Avevo sul tavolo l’offerta di contratto della società più importante a livello internazionale nel campo dei trucks. Avevo davanti a me quella carta intestata che portava in grassetto la proposta di stipendio, 25% più dell’attuale, il livello superiore, e la data di scadenza.
La guardavo e avrei voluto non vederla mai.
…
Mi aveva dato dell’immatura, quell’idiota della mia capa, semplicemente perché avevo chiesto serietà da parte di colleghi sparloni, a cui peraltro lei dava credito…, e in contemporanea avevo chiesto, a seguito dell’assegnazione di nuove responsabilità, un adeguamento, anche graduale, del mio inquadramento economico in azienda.
Immatura, perché mi ero fatta ferire dalle opinioni altrui, perché non accettavo critiche (si chiamano critiche le maldicenze…?) e, a fronte di tutto questo, chiedevo per giunta un aumento. Infantile e immeritevole, dunque. E la risposta è ovviamente e definitivamente NO.
Non avevo retto. Quella donna aveva delle crisi uterine che non guardavano in faccia nessuno, né il cliente, né i sottoposti, né i parilivello; nessuno. E partivano turpiloqui, parole in libertà , mail dal contenuto inenarrabile. Io non ci sto.
“Oggi invio il mio curriculum, Claudio”; il mio ex capo aveva sgranato gli occhi, dapprima incredulo, poi spaventato. Aveva detto a fil di voce…”E’così per dire, vero….?”, e non aveva avuto cuore di aspettare una risposta. Né di volerne ricevere una nei giorni a seguire.
Ma così fu.
Il mercato si era ormai aperto, con un solo curriculum avevo ricevuto n telefonate, ed effettuato tanti colloqui vuoto a perdere. Finché…
Eccomi, azienda finale, basta con la consulenza; 5 colloqui, di cui due in inglese, col capo del capo, e col capo del capo del capo. Regole parole prospettive disegni. In inglese!
E infine, il personale, la proposta economica, tante ottime parole su di me, e quel pezzo di carta, intestato, con la cifra, la mia nuova cifra, così tanto più alta dell’attuale.
Davanti a quel contratto vedevo la tua faccia.
Il tuo sorriso e i tuoi occhi penetranti; la tua nuca e tuoi passi che si allontanano.
Non so decidermi; non so decidere nemmeno che cosa voglio.
E di botto, la scelta per una nuova società non dipende più dalla delusione dell’attuale, ma semplicemente dalla fuga o la voglia di essere tua schiava per sempre.
Guardavo, mi fermavo, valutavo:
il tipo di lavoro, l’ambiente, le persone, il rischio, la voglia, il desiderio.
Pesavo e soppesavo le distanze, i tempi, lo stipendio.
Poi…puff, compariva la tua faccia e sbarellavo. Completamente impossibile qualsiasi ipotesi di misurazione.
Se me ne fossi andata ci saremmo persi, ma magari mi sarei potuta ritrovare, farmi una vita, farmene una ragione che la mia vita dovesse andare senza di te. Immaginavo possibile di incontrare un altro uomo, un uomo senza figli…, ma soprattutto senza moglie, e dunque costruirmi finalmente una famiglia, una famiglia mia, che amavo da sempre. Questo implicava di non vederti più,di non baciarci più, di non ridere mai più insieme, di non sapere più nulla di te, e tu di me, tu non mi avresti più baciata, abbracciata, pensata, amata, ascoltata…tintintintin… sbarello.
Totale.
Non si può fare.
Resto…resto…RESTO!.
Non mi interessa altro al mondo, che baciarti a Penne, che guardarti esporre in riunione le tue ipotesi, le tue idee, e lanciarmi messaggi con gli occhi, e ascoltare le mie proposte e soluzioni con stima e complicità.
Non mi intessa altro. Va bene così, per tutta la vita così.
… ma non sarebbe tutta la vita. Mi guardi e mi dici: “per quella cifra, io me ne andrei anche domani. Non puoi rifiutare. Non puoi scegliere pensando a me”.
Sono in crisi. In crisi totale. Dici che mi ami, ma che devo vederti come un deterrente per restare.
Quel pezzo di carta è peggio di una piaga infetta.
…
Ochei, è deciso.
E’ deciso che non decido.
“do le dimissioni. Vedesse la società cosa fare. Se mi lascia andare, vado”
“fai bene, amore. Fai bene”, mi hai scritto in un sms.
…
Ma la sera mi hai chiamata, dicendomi: davvero te ne vai? E io…io cosa faccio?
