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Momenti morti colmi di vita. L’esistenza ne è piena. Ne è piena anche questa mia piccola esperienza balinese. È sempre più un inno alla vita. Ogni anno che si sfoglia si fa curiosamente più colmo.
Ogni dettaglio si fa mistero. Ogni domanda un’opportunità per lasciare andare qualunque risposta. Ogni giudizio un invito a ricordare ciò che è vero. Ogni vita che mi attraversa è una conferma di un’umanità condivisa: umani confusi ma meravigliosi, impauriti da una vita che troppo in fretta si sbriciola. L’universo è un luogo affollato, e allo stesso tempo un arcipelago di solitudini. Come noi, del resto.
Si può vivere d’intento