L'eredità dei tuoi passi

scritto da DariaPotok
Scritto 9 mesi fa • Pubblicato 4 mesi fa • Revisionato 4 mesi fa
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Una pronipote, una nipote, una nonna. Ricordi, considerazioni, Grande Guerra e calzature.
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Testo: L'eredità dei tuoi passi
di DariaPotok

I riccioli biondo cenere mi si attorcigliano intorno alle dita mentre accarezzo ritmicamente la piccola Diana, che si è appisolata sul mio seno in questa torrida domenica pomeriggio di giugno.

Manca ormai pochissimo al suo quarto compleanno, questione di mesi. Il mio sguardo migra dal suo nasino marcatamente all'insù alla traiettoria dei caldi raggi solari che, filtrando attraverso l'abbaino, rievocano l'estate anche all'interno della nostra mansarda.

E, d'improvviso, per quei curiosi raccordi che la nostra mente produce, mi sovvieni tu, nonna: tu che nel tuo nome sospingevi i pensieri verso la luce, Zora – alba, o aurora, in Italiano – un nome il cui suono, per quanto io purtroppo non conosca quella che era la tua lingua madre, lo Sloveno, mi è sempre piaciuto.

Lascio che il lieve stordimento che precede il sonno spolveri le immagini della mia infanzia custodite nella memoria; ed ecco che ti rivedo, con il tuo immancabile abito-vestaglia blu a puntini bianchi e il tuo onnipresente grembiule rosso, mentre siedi nel tuo angolino con in braccio il nostro micione Fiocco, il capo inclinato di chi si è suo malgrado assopito. Rivedo le tue mani giunte ad anello attorno al corpo del gatto, le dita parzialmente nascoste dal pelo semilungo color bianconero.

Allora realizzo che c'è una parte del tuo corpo di cui, per quanto mi lambicchi il cervello, non conservo il ricordo: i tuoi piedi. Sì, perché li tenevi sempre al sicuro, nelle tue spesse calze grigie oppure nelle ciabatte chiuse a collo alto color granito nero. Ripensandoci ora, lasciatelo dire, nonna cara... erano davvero brutte quelle scarpe! Eppure tu non te ne separavi mai.

Te le vedevo sempre indosso, sin di prima mattina, quando scendevo le scale con il mio zaino per andare a scuola e tu te ne stavi là, pronta a prender servizio. La scopa di saggina in mano, dopo averci salutati ti mettevi alacremente al lavoro per spazzare via le foglie secche dal cortiletto affinché avessimo sempre il giardino in ordine. Era rassicurante sapere che saresti rimasta lì, a custodire la nostra casetta, salda come una roccia nelle tue ciabattone, e che al rientro ti avrei riabbracciata.

Zlata. Lepa.

Vorrei essere io a dirtelo ora, nonna, dopo più di vent'anni. Eri tu ad essere dorata, preziosa, ad aggiungere valore alle mie ore liete d'infanzia; eri tu ad essere bella nella tua genuinità bambinesca, nella semplicità che rendeva piacevolmente familiari i tuoi gesti.

Ragionandoci su, quelle calzature erano probabilmente le più adatte per te che ti ostinavi a sgobbare dall'alto dei tuoi ottant'anni. Ciabattare avanti e indietro per i sentierini del nostro giardino sarebbe stato impossibile con i classici zoccoletti traforati, che avrebbero fatto penetrare sia la ghiaietta, sia la terra polverosa. E anche quando ti sedevi sulla panca sotto il pergolato per recuperare le energie ed io ti raggiungevo per fare merenda accanto a te, non potevo non notare come sostenessi le gambe accostate l'una all'altra incastrando strategicamente le enormi tomaie. Ce ne stavamo vicine vicine e tu mi osservavi in silenzio; chissà cosa pensavi dietro a quei lineamenti volitivi che solo di rado si concedevano in aperti sorrisi. Io ci ho sempre letto l'affetto che provavi per me.

È un po' come la legge del contrappasso di Dante, concedimelo. Dopo tanti anni, quelli della tua fanciullezza, trascorsi scalza come la maggior parte dei figli dei contadini, a camminare, ma che dico, pure a correre!, per i campi, per le stradine sterrate, lungo l'acciottolato ai bordi delle carreggiate... le tue piante dei piedi si ritrovavano, ora, costrette, imbrigliate come cavalli un tempo liberi ed ora scozzonati dalle piaghe dei giorni.

