Il vuoto accanto

scritto da Dalia Goodlife
Scritto 6 mesi fa • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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Immagine di Dalia Goodlife
Autore del testo Dalia Goodlife
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Questo racconto è uno scampolo della mia vita, l'ho scritto di getto per elaborare la morte di mia madre, una madre che in fondo non ho mai avuto.
- Nota dell'autore Dalia Goodlife

Testo: Il vuoto accanto
di Dalia Goodlife



C’era una volta una bambina.
No, così iniziano le favole e la mia vita non lo è stata.
Mia madre è morta e l’unico modo per provare qualcosa è riempire di inchiostro la pagina bianca che ho vissuto con lei.
Vorrei ridipingere le ore, i giorni e mesi e gli anni che sono inesorabilmente passati come aerei nel cielo lasciando una scia di dolore e di malinconia.
Ogni essere umano ha in dotazione una pagina vuota per ogni rapporto, per ogni situazione per ogni evento.
C’è chi riesce a riempirla man mano, c’è chi come me cerca di trovare un modo per riempirla ad un certo punto della propria esistenza e per alcuni rimane immacolata.
Vivere e sopravvivere non sono la stessa cosa. Non basta respirare, nella vita c’è molto di più.
 
“Dai  Dalia sali sulla sedia e fai vedere il vestitino nuovo”, e tutti i parenti intorno.
Un trauma per una bambina che si sente come un trofeo da esibire. 
 Ricordo mi veniva il vomito anche se avevo solo 5 anni, ma sorridevo e facevo volteggiare le balze della gonna, aspettando solo che finisse l’ ennesima festa, la fiera della falsità, l’ostentazione  di un’ armonia che era costruita solo per il pubblico.
Più tardi calerà il sipario e le maschere cadranno.
Ho iniziato presto a crearmi un mondo tutto mio. Solo da adulta sono riuscita a scoprire grazie al terapeuta, che si trattava  di un fenomeno detto depersonalizzazione. Mi staccavo da me stessa ed ero spettatrice del mio quotidiano, come se volassi nella stanza, una sensazione orribile e consolante al tempo stesso.
Credo di aver sempre odiato mia madre, priva di amore da donare, manipolatrice, egoista e violenta.
Credo di aver sempre amato mio padre, era solo egoista.
Ho cercato di proteggere mio fratello ma ho fatto un pessimo lavoro, a mala pena riuscivo io a districarmi tra tutto ciò che accadeva. Io avevo il mio scudo, lo avevo creato e ancora oggi è li solido, impenetrabile.
Sembra retorica ma è la cruda realtà : ciò che vivi nell’infanzia non ti abbandona mai, puoi farne tesoro,  far pace con i demoni del passato con il giusto aiuto oppure esserne schiavo per sempre.
Qualcosa mi ha sempre accompagnato, mi ha seguito come un’ombra, il vuoto di una presenza.
Il vuoto accanto che è come un abisso, manca qualcosa ma al tempo stesso ti è vicino , o in questo caso qualcuno che invece che riempire la tua vita e aiutarti a crescere ti succhia come un vampiro le energie, si nutre di ciò che puoi darle  ma è come una valle senza eco: non torna nulla.
Tutta questa manipolazione, questo gioco al massacro è già duro e doloroso se vissuto in un rapporto di coppia ma è devastante e molto triste se la persona che ti fa male ha il volto di chi dovrebbe amarti di più al mondo, la mamma.
Dolcissima la parola mamma. Quando mio figlio mi chiamò cosi la prima volta fu una grande emozione e lo è tutt’ora. Ci fu un breve periodo che mi chiamo per nome, non so perché ma non mi piaceva.
Mia madre l’ho sempre chiamata mamma ma era un titolo che onestamente non meritava.
Nel cortile del palazzo in cui ho vissuto fino all’età di 11 anni c’era un pavimento nero con dei cerchi bianchi. Passavo i pomeriggi a saltare da un disegno all’altro sperando che uno di quelli  fosse un buco da cui avrei voluto essere inghiottita per trovare una storia diversa , un po’ come Alice nel paese delle meraviglie quando cade nella tana del Bianconiglio.
La mia famiglia altamente disfunzionale era composta all’origine, cioè quando ero piccola, da mio padre, mia madre, mia nonna, mia zia e dal mio fratellino.
Il mio babbo, un bell'uomo con una testa di riccioli scuri e una voglia di capelli bianchi. Macchia bianca lo chiamavano gli amici, lo chiamano ancora forse. Gode di ottima salute e ha 84 anni.
