Romanzo a puntate: VII puntata

scritto da tellina
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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Autore del testo tellina

Testo: Romanzo a puntate: VII puntata
di tellina

Ma tagliamo corto e diamo la parola a Tommasina Casule.

E’ la notte dei santi. Spetta sempre a me apparecchiare la tavola per i defunti. La tovaglia a quadri. Un piatto e un bicchiere per ogni morto della casa. Un recipiente colmo di pastasciutta e un altro pieno di castagne bollite al centro della tavola. Niente posate, perché è meglio non lasciare forchette e coltelli in mano ai morti.
E stanotte Filomena non si decide ad andarsene. Mia sorella abita qui di fronte, nella casa che le ha lasciato il marito. Non ne vuole mai sapere di andare via perché ogni notte il suo appartamento è visitata dagli spiriti, che rovistano i cassetti della biancheria, sbattono le stoviglie, levano i quadri dai chiodi. Un fracasso che non la lascia riposare. Nella notte dei santi le anime della casa di Filomena sono sempre particolarmente agitate e dormirci è impossibile.
Mi chiedo sempre come faccia mia sorella a sentire l’andirivieni degli spiriti, dato che è sorda come una campana.
Stanotte non c’è solo Filomena che non vuole ritornare a casa sua. Caterina, la nostra nipotina, se ne sta accucciata in grembo di mia sorella Giovanna:
- Milindremi, milindremi! –
sussurra per essere coccolata.
- Andiamo, Caterina – le dice Peppa– che se facciamo troppo tardi donna Antonia si adira. –
- Non ci torno a casa, nonna Antonia non apparecchia mai per i defunti.-
- Matta sei? E a quale morto dovrebbe apparecchiare? A donna Iolanda, forse? Alla prima moglie di tuo nonno? Così quella ritorna dal Paradiso e se la vede accomodata nel suo letto? … Tua nonnastra Antonia è furba. A invitare a cena donna Iolanda non c’è arrivata ancora. Le conviene lasciarla dov’è con gli altri morti. – le risponde Giovanna, sempre pronta di lingua.
- Già le basta quello che le ha apparecchiato una volta con le pastiglie viola ….. - aggiunge Peppa, segnandosi.
- E zitte. Che non sono cose da dire davanti alla bambina. – le interrompe Filomena.
Come ha fatto Filomena, sorda com’è, a sentire cosa si sono dette Peppa e Giovanna? Non hanno neppure alzato la voce. Ma ora che ci penso, come ho fatto anche io, Tommasina, la sorella zitella, sordastra fin dalla nascita, a sentire distintamente tutte le loro parole? Forse che, nella notte dei santi e dei morti, i sordi ci sentono?
Intanto Caterina, in grembo a Giovanna, piange. E’ stanca, la piccolina, con tutti quei compiti del maestro Zoroddi, e ogni pomeriggio le tocca pure salire al cimitero a pulire la tomba di quel catarroso di Don Pietro.



Il sole è tramontato. Il palazzo in pietra basaltica della famiglia Casule ha assunto un’aria cupa. Oggi non ho pranzato. E’ ora di ritornare a I tre merli. Cosa avrà preparato stasera l’ostessa per cena?
Strada del ritorno a passi larghi e lenti, mentre penso alla stesura definitiva del romanzo: non sempre il manoscritto prosegue seguendo l’arco cronologico. Talvolta la storia abbandona la bambina Caterina di cui parla la vicenda e salta direttamente a donna Caterina, ormai vecchia, rinchiusa nelle tre stanze del palazzo dei Tugia affidata alle cure Olga del Volga. Per il momento ne prenderò nota e più tardi deciderò se trascrivere o meno questa parte nella redazione definitiva.


Direttamente dal manoscritto di Olga del Volga


Donna Caterina appoggia la schiena sui cuscini bianchi della poltrona in vimini. E’ stanca. Olga, la badante, le sistema meglio un altro cuscino dietro il capo.
L’osteoporosi ha rosicchiato a una a una le vertebre della vecchia marchesa. Alzarsi in piedi le causa dolori lancinanti. Non ha neanche più voglia di raccontare le sue storie.
Un torpore le invade le membra e risale dalle gambe alle braccia. Si assopisce. La badante le aggiusta il plaid sulle ginocchia ed esce silenziosamente dalla stanza. C’è il bucato da stendere.
Olga, tenendo tra le braccia una bacinella colma di lenzuola e biancheria, sale piano la rampa di scale che portano alla terrazza del palazzo.
In terrazza poggia la bacinella per terra e prima di stendere guarda verso occidente. In lontananza il mare. Nel pomeriggio di giugno non c’è traccia di foschia, ma il sole, ancora alto sull’orizzonte le ferisce lo sguardo. Olga è costretta a ripararsi gli occhi con una mano.
Davanti a lei, in lontananza, la baia. Alla sua destra e alle sue spalle la montagna che sale fino a mille duecento metri. Da Vùlcheri il territorio digrada verso il mare in colline ricoperte di uliveti.
Nel paese un silenzio messicano. Le persiane accostate per impedire al sole di penetrare nei salotti in penombra. Ogni cosa esiste senza che alcuna presenza umana ne turbi l’equilibrio.
In terrazza le lenzuola bagnate sbattono appena per il leggero scirocco. Olga prende per i manici la bacinella vuota e si riemerge nella fresca oscurità delle scale, attenta a richiudere dietro di sé la porta del terrazzo, perché il caldo non s’insinui nella casa.


Cinghiale a cena

L’ostessa de I tre merli è una donna fenomenale. Per cena offre cinghiale soffritto con cipolla e una foglia d’alloro, cotto nella vernaccia insieme alle olive verdi. Fuoco scoppiettante nel camino.
Comitiva di cacciatori due tavoli più in là.
Sarebbe perfetto se non fosse così perfetto. Così perfettamente rustico e sardo. Perfetto nella sua falsità.
Colgo l’accento dei cacciatori due tavoli più in là.
E’ una comitiva di toscani.
Hanno attraversato il mare per venire a impallinare le nostre quaglie e i nostri cinghiali.
Sono inviperito: la mia ostessa mostra di avere attenzioni solo per loro. Il cinghiale me lo serve un cameriere con un dente sì e uno no. E’ squisito. Il cinghiale. Il cameriere mi rifiuto di assaggiarlo. E’ indigesto allo sguardo.
E’ indigesto anche il braccio che quel toscano ha messo alla vita della mia ostessa, trattenendola vicino a lui per farle i complimenti. Per il cinghiale. O per il panorama scolpito dal chirurgo plastico. Autentico panorama sardo di donna di Vulcheri a tutta vista, considerando che il cacciatore toscano è seduto e l’ostessa in piedi, con il busto lievemente reclinato verso di lui.
Per stasera non mi spetta nessuna occasione boccaccesca con l’ostessa.
Appena finito di cenare salgo in camera a lavorare sul manoscritto di Olga del Volga.
Per consolarmi dell’ennesima notte solitaria lascio parlare Caterina.

(Il seguito all'ottava puntata)
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