Diana, la tua pronipote, deve aver ereditato questo tratto da te perché, per quanto la rimproveri e le ribadisca di infilarsi i clog prima di calarsi in giardino, seguita imperterrita a sgambettare da un'aiuola all'altra a piedi nudi. Sembra non sentire proprio il fastidio dei sassolini fra anulare e mignolino né si scompone quando zompetta sul porfido riarso dal sole. Se fossi ancora qui tra noi immagino che, guardandola da sotto il porticato, rivedresti te stessa da piccola.

Poi mi torna in mente che eri nata nell'ormai remoto 1910. Un nodo mi stringe la gola nel realizzare che i tuoi tre anni e mezzo non sono lontanamente equiparabili a quelli della mia Dianella – tu, la tua famiglia, il tuo contado, la tua città eravate appena entrati in guerra, la Prima Guerra Mondiale. Di tutt'altra natura saranno state le tue emozioni: l'ingenuità, la spontaneità, la curiosità, il brio di quell'età saranno stati inghiottiti dagli eventi, quegli eventi più grandi di te che nessuno poteva chiarirti dal momento che nessuno in realtà li comprendeva. Certo erano altri tempi, ruvidi, spietati, dove le responsabilità arrivavano ben prima di oggi obbligando i piccoli a crescere in un battito di ciglia, ma sono convinta che il nucleo più profondo del cuore dei bambini si sia mantenuto uguale in ogni epoca. In altre condizioni, tu e lei sareste state identiche.

Invece la paura, le preoccupazioni, i patimenti segnarono prematuramente i tuoi occhi, il tuo viso, le tue mani, i tuoi piedi. Quanti chilometri dovettero macinare le tue gambe, inizialmente a diretto contatto con la terra – quella terra che anche per merito del tuo sudore era feconda – e poi con dure scarpacce, per scendere in città a racimolare qualche soldo vendendo i vostri ortaggi! Quante falcate in preda alla calura o al gelo per tornare a casa, solamente in vista di altre fatiche, altre faccende, se non addirittura altre privazioni, altre amarezze!

Magari le tue ciabattone ti sembravano babbucce di seta al netto di tanti anni passati senza scarpe. Magari erano come la carezza che, da piccina, speravi di ricevere prima di chiudere gli occhi la sera, ma che non potevi avere perché la stanchezza di tua madre era intensa e la freddezza di tuo padre inscalfibile. Magari erano l'abbraccio caldo e profondo che tuo marito Nandi non poteva più darti dopo l'ictus che lo colpì. Non ho mai pensato di domandartelo.

Che fine fecero dopo la tua morte? Francamente non ricordo. Presumo che, come molti dei beni che possediamo in vita e che si rivelano inutili per i nostri discendenti, saranno finite nel bidone. D'altronde, mia cara non?ka, né io né mamma avremmo potuto metterle, tenuto conto del tuo piedino assai poco da Cenerentola, numero 41...!

Il mio respiro si fa più rotondo, le riflessioni si accavallano confusamente. Già: finché in un'abitazione, all'ingresso, incappiamo in scarpe ben note, sappiamo che la persona che suole calzarle è viva e presente e che, se non è fisicamente in casa in quell'istante, a breve tornerà; non appena queste svaniscono, è allora, non quando il corpo esanime viene portato via, che realizziamo fino in fondo che la sua partenza è definitiva e non sarà più fra noi.

Per quanto assurdo possa suonare, tutt'oggi, a distanza di oltre un ventennio, nel rincasare a volte mi scappa di cercare quei due profili antracite sul gradino dell'uscio. Forse è lo strascico di un'abitudine della Daria nipote che non vedeva l'ora di riabbracciarti; o forse, è l'ombra della mia più intima speranza di rincontrarti quando sarò spirata a mia volta. Non so.

Ciò che al contrario so è che confido che i tuoi passi, non più gravati dal peso dell'esistenza terrena bensì eterni ed eterei, sosterranno la tua pronipotina lungo il cammino della vita per darle conforto – fermamente e teneramente, come solo i nonni sono in grado di fare.

L'eredità dei tuoi passi testo di DariaPotok
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