Scherzo di mano.

scritto da Michele 57
Scritto 7 giorni fa • Pubblicato 6 giorni fa • Revisionato 4 giorni fa
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Autore del testo Michele 57

Testo: Scherzo di mano.
di Michele 57

SCHERZO DI MANO.

Quand'ero bambino, se appena mi azzardavo a procedere al gesto di qualche innocuo scherzo fisico, immediatamente venivo rimesso all'ordine da un adulto, il quale, con solenne indignazione, così mi redarguiva severamente: «Scherzo di mano, scherzo da villano!». Il che, intendiamoci bene, valeva esclusivamente nei confronti della violenza arbitraria (anche quando simbolicamente mimata), ma non certo per quella inferta a “fini medicinali” o “correttivi”: nessuno, infatti, avrebbe mai avuto alcunché da eccepire, nei confronti di una “ripassata” delle Forze dell’Ordine a carico di un malvivente colto sul fatto a delinquere od in quella di una sonora sberla somministrata da un genitore o da una maestra, all’indirizzo di un bambino o d’uno scolaro maleducato, capriccioso od indolente.

Da allora, molta acqua è ormai passata sotto i ponti e, con essa, anche il modo d'intendere l'educazione; in prosieguo di tempo, a quest’ultimo proposito, ecco che, sull'onda lunga del '68, i mezzi mediatici e gli “intellettuali”, organici ad una certa ideologia, hanno progressivamente indotto le scuole e le famiglie a concludere che i “modi” imposti da quella che si considerava costituire la normale buona educazione sostanziassero una forma di violenza nei confronti del libero sviluppo della personalità del giovane; ovvero che la vecchia buona educazione in null'altro potesse risolversi, se non in un'innaturale coazione, fra l'altro del tutto sterile, siccome nemmeno più adeguata a quanto venissero a necessariamente comportare quelle nuove realtà sociali che, per via politica, si volevano consolidare.

Oggi, dunque, il genitore che schiaffeggi il figlio rischia la galera, mentre per converso, al di là delle formali dichiarazioni di rito, nei fatti, è venuto a costituire un costume abbastanza consueto quello di tollerare qualsiasi forma di maleducazione, anche quando il correlato irrispetto, come è ovvio che sia, vada a fatalmente sfociare in un'evidente forma di violenza, quanto meno morale.

L’effetto di tale rinnovellato “modo di sentire” lo si può denotare persino nelle persone “normali”, allorquando, ad esempio, nei locali pubblici, ci si imbatta in bambini piccoli – e anche piccolissimi – che, con grida e strilli, diano luogo a condotte riprovevolmente del tutto incivili. In questo non vengono certo impediti dai loro genitori, i quali, anzi, tentano (e, magari, persino sul serio), con pazienza degna di miglior causa, di far ragionare il piccolo selvaggio, intorno all’obiettiva irrazionalità delle pretese accampate a fondamento del suo capriccio; tutto ciò, sulla base del presupposto che i fanciulli «non si debbono spaventare», ma che, invece, «debbano capire».

Ed è così che questi “adulti” si rivolgono ai figlioletti, usando timbri logici che, assai probabilmente, si rivelerebbero dialetticamente adeguati ad un nano camuffato da bambino, ma che, certamente, non possono invece esserlo, in relazione ad un bambino vero. In questa distorsione mentale, caldeggiata dalla “nuova pedagogia”, l’adulto viene così a rifiutare l’obiettiva realtà dell'infanzia – fatta anche di una naturale necessità di ricevere un severo inquadramento della manifestazione di sé rispetto agli altri – per sostituirla con l’immagine di una strana sorta di “nano sapiente”. Ovvero si procede a considerare il fanciullo, alla stregua di un soggetto adulto, ma intrappolato in un corpo infantile, il quale, come tale, si rivelerebbe perfettamente in grado di seguire sillogismi la cui effettiva comprensione, al contrario, anche soltanto il semplice buon senso ravviserebbe come del tutto estranea ad un normale intelletto ancora nella propria fase evolutiva.