La mattina la chiamo, la mia capa. La chiamo e le dico che non parteciperò alla cena aziendale, perchè sto valutando una proposta, e come dimissionaria non credo sia corretto partecipare ad un ritrovo societario.
Lei rimane basita, pensa te, non se lo aspettava. Il giorno dopo vola a Milano e mi convoca in colloquio, per sapere i motivi, le remore, le scelte. Tu. Tu e solo tu, avrei voluto dirle.
Invece, stranamente, riesco ad articolare qualcosa di più sensato, che però non mi piace. Qualcosa di più credibile, ma meno reale. Dico qualcosa che fa sembrare la mia scelta una falsa decisione, un’ammissione di amore per la mia società attuale e una gran delusione; la sensazione che do è che spero di poter restare, e mi basterebbe solo sentire che l’amore è ricambiato. …ma non sto parlando della mia società, mi accorgo; parlo di lui, e del suo amore, del nostro legame.
Però lei ci crede, e mi esprime la sua massima stima; invita tutti a dimostrarmi questo affetto professionale, e mi pone su un altro foglio A4 la controproposta; paritaria, forse maggiore rispetto a quella che ho qui, sotto i miei occhi, intestata blu e giallo. Una controproposta che comunque è molto al di là di quella piccola crescita graduale che avevo chiesto qualche settimana prima a quella stupida impulsiva. Ah, se solo non mi avesse messa alla prova…
Ti detesto, per come sei stupida, per come non hai capito che era facile comprarmi, ed era necessario tenermi, evitandomi, quanto meno, di farmi uscire dalle mura, e vedere cosa c’era fuori di eccitante per me.
E ti detesto talmente che penso… ah, no, non proporre nulla; dovevi pensarci subito. Sei troppo stupida perché io ora ti creda, perché io ora ti faccia felice; me ne vado, non c’è euro che tenga. Non c’è progetto che valga…me ne vado e mi stimo per questo.
TLANG…Federico. Un pensiero, un concetto, sorrido e dichiaro di avere ancora tanta fiducia, e soprattutto di stimare lei come persona e come mia responsabile.
PUAH, il vomito. Di me stessa della mia voce di quel che dico.
Come ho potuto!.
Forza dell’amore. Della disperazione.
Mi prendo del tempo, con la mia società, e con l’altra.
Ed eccomi qui, con quel pazzo di carta nuova, di fianco a quello intestato, nel logo nuovo.
Ma posso decidere la strada della mia vita sulla base di un amore insulso e senza futuro? Sulla base di un amore ricambiato ma non vivibile, né oggi né mai? Di uno che mi ama da impazzire, ma poi non trova lo spazio per darmi un bacio, per telefonarmi, e tanto meno per stare con me una volta a settimana??...(per non parlare della vita…)
Posso…?, sì che posso, perché anche decidere la mia vita senza di lui è una svolta importante, infattibile, addirittura. …
Non vado.
E allora ascolto, amici, il cuore, persone, la mia testa, commenti, tv, fratello, padre, me stessa.
E mentre racconto dell’una e dell’altra società sento di portare l’interlocutore sulla MIA scelta, sento di indicare agli altri la strada; e quando loro non se ne accorgono mi arrabbio. Il “consiglio” che mi stanno dando Non mi piace. E mi arrabbio.
“Se fossi donna, se fossi una con le palle, se fossi una che…”; ma non c’è nessuno che ci crede. Non c’è una delle persone informata dei fatti (i VERI fatti) che creda che io me ne vada.
Ma ci credo io.
Sì, ci credo io.
…
Ed è così: chiamo la nuova società, confermo la firma, convocata il giorno dopo, siglo il foglio. E sorrido. Chiamo la mia società, e comunico, che non è più la mia società e io non sono più la loro simpatica energia del gruppo.
Leggo il messaggio di Federico: se te ne vai muoio. Rispondo: se NON me ne vado, muoio io.
Li cancello, tutti e due.
Sorrido.
E ho dieci anni di meno.
…
…
….
Vetri infranti.
Davanti a me c’è un contratto, strappato, in coriandoli gialli e blu.
E di nuovo timbro, senza stima e senza energia, il vecchio cartellino ingiallito, di una società che ho tradito e mi ha tradita; e senza vicendevole fiducia, continueremo.
…a baciarci a Penne, a sorriderci con gli occhi nelle riunioni, mentre io piangerò sola davanti ad un panettone senza spumante.
Con la certezza, ora, di aver perso l’unica possibilità di riprendere la mia dignità.
Vetri infranti testo di Laila