Notte Mantovana

scritto da redheadlove
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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Dolorosamente autobiografico, un ringraziamento per un amico
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Testo: Notte Mantovana
di redheadlove

Lo ricordo come fosse ieri, era una fredda notte mantovana, eravamo parcheggiati in un albergo in convenzione col comune in attesa di trovarci un appartamento. Eravamo obbiettori di coscienza venuti da fuori, chi da Bergamo, chi da Varese, chi da Milano. Io da Firenze. Era un sabato sera, e io ero da solo. Tutti gli altri erano tornati nelle loro case, ed erano con gli amici a bere e divertirsi, oppure intorno ad un tavolo con la famiglia. Avevo cenato coi buoni al self service davanti alla stazione, era convenzionato anche quello. Poi, a piedi, sono tornato il piazza Sordello. Camminavo lentamente, non avevo fretta di tornare in camera, non avevo fretta di tornare, non avevo fretta di fare niente. Non avevo il becco di un quattrino in tasca, quello che mi passavano i miei erano pochi spiccioli, non li rimprovero ma neppure li ringrazio. Non so se conoscete Mantova, le sue serate dense di nebbia, Mantova è una penisola, una lingua di terra contornata da tre laghi, quello di sopra, di mezzo e di sotto. Gli ultimi due inquinati dagli scarichi delle cartiere Burgo e dalla Montedison. Dopo cena per strada non trovi un anima, se non gente frettolosa di rientrare al caldo e all’asciutto. La nebbia è ovunque, la nebbia la respiri, ti avvolge e tu ne sei pieno, ti si appiccica addosso come miele, ti bagna i capelli e te li arriccia, fa gonfiare l’intonaco e ti entra nelle ossa. Io prima di allora la nebbia l’avevo vista da piccolo quando mia nonna mi accompagnava alla scuola elementare, allora era divertente e odorava di riso bollito. Era un’emozione uscire da bambino con la nebbia, per me era al pari della neve o dei forti temporali. Adesso, da grande, mi stava passando dagli occhi, nebbia la mattina, nebbia il giorno, nebbia la sera, nebbia la notte. Mi sembrava di vivere in un irreale mondo fatto di ombre sfocate, dove le cose ti si paravano davanti all’improvviso. Poi feci l’abitudine. Stavo percorrendo il tragitto che mi avrebbe riportato in albergo e rimuginavo sulla mia giovane vita. I miei passi rimbombavano sul selciato, in lontananza un cane guaiva, passando davanti alle case a volte sentivo odore di chiuso, a volte di cibo. Già, il cibo, altro grande shock. Non che non sia buono, anzi, solo è totalmente diverso da quello a cui ero abituato, qui si mangiava stracotto d’asino, riso con la “salamella” (un tipo di salsiccia), e l’immancabile zucca gialla, ravioli con la zucca, torta di zucca e la sbrisolona, che da me è un salume e a Mantova è una sorta di crostata, poi c’era la crostata con pasta fresca al posto della marmellata. Avevo chiesto di fare il servizio civile perché non volevo fare il militare, non per gusto o fatica, ma per le cose che mi erano accadute quando ero piccolo (vedi “lettera ad un nemico”) non avevo la forza di convivere con altri ragazzi, di farmi la doccia insieme a loro, di sopportare i loro scherzi, avevo vergogna anche solo di mostrare i miei piedi nudi, figuriamoci tutto il resto. La prima visita di leva che feci andai al secondo colloquio con lo psicologo (per chi non sa come funzionava, ti fanno fare un test con svariate domande anche contraddittorie dandoti le risposte obbligate, in base alla valutazione che ti fanno passi al colloquio con lo psicologo o meno, il secondo colloquio è per i casi più gravi o sospetti), gli raccontai piangendo cosa mi era accaduto, e venni fatto rivedibile l’anno successivo. L’anno dopo, stessa trafila, ospedale militare in psichiatria, e mi giudicarono abile e arruolato. Fu lì che cadde la prima tegola sulla mia testa, e i pensieri erano in ebollizione. Pensai a disertare, a scappare lontano, a ……. Poi feci domanda per obbiettore di coscienza, mi fu accettata dopo un ulteriore colloquio con un maresciallo dei carabinieri. Attesi con angoscia, non con ansia, l’arrivo della cartolina, che arrivò nei tempi. Destinazione Mantova. Seconda tegola. Mantova? Non sapevo neanche se fosse in Emilia o in Lombardia. Panico. Io mi aspettavo di rimanere a Firenze, o vicino, come tutti i miei amici. Mantova. La prima volta mi accompagnarono i miei