo e la necessità di condizioni di lavoro dignitose e migliori.
Mentre l’Europa già viveva l’ondata della seconda rivoluzione industriale, l’Italia ancora legata alla mezzadria, all’agricoltura e ad un spinosa questione nazionale, non aveva conosciuto lo sviluppo industriale delle altre nazioni. In un Italia divisa tra democratici e liberali, indipendentisti e federalisti, la borghesia troppo disunita e poco intraprendente non riuscì a sviluppare l’economia, a causa anche dei dazi doganali che non favorivano il libero commercio delle merci e il libero sviluppo del sistema economico, a differenza della Germania in cui l’istituzione del mercato unico, lo Zollverein, e un’industrializzazione guidata dall’alto, dalla classe borghese-aristocratica degli Junker avevano portato alla costituzione di uno stato nazionale nuovo ma con una forte ossatura industriale. Per questo in Italia il ’48 non rappresenta l’anno delle rivolte in quanto il movimento sindacale e socialista non può fiorire in un luogo poco fertile a causa dell’assenza del proletariato, ma assume notevole importanza il movimento anarchico, guidato da Bakunin, che si riferisce alla masse contadine. L’Italia, a causa dell’assenza di un ceto capace di prendere in mano le sorti dell’economia, non riuscì a svilupparsi già prima dell’unità nazionale, come accaduto in Germania. L’unico stato che diede vita alle prime riforme fu il Piemonte, che sotto la spinta di Cavour ampliò la rete stradale e ferroviaria, snellì il pesante sistema burocratico e finanziario e si pose alla testa di una aristocrazia moderna e in cerca di guadagni in settori nuovi. Ma un primo impulso industriale in Italia si ebbe solamente dopo il 1861, quando la Destra storica al potere diede il via ad una politica liberista, che portò una rapido sviluppo del settore manifatturiero padano ma condannò il sud, le cui industrie non riuscivano a reggere il confronto con i colossi d’oltralpe, a rimanere una regione agricola ed arretrata. Questo, insieme alla renitenza alla leva, causò nelle regioni meridionali la nascita del fenomeno del brigantaggio, bloccato nel 1864 dall’intervento dell’esercito regolare italiano. La Destra successivamente perse il consenso a causa della vexata questio circa la concessione degli appalti ferroviari, che volevano essere nazionalizzati in contrapposizione alla spinta sempre crescente della borghesia industriale sostenuta invece dalla Sinistra. Il 1876 segnò la svolta dell’economia italiana, con la salita al potere della Sinistra storica. Quest’ultima diede vita ad una politica protezionista, con l’intento di cercare nuovi mercati e proteggere i prodotti interni, attraverso l’innalzamento dei dazi doganali. Questa oculata politica economica permise la promozione dell’industrializzazione, che portò alla nascita dell’acciaieria italiana, degli stabilimenti chimici e delle centrali elettriche. Un altro interesse della Sinistra fu l’ampliamento della base sociale e la stesura di una prima legislazione sociale, per ottenere il consenso degli operai. Grazie alla nascita delle prime associazioni dei lavoratori che condussero alla formazione del PSI nel 1892 a Genova, anche in Italia si sviluppò un vastissimo movimento di lotta programmata da sindacati, cooperative e circoli. Dal 1887, con la salita al potere di Crispi, ispirato al modello bismarckiano, venne avviata una politica fortemente autoritaria, attraverso la repressione ferma dei movimenti degli operai, di cui caso esemplare fu la lotta dei Fasci dei lavoratori repressa nel 1984, e la promulgazione di legge antianarchiche, per ristabilire l’ordine pubblico. Gli anni crispiani furono segnati anche dalla crisi delle banche, che provocarono l’intervento del governo per la costituzione di una banca mista nazionale, la Banca d’Italia. In questi anni a Milano il popolo insorse contro i rialzi del prezzo del pane e il generale Bava Beccaris fu costretto a sparare sulla folla per sedare gli animi. Così può ritenersi conclusa la prima stagione dell’industria italiana, che ebbe un enorme sviluppo negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale con il sistema giolittiano e in quelli del secondo dopoguerra, che consegnarono all’Italia un posto tra i grandi del mondo, perso nell’ultimo anno a causa di un settore secondario in continua recessione.
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