Oggi è il mio compleanno. Venticinque anni. È un’età strana: conosco tanti venticinquenni che si fanno rimboccare ancora le coperte dalla mamma e non sanno fare un piatto di pasta, ma tanti altri che, per le esperienze di vita che hanno vissuto, potrebbero benissimo compiere i cinquanta domani. Io mi ritengo più appropriato per la seconda categoria.
Aspetto questo giorno da tempo, ho passato intere notti – ultimamente dormo poco – a fantasticare su come avrei voluto festeggiare: a casa o fuori, con tutto il gruppone di amici o solo con l’élite dei più stretti, con la giusta quantità di alcolici o svuotando il reparto dell’Esselunga e fermandomi sull’orlo del coma etilico. Ad ogni modo, voglio che sia la giornata speciale di cui ho la sceneggiatura in testa, che solo Scorsese potrebbe capire.
Ho paura di deludere le mie aspettative. Avete presente quando state organizzando l’ultimo dell’anno da più di un mese e con gli amici vi ripetete ogni giorno che sarà una serata epica, con l’alcool che scorrerà nelle vene al posto del sangue eccetera eccetera? Finché non arriva il 31, la serata non decolla, così aumenti le dosi di alcool ma non si sa perché quella sera sei immune agli alcolici, arriva la mezzanotte e ti senti sobrio e un po’ triste, deluso più che altro, ma dici a te stesso che c’è ancora tempo – la notte è giovane, dopotutto – così riprovi con la via dell’alcool ma il tuo corpo non ne vuole proprio sapere, pensi a perché non hai mai deciso di drogarti e c’è un momento in cui sei in bilico fra il «quanto avrei voluto» e l’inconscio che ti grida «COGLIONE, NEANCHE PER SCHERZO!». Fatto sta che arriva il momento di chiudere gli occhi, un po’ per necessità e un po’ perché vuoi che la serata finisca il prima possibile. Poi ti svegli e pensi che in un qualsiasi martedì di agosto ti saresti sballato molto di più.
Ecco, ho paura che finisca così. Ma voglio pensare positivo, so che stavolta sarà tutto diverso. Il copione è pronto.
Ho deciso di festeggiare a casa, con l’élite e giusto qualche special guest in più, quantità di alcolici nella norma – ho voglia di godermi la serata e avere ricordi precisi, più che altro. Ci siamo trasferiti da poco e casa nuova mi sembra molto più adatta della precedente per ospitare una festa: è una semi indipendente su due piani e non un appartamento all’ultimo piano, ha un giardino e una dépendance in caso ci volessimo trasferire se si andasse per le lunghe, ha una cucina all’avanguardia che mi aiuterà nella preparazione dei viveri e una grande sala con camino che diventerà location ufficiale come il salone della villa del Grande Gatsby.
È un marzo abbastanza freddo, per cui forse il camino potrà tornarci utile. Devo ricordarmi di togliere cornici, soprammobili, vasi e tutto quello che può cadere vittima della “molestiadaalcolismo”. Sono ancora le 11, ho tutta la giornata per preparare, ma in queste situazioni sembra sempre che il tempo voli ancora di più.
Ho chiesto una mano a mia sorella, che è da sempre il boss delle feste. Impeccabile, non ricordo una festa che non le sia riuscita a modo. Abbiamo deciso di fare le lasagne al ragù, non il più veloce dei piatti ma probabilmente il migliore per riempire le pance e rendere tutti felici – questo è uno dei capisaldi della “teoria della Boss delle feste”.
La sala è pronta, gli oggetti a rischio estinzione sono chiusi a chiave in una stanza al piano di sopra, il camino acceso ci fa compagnia insieme alla mia playlist di Spotify, “Quello che mi va”, che in questo momento ha la doppia funzione di sottofondo ed espressione del mio stato d’animo.
Il ragù ci mette alla prova. È una bellissima opera d’arte, un’esplosione di ingredienti e colori che potrebbe benissimo far parte di un’esposizione sull’Impressionismo. E non pensate sia facile da fare. Mia mamma faceva un buonissimo ragù, pagherei per risentirne il sapore. Spero che il nostro sarà all’altezza.
Mentre il nostro amico cuoce – più tempo resta sul fuoco, meglio è – impostiamo tutto ciò che fa parte della fase-aperitivo, ossia la prima parte di festa in cui si dà il benvenuto agli amici e si aspettano i ritardatari, perché non esiste festa in cui non ci siano i ritardatari, farebbe quasi strano. Ma l’attesa di chi è in ritardo diventa quasi piacevole di fronte a un bello spritz e a qualcosa da stuzzicare – la Boss ha pensato proprio a tutto. Come dicevo, il tempo vola e l’ora X sta per arrivare, le lasagne sono già nella teglia, pronte per essere infornate, e la tavolata per l’aperitivo abbonda di cibo. Manca solo il bere, ma quello si tira fuori all’ultimo. Una doccia al volo e poi si parte.
Mentre l’acqua bollente mi scivola sul corpo, d’istinto chiudo gli occhi e incrocio le dita, forse per scaramanzia, forse perché vorrei davvero fosse tutto perfetto. Sussurro qualcosa che neanch’io riesco a decifrare. Non mi avevano detto che i venticinque portassero alla follia.
Sto finendo di asciugarmi i capelli ed ecco che suonano alla porta: ci siamo. Poche altre volte sono stato così teso, ma è una tensione strana, da farfalle nello stomaco. Mi ricorda quella volta in cui sono salito sul palco del teatro per il mio primo saggio di musica, quando ho iniziato a suonare la batteria. Avevo sei anni, oggi ne ho venticinque, ma giuro che le farfalle potrebbero essere benissimo figlie di quelle di diciannove anni fa. “Diciannove anni fa”… rabbrividisco al pensiero, ma forse è perché non vedo più la fiamma nel camino. Aspetta che la alimento.
I primi ad arrivare sono gli amici di sempre, puntuali e con il sorriso stampato in faccia. Non li ho scelti a caso i miei compagni di vita. Dopo mille abbracci e baci di buon compleanno, passiamo alle cose formali: stappiamo tre o quattro birrette e le facciamo girare. Non passa molto tempo prima che arrivino gli altri e questa cosa mi rende felice. È il momento di tirare fuori tutto l’occorrente per lo spritz e di dare il via al banchetto. Conoscendo i ragazzi, immaginavo che il cibo sarebbe durato meno di un quarto d’ora, invece stavolta andiamo per le lunghe e dopo tre quarti d’ora c’è ancora un sacco di roba da mangiare. Un anno fa probabilmente sarebbero rimasti solo i vuoti delle birre e i noccioli delle olive. Bravi ragazzi, stiamo crescendo tutti.
Nel frattempo, ho infornato le lasagne senza dirlo a nessuno. Ho deciso di fare una sorpresa, sperando gradiscano. Arriva un profumo piacevole in sala e qualcuno prova a ipotizzare su ciò che chef Filippo può aver preparato questa volta. E proprio nel momento in cui sto tirando fuori la teglia dal forno per rivelare la sorpresa, suonano al campanello.
E chi sarà ora? I ritardatari sono già arrivati, mi ripeto la lista di invitati in un secondo, nel tragitto che va dalla cucina al citofono, ma proprio non riesco a capire chi manchi all’appello.
«Sì?»
«Siamo noi.»
«Noi chi?»
«Apri, deficiente. SORPRESA!»
Non sarebbero potuti arrivare in un momento migliore. Ora che stavo per fare io la sorpresa ai miei commensali, loro hanno fatto la sorpresa più bella a me.
Eccoli lì, in ritardo. I ritardatari più belli che abbia mai visto. Fossero sempre così i ritardi, allora vorrei vivere una vita in ritardo. Valentina, Martina e Stefano si sono messi d’accordo per venire rispettivamente da Torino, Nizza Monferrato e Sestri Ponente. Una macchina unica, una macchina piena d’affetto per me.
Ora ci siamo davvero tutti.
È una di quelle serate in cui vorresti poter metter in pausa per avere due-tre ore in più da goderti, una di quelle serate che vorresti vivere e rivivere un’altra volta. Le chiacchiere davanti al camino, i momenti in preda all’euforia in cui tiri fuori la sbronza incredibile dell’estate 2013 e ridi fino a perdere i sensi, le piccole cose che scopri parlando con le persone che pensi di conoscere da sempre ma che non sai di dover ancora conoscere nei loro angoli più segreti.
È la serata perfetta, vedo mia sorella e i miei amici felici e non potrei chiedere di meglio. È andato tutto esattamente come avrei voluto e non mi stanco di ripeterlo a tutti. Le lasagne erano perfette e mentre finisco l’ultimo boccone rivolgo un sorriso verso l’alto.
Quanto sono felice, oh sì, sono decisamente tanto fel…
Ho appena aperto gli occhi. Sono nel mio letto di Siviglia, siamo in piena emergenza sanitaria e hanno cancellato tutti i voli. Non sono mai tornato a casa per festeggiare.
Felicità effimera testo di unragazzonormale