genitori. Me l’ero immaginata peggio, pensai, ero arrivato in una fredda mattinata novembrina, dove il cielo splendeva spazzato da una tramontana pungente. La gente camminava tutta vestita elegante, non vedevi niente fuori posto, adesso non so, ma allora era una città provincialotta e borghese, dove la gente si sposava giovanissima e aveva subito figli, dove i giovani avevano un lavoro e si compravano casa nelle campagne limitrofe, ed erano belle cascine ristrutturate. Firenze era già la bolgia che è adesso. Solo un po’ meno. Andammo all’ufficio obbiettori, dove tutti furono assegnati chi al comune, chi alla provincia, chi a uffici e associazioni, a me toccò il posto più ambito, fui assegnato ad una casa di riposo. Panico e terza tegola. Ad un ospizio? Perché quello era, è come dire non vedente ad un cieco, è un indorare la pillola sapendo che comunque era amara. Nella sfortuna però trovai persone degne di questo nome che mi inserirono e mi insegnarono a vivere tra il dolore senza che questo ti gettasse a terra, ma ti sfiorasse solamente. E io li vedevo lì, con la bava alla bocca, ciechi, sordi, zoppi e in carrozzina, ma in qualche modo qualcuno era ancora pieno di vita, ci furono anche delle delicate storie d’amore e, strano a pensarlo, anche di sesso fra anziani… e io ero solo. Con le donne non ho mai avuto un grande successo, forse perché si fermavano a guardare la buccia senza scartare la caramella, forse perché ero troppo timido io o forse perché era giusto così. io però sentivo molto la mancanza di una compagna. Facevo come le piante che sviluppano un ramo per cercare la luce, io mi avvinghiavo alle persone a me vicine come un edera, e loro, chiaramente, rifuggivano. E io ero solo. Solo nel mio letto, solo nelle mie giornate, che per metà erano ospizio, per metà letto. Solo nel dopo cena, quando i miei amici andavano nelle sale da biliardo fuori Mantova (che non aveva un gran che la sera) e io non potevo seguirli, non avevo soldi e non volevo dipendere da loro. Non ho mai accettato quella che io avevo scambiato per carità nei miei confronti, invece era solidarietà e Amicizia. Solo durante i fine settimana, non tutti potevo tornare a casa, non avevo soldi neppure per il treno, che ai militari veniva offerto gratis o ridotto, agli obbiettori no, pagavi il prezzo pieno. E per Firenze era un viaggio che durava quatto ore, con 2 cambi. Ero quasi arrivato all’albergo, pensando al fallimento che ero, avevo smesso di fumare per i soldi che non avevo, ero solo in una città a me lontana, che un po’ mi sarebbe mancata negli anni a venire, ma non potevo saperlo. In un momento di sconforto, quando i rami che andavano verso la luce furono potati, andai in una cabina telefonica, presi un foglietto spiegazzato con su scritto un numero e lo feci. La chiamai, chiamai una ragazza che non vedevo più da mesi, una ragazza che conobbi a Firenze e con cui ebbi una delicata storia, lei era coreana di origine adottata in svizzera. Chissà perché proprio lei, forse perché era finita lasciandoci in sospeso, forse perché sentivo ancora sotto le mie dita i suoi seni sodi, avevo nel mio naso il suo odore, o forse semplicemente perché mi parve la cosa più giusta da fare. Sono un dio a considerare giuste le cose sbagliate. Entrai in cabina, battendo coi piedi sul pavimento di alluminio per sghiacciarmeli, con le dita intorpidite composi il numero e attesi cinque interminabili squilli. Mi rispose una voce che conoscevo benissimo, l’albero aveva fatto nuovi rami che stavano volando verso il sole. “Pronto, lin?” feci felice “Sì, chi è?” disse lei in italiano stentato “Sono io, Paolo, di Firenze!” cinguettai allegro, le farfalle avevano ripreso a volare in sciami nel mio stomaco, mi sentivo quasi drogato di felicità. La sentii fredda e distaccata, le farfalle smisero di volare, il cielo si rannuvolò. “….Paolo… ascolta…” aveva già capito senza che le parlassi. “Come stai? Io sono abbastanza vicino a te, se vuoi….” Incalzai sentendomi franare il terreno da sotto ai piedi, cercando un appiglio. Le farfalle erano ammassate sul fondo del mio stomaco, stava cominciando a tuonare. “Paolo, ascolta… io ho un bambino… sono sposata… non posso darti quello che cerchi…. “Cerchi…. Cerchi… adesso avevo nella testa il suono vuoto di quelle parole, sussurrate a centinaia di chilometri di distanza ma incredibilmente nitide, forti e feroci