Quando facciamo colazione insieme devo urlare perché non  sente  ed è molto buffo.
E’ diventato un papà presente solo negli ultimi anni, meglio tardi che mai. Quando mi chiama “amore” o “chicca” io mi sciolgo e oggi volta che lo vedo ho sempre  paura che possa essere l’ultima.
A modo suo si è fatto volere bene, ha avuto difficoltà nella vita a manifestare i propri sentimenti, abbandonato alla nascita nel 1940 proprio nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, cresciuto con una famiglia numerosa con 5 sorelle nelle ristrettezze economiche dell’epoca si è portato dietro la fame di cibo e l’ha trasformata in fame d’amore che ha cercato di colmare entrando nella vita di mia madre e della sua famiglia.
Me lo vedo ancora con il borsello in pelle sotto al braccio  oppure con il cappello da ferroviere. Per me andare a prenderlo in stazione era un evento, andavo fiera di lui con quella bella divisa e gli correvo incontro e lui mi alzava in volo e posso mettere nel cassetto delle sensazioni più belle quei momenti felici.
Ma ero al settimo cielo anche quando arrivava dal lavoro mia nonna.
Mia nonna, la mia ancora, il punto fermo della mia infanzia,  la persona più importante della mia vita prima che nascesse mio figlio.
Non pensavo di poter vivere senza di lei ma sono ormai tanti anni che è volata via in una tiepida mattina di maggio.
E’ spirata con la sua mano nella mia  e io per tanti anni mi sono addormentata con la mia mano nella sua-
Quando ero piccola piccola  e non ero capace a parlare una delle prime parole che mi sono uscite dalla bocca è stata Nando e nessuno capiva cosa volessi dire: era il modo in cui chiamavo mia nonna e non so se fosse  perché non sapevo dire “nonna” o se fosse legato all’immagine che avevo di lei  così forte, così determinata, una roccia sulla quale posare le fondamenta del mio carattere.
Lavorava tutto il giorno e poi si occupava della famiglia, compito che sarebbe stato di competenza di mia madre che era però occupata a stare sul divano a fumare  e a comandare tutti a bacchetta.
Mia nonna è stata una nonna super ma purtroppo ha avuto molte lacune come madre. Con mia mamma, ovvero la sua figlia maggiore, è stata troppo permissiva, troppo chioccia. Non ha saputo  riconoscere in lei la malattia mentale e non è ‘ stata in grado di riconoscerla.
 Pensava che viziandola avrebbe colmato quel lato oscuro ma non è stato così.
Con mia zia, la figlia più piccola  si è invece comportata in maniera opposta, l’ha affidata a mia madre per lavorare, essendo rimasta vedova molto giovane, e le ha fatto mancare quella presenza e quel caldo rifugio che solo una mamma sa costruire.
E così in questa mia “strana famiglia” ognuno ha recitato una parte come personaggi su di un palcoscenico
Una sorella che faceva da madre, una madre  che faceva la nonna, un padre che faceva da padre per i suoi figli ma anche per la cognata, una suocera che faceva da madre per suo genero, una bambina che faceva l’adulta, un bimbo che  ha sempre pensato di non essere stato desiderato.
La nascita di mio figlio è stata come una rivelazione: ecco come deve essere il rapporto tra una madre e un figlio. Sentivo questo amore immenso crescere sempre di più  e ripensavo a come ero stata trattata, a tutto ciò che mi era stato negato, e come nel Tetris scendevano velocemente i blocchi nella mia testa e si incastravano perfettamente scomparendo fino a che mi fu chiaro:  avevo compreso quanta cattiveria  aveva mosso nei  miei confronti la donna che mi aveva partorito.
La chiamo così perché è ciò che ha fatto. Mi ha messo al mondo ma non aveva gli strumenti per essere genitore e nessuno, dico nessuno se ne è accorto.
Sembra impossibile che gesti e parole di un lontano passato pesino così tanto sulla psiche di una persona da condizionarne la vita e modificarne le scelte.
Un bambino nasce, cresce, ha un modello, la sua famiglia. Non sa che tutto può essere diverso, crede che in tutte le case succedano le stesse cose.
Immaginavo che  in tutte le case volassero piatti e oggetti non meglio identificati. Pensavo che tutte le mamme passassero il tempo con una vestaglia rossa o a dormire o a guardare la tv e che tutti i papà uscissero da soli la sera. Capitava spesso di essere svegliata da grida e avevo paura,  mettevo la testa sotto le coperte e con una torcia leggevo le lenzuola che mi avevano comprato con i fumetti di Alan Parker oppure facevo finta di essere una archeologa che stava strisciando in un cunicolo per cercare un importante reperto, forse una risposta.
Giorno e notte ero sempre in allerta. Poteva succedere di tutto in qualsiasi momento, mia madre era una mina vagante pronta ad esplodere.. Bisognava pesare le parole, camminare in punta di piedi come sulla sabbia bollente, passare inosservati perché se avessi sbagliato il suo narcisismo avrebbe potuto ferirmi come una lama che entra ed esce dalla carne.
Io ero una bambina furba, o forse il terrore mi aveva portato a tenere i livelli di guardia altissimi e riuscivo a controllarmi  e fuggendo con la mente in  luoghi che abilmente avevo edificato  evitavo nella maggior parte dei casi le botte. Mio fratello, più piccolo, non aveva capito che per sopravvivere avrebbe dovuto non reagire, non sfidarla. E così veniva picchiato con la cinghia, le mani,  le prolunghe, gli zoccoli di legno, ma nessuno di noi l’ha denunciata ed è un rimorso che pesa.
La nausea ora mi sale a ricordare, ma ero piccola anche io.
Il mio primo attacco di panico l’ho avuto in gravidanza e poi l’ansia generalizzata è diventata una scomoda compagna di viaggio, invadente e insistente.
Ne ho fatte di sedute dallo psicologo ma non so quanto abbiano inciso sulle mie scelte, ma oggi come oggi sono fiera del mio percorso, dei miei successi ma anche dei miei sbagli perché la coerenza mi ha sempre guidato e se ho commesso degli errori ne ho pagato le conseguenze ma non mi sono mai nascosta ne’ ho finto di essere quella che ero e che sono.
Ho vissuto momenti devastanti ed esperienze dolorose come penso la maggior parte degli esseri umani ma la sofferenza non mi ha mai fatto diventare cattiva o invidiosa né capace di umiliare o denigrare ma anzi  ha amplificato la capacità di capire il prossimo, di non giudicare senza sapere, di percepire il dolore anche quando non è mio.
Forse è un pregio, forse una condanna.
A volte mi domando se la mia vita avrebbe preso un’altra strada se avessi avuto una madre diversa e non una donna che come una radice di quercia, invasiva e competitiva, ha soffocato il mio itinerario. Però amo il mio carattere  e i miei valori e apparirà strano ma è proprio mia madre che devo ringraziare.
Si dice “Date a Cesare quel che è di Cesare” e io voglio e devo riconoscere che pur razzolando male Sonia ha sempre predicato bene. Sonia, non avevo ancora detto il nome di mia madre quasi come se  alludere invece che esplicitare potesse sopire tutto il feroce dolore. 
Faccio tesoro dei momenti positivi impressi nella mia memoria. Appassionata di cinema mi ha trasmesso questo ardore per la decima musa e una delle pochissime cose che mi mancano di lei sono le serate passate a guardare vecchi film o a farci domande su attori, colonne sonore, premi e storia della cinematografia.
Mi ha sempre spronato a leggere tanto e questo mi ha aiutato molto, mi ha reso curiosa di tutto e mi ha permesso di diventare colta e capace a destreggiarmi nei meandri della burocrazia, poichè chi ha la conoscenza si protegge dai raggiri.
Nonostante la sua bipolarità, la sua personlaità borderline il suo egoismo, insieme a mio padre, mi ha sempre insegnato a non discriminare per motivi di razza, sesso o religione e questo sapere acquisito io l’ho trasmesso a mio figlio.
Ma allora qualcosa di buono, qualcosa da non seppellire, qualcosa da salvare c’è, non è tutta spazzatura e io devo crederci, mentre scrivo, mentre rammento riaffiora come un profumo, forse quello della sua pelle che ho nascosto in fondo al cuore come si racchiude un’essenza in un’ampolla.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” cantava De Andrè.
Sarà un caso che mi chiamo come un fiore? Forse è stato il suo unico  tributo d’amore perché io un giorno potessi rinascere mettendo via per sempre quel vuoto che troppo a lungo mi è stato accanto.

Il vuoto accanto testo di Dalia Goodlife
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