Dunque, in ragione di questo meccanismo mentale, all’atto pratico, si procede a considerare il piccolo selvaggio come se fosse un nano camuffato da bambino e non un pargolo che, per crescere, avrebbe invece il bisogno di incontrare spesso il muro di un perentorio “no”, per così poter apprendere un adeguato “senso del proprio limite”. Del resto, se il bambino fosse davvero effettivamente in grado di recepire il senso di tali discorsi che gli vengono ammanniti per «farlo ragionare», anziché essere quel normale fanciullo che è, si troverebbe ad essere un soggetto, nel possesso psichico di qualcosa di “innaturalmente mostruoso” (forse, un indemoniato?).

D’altro canto, però, se la correzione fisica del colpevole viene oggi ad essere pressoché vietata, d’altronde, i gratuiti “giuochi di mano” giungono addirittura ad essere favoriti quali lecite manifestazioni di “spontaneità” (il che, se ben lo notiamo, corrisponde esattamente ad un’inversione a 180° della situazione indicata dalla massima dalla quale eravamo partiti). Certamente la cosa, quando si eccede platealmente un certo limite (quanto meno, per conservare una minimale apparenza esteriore di senso civile), seppure un poco a malavoglia, la si deve ancora continuare a considerare come un reato; in ogni caso, se ben ci meditiamo, questo fenomeno di obiettivo imbarbarimento antropologico rappresenta soltanto il frutto più che consequenziale della deriva dei costumi e della pedagogia “iper permissivista” che, per decenni, ci è stata spacciata come quel lodevole “modello positivo di aggregazione”, indicativo di ogni società che finalmente si decida a cambiare, incamminandosi nella ineluttabile direzione di quel radioso futuro che, volenti o nolenti, ci deve per forza spettare.

Di conseguenza non mi riesce proprio di comprendere la scandalizzata indignazione proclamata dai mezzi mediatici, a fronte di quei (purtroppo numerosi) giovani i quali – abituati a far valere come una sacrosanta ragione ogni loro capriccio e convinti che i “giuochi di mano” corrispondano ad un accettabilissimo comportamento sociale – ormai girano tranquillamente di notte e di giorno per le nostre strade, regolarmente armati di coltelli e di spranghe.

Con questo, vogliatemi generosamente compatire, ma, possedendo una personalità assolutamente retriva, per parte mia, la massima «Scherzo di mano, scherzo da villano» continua ancora a conservare la propria piena validità di necessario monito, per il civile svolgimento delle dinamiche sociali, così come lo rimane anche la sanzione fisica, nei confronti dei comportamenti devianti, familiari, scolastici o interpersonali che siano.

Per altro verso, osserverei come, nonostante il fatto che , fin dalla mia prima infanzia e, sin verso i circa tredici anni, la mia vita fosse stata costellata da sonori (e provvidenziali) scapaccioni, pure, già all’età di nove anni mi capitasse di prendere il treno senza accompagnatori ed a quella di quattordici di girare da solo per l’Europa; tutto questo, senza mai aver avuto, poi, a commettere la minima sciocchezza. Mi dicono che, oggi, al contrario, quei giovani “cresciuti responsabilmente” a seconda dei più aggiornati fra i modelli pedagogici, e, quindi, “intellettualmente più liberi”, facciano resistenza, sin oltre i trent’anni, per non andarsene a vivere per conto loro e, nel merito, l’informazione viene ad accampare l’esimente del “caro casa”. Sarà, ma questa classe di soggetti non mi parrebbe altrettanto inibita, allorché, non riuscendo più ad ottenere con un capriccio quello che vuole, non esita a procurarselo, girandosene per le strade, armata di spranghe e di coltelli, oppure quando, dietro la scusante di voler far valere la propria personale visione del mondo, imbastisce violenti cortei studenteschi o sindacali, che procedono alla distruzione di monumenti e di vetrine, nonché all’aggressione degli appartenenti alle Forze dell’Ordine che cerchino di contenerne la non disciplinata ed irrazionale foga distruttiva; e pensare che, con un bel paio di sberle ben assestate al momento giusto …

Scherzo di mano. testo di Michele 57
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