anche se dette con grazia… Cerchi… Cerchi… cosa stavo cercando? Forse uno spiraglio di sole in un cielo plumbeo, forse una parola buona, forse qualcuno che mi dicesse, eccomi, sono qui… cosa avevo trovato invece? Quello che era ovvio che trovassi, non si può scoperchiare una tomba cercando rose fresche dentro e trovarcele. Trovi il cadavere, nella tomba. Ed era quello che mi sentivo, improvvisamente sciocco, stupido, ridicolo, triste, solo, povero e infelice, molestato da piccolo e rifiutato da grande, in una notte fredda e nebbiosa in una città che sentivo improvvisamente ostile, anche i sassi tondi di piazza sordello mi guardavano con le loro facce di pietra e ridevano di me, se avessero potuto mi avrebbero colpito. Riappesi con le mani tremanti, stavo piangendo e le lacrime calde giungevano fredde e salate alle mie labbra. Le farfalle erano morte e si erano trasformate in vermi che scavavano lo stomaco, il cielo era in tempesta. Salii in camera e andai a letto, volevo solo dormire, dormire e non risvegliarmi più, risvegliarmi morto. Mi contorcevo nel letto piangendo, il giorno dopo sarebbe stato domenica, una stronzissima splendida domenica di sole, con la gente che girava felice e io non me la sentivo di affrontarla. Gira che ti rigira, pensa che ti ripenso, quando penso di aver finito le lacrime, ecco, irrompe in me come un lampo l’idea più geniale che avessi mai avuto, una cosa stupenda, finalmente la soluzione giusta ai miei problemi, il suicidio. Perché non ci avevo mai pensato prima? Mi dissi dentro ritrovando un barlume di soddisfazione? Guardai la finestra. No, non mi sarei potuto buttare, aveva l’apertura a vasistas (con le cerniere in basso) e in più c’era una grata… le lamette! Ecco come, non mi potevo neppure imbottire di farmaci perché in bagno non c’era niente, frugai ovunque preso da una strana febbre di morte. Le lamette! Se la dovranno pur fare la barba i miei amici… cominciai a frugare fra le loro cose, compulsivamente, come un cane che scava per dissotterrare un osso. Incredibilmente non le trovai, solo rasoietti monolama ( con cui provai a tagliarmi le vene irritandomi solo un po’ la pelle e radendo i peli dei polsi…) e un rasoio elettrico. Mi misi a piangere seduto sul tappetino del bagno, ero incapace anche di morire… mi ripromisi di uscire lunedì in cerca di lamette. E così feci. Passai la domenica in camera in un allucinante viaggio di preparazione alla fine che dovevo fare, avevo già predisposto tutto… lo avrei fatto il sabato seguente, quando non c’era nessuno, così non avrebbero potuto salvarmi, mi sarei steso sul letto, a pancia su, mi sarei arricciato le maniche fino ai gomiti, prima però avrei fatto una bella doccia per far trovare il mio corpo pulito. Poi avrei inciso il mio polso sinistro per primo, nel senso delle dita, sarei partito dalla mano e avrei solcato la mia pelle cinque o sei centimetri, quel tanto che sarebbe bastato per tranciare le mie vene blu e farvi uscire la vita, che sarebbe finita sul pavimento macchiando irrimediabilmente la moquette… poi mi sarei messo la lametta in bocca, tenendola fra le labbra e avrei riservato le stesse cure al polso destro… e avrei atteso…. Atteso la nebbia…. Il lunedì puntualmente comprai le lamette. Andai in bagno e le aprii… come erano belle e lucenti, avvolte nella loro velina… morbide e flessibili, incredibilmente taglienti, le saggiai su un dito… le rimisi nella scatola e le riposi in tasca dei calzoni….. non si sa mai, in caso di necessità…. Pensai. Le cose durante la settimana precipitarono, io ero nervoso e incazzato, e qualcuno lo notò… un mio compagno, che non ringraziai mai abbastanza, intuendo qualcosa, mi fece parlare, e io parlai, parlai della mia tristezza, parlai dei miei propositi, gli mostrai le lamette e lui me le strappò di mano. “ridammele subito!” gli ringhiai contro, improvvisamente ferito. “Scordatelo” fece con voce calma lui. Capii in un istante che aveva ragione, l’interruttore era tornato sull’ ”ON” . Mi vergognai anche solo di averci pensato. Da quel giorno mi stette vicino e non mancò mai chiedermi come stavo, se avevo bisogno di qualcosa… da quel giorno non sono mai stato attaccato così alla vita. Ti ringrazio Bruno T. se mai ti rileggerai in queste righe ti prego di dirmelo…. Ti voglio bene.
Notte Mantovana testo di redheadlove
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