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Non è una scusa,
è una diagnosi pronunciata
dallo specchio
alle otto del mattino,
quando i jeans fanno
resistenza passiva
e la musica parte
senza chiedere permesso.
Il corpo conosce il ritmo,
ma lo ignora per principio.
Preferisce oscillare
con prudenza,
come un lampadario antico
che ha visto troppe feste
per emozionarsi ancora.
La pista da ballo mi osserva,
vuota come un giudizio
non richiesto.
Io resto al bordo,
custode ufficiale dei bicchieri
e delle giacche altrui,
ruolo fondamentale,
poco riconosciuto.
“I can’t dance, I’m too fat”
lo dico in inglese,
così sembra una scelta
internazionale
e non il patto segreto
tra le ginocchia e la gravità.
Ogni tanto provo:
un passo,
un mezzo passo,
un’intenzione di movimento
che muore prima di nascere
per eccesso di autocoscienza.
Eppure dentro
ballo benissimo:
piroette spettacolari
tra i pensieri,
salti mortali
tra ironia e desiderio,
coreografie perfette
che nessuno applaude
perché nessuno le vede.
Forse non sono
troppo grasso per ballare,
forse ballo in modalità
risparmio energetico.
O forse danzo davvero,
solo che il mondo
non ha ancora imparato
a riconoscere certi stili.