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Era primavera anche nella monotona Mosca: i cinguettii dei pettirossi, il fruscio delle fronde degli alberi e l’assordante casa Kozlov, dove tra litigi e insulti la voce di mamma e papà risuonava nell’intero vicinato. Il povero Ivan, che sin dal primo giorno in cui mise piede su questo pianeta fu costretto ad assistere a questo osceno teatrino, sapeva già come sarebbe andata a finire: il padre, Michael, non poteva tollerare che la sua autorità fosse messa in discussione e, come dargli torto, da bravo uomo di casa che si rispetti, faceva tacere la donna con metodi (poco ortodossi, ma) discretamente efficaci. Per celebrare la trionfante impresa era ormai consuetudine vederlo sorseggiare dalla fiaschetta, stravaccato sulla sua poltrona, mentre guardava qualsiasi cosa gli capitasse sotto gli occhi in televisione. Preferibilmente sceglieva il calcio o qualche attizzante femme de petite vertu.
Come tutto l’arredamento, anche quella poltrona fu fabbricata con materiali di dubbia provenienza, in qualche posto non lontano da Mosca, da qualche proletario evidentemente non molto affezionato al proprio lavoro. Ma questo al padre poco importava: era comodamente seduto sul trono di casa. Il re indiscusso, improvvisamente, crollò per la stanchezza sul sofà, il che non stupì molto il bambino, poiché era normale che il padre cascasse in un sonno pesante dopo una giornata appena iniziata e già così estenuante. La fiaschetta cadde bruscamente per terra, risvegliando l’attenzione del ragazzo che, un po’ tentennando, decise di fare un timido assaggio...
Le foglie cadevano sotto le gocce prepotenti di una pioggia d’autunno, ma l’acquazzone non serviva a coprire lacrime perché non ce n’erano. Ivan osservava con indifferenza la spoglia del padre, che l’immondo becchino sbatté violentemente a metri sottoterra. Aveva intorno a sé solo visi amari e indistinti; nessuno si trovava lì mosso da commozione, ma solo da un umano obbligo morale. Non si aspettava questa umiliante disfatta dal suo vecchio, ma come biasimarlo? Anche Michael fu ignaro del suo destino: continuò a giocare d’azzardo col tempo e, goccia dopo goccia, la vita lo prosciugò.
Visto che ora il testimone di patriarca era passato a Ivan, versare una lacrima sarebbe stato per lui disonorevole, oltre che inutile, visto che la routine sarebbe ripresa a breve...
Ivan continuava a viaggiare con la testa, ma quei pensieri vuoti svanivano nel fumo di una sigaretta. Era cresciuto senza accorgersene e la sua vita, vuota e generica, gli stava sfuggendo di mano. Dove era il senso, dove…? Mentre frugava inutilmente tra la sua memoria offuscata, venne riportato alla realtà da una domanda piuttosto scomoda e irritante.
“Cosa gradisce da bere, signore?”
Spense il mozzicone sul posacenere e iniziò a sfogliare la lista. Si perse tra le pagine, scrutando con attenzione ogni possibilità che aveva sotto gli occhi, ma visto che il barista sembrava abbastanza seccato e irritato dalla perdita di tempo, non voleva minimamente azzardarsi a peggiorare la situazione. Così scelse il solito.
In realtà Ivan non era solamente spaventato dal caratteraccio del barista: lo preoccupava buttarsi a capofitto nel vuoto o, per meglio dire, era terrorizzato a morte da qualsiasi idea di cambiamento. Con svogliatezza, il barista versò la miscela sbagliata, tanto che Ivan pensò di far polemica, ma con quell’irresistibile nettare davanti agli occhi, decise di rimandare la discussione. Sentiva il vuoto interiore riempirsi come la prima volta e smise di pensare...
Dopo una lunga giornata di lavoro ci vuole sempre una pausa. Scelse di andare nel pub vicino alla fabbrica siderurgica di Magnitogorsk che, nonostante non fosse questo splendore, era meglio che andare in quello nel vicolo opposto e vedere l’orribile faccia di Svin’i, uno fra tutti quegli schifosi proletari alcolizzati con una vita grigia e scialba che non trovano altro modo di passare il tempo se non procrastinando in un inutile bar. Ivan non solo si spaccava la schiena tutti i giorni, ma veniva anche privato della scelta, per lui diritto inalienabile.
Nella sua testa solo tormenti...
Reduce da questa ingiustizia sociale, continuò ad addentrarsi tra le tante ombre dei suoi pensieri, riuscendo a malapena a scorgere un’idea e provando a concretizzarla: doveva dimostrare al mondo che lui esisteva. Sì, lui era lì; non era solo una pedina di un grande tabellone, ma avrebbe fatto sentire al Paese quanto potesse essere roca la sua piccola voce. Non solo aveva convinto sé stesso a fare qualcosa, ma si era convinto che anche altri avrebbero dovuto partecipare, facendone una causa comune. Ebbene sì, lui, come tutti gli altri, aveva il diritto di andare nel locale che preferiva senza dover sottostare agli ordini dettati da chissà chi o, tantomeno, dover frequentare gli stessi luoghi della plebaglia proletaria.
Immaginò l’armamento e la conquista del potere, tutto nella sua testa. Si immaginò la cavalleria dei ribelli entrare al galoppo in parlamento, tagliare la testa a qualche politico e vedere il resto frignare, per spassarsela un po’. Dovevano ricordarsi contro chi si erano messi: i reduci della vita, la nuova generazione politica, i rivoluzionari innominati, i protettori dei più deboli (loro stessi), i difensori della parola, del bar, del buon alcolismo. Tutto questo nella sua testa lo vedeva, stava succedendo davvero! Gli si illuminavano gli occhi, il futuro sembrava brillante, ogni problema era sparito. C’è chi dice perfino di averlo visto sorridere. Io non ci credo. La rivoluzione, però, doveva attendere perché stava salendo una fitta nebbia e doveva tornare a casa...
Si risvegliò tra brividi e geloni su un marciapiede, lercio dei suoi reflussi. Gli sembrava che il mondo gli stesse crollando addosso. Non rimaneva scelta se non arrendersi...
Aprì gli occhi e si trovò davanti una ragazza. Non riusciva a distinguere le sue parole, ma i suoi occhi in lacrime lo penetravano nella sua tenebrosa anima. Ripreso coscienza, la visione di sua moglie gli appariva più nitida. Non era colpa di Ivan: lui, in fondo, stava solo cercando di vivere una vita lontana dal dolore e questa era l’unica, per quanto amara, soluzione. Finalmente giunto a casa, trovò la bimba, Pobeda, che aspettava con gioia il babbo. Lui, però, era troppo stanco e indifferente per ricambiare il suo affetto.
Ora per Ivan era giunto il momento di riposarsi dalla giornata estenuante, gustandosi un po’ di televisione e sorseggiando dalla sua fiaschetta, che pregustava da una vita intera.
E in un istante... il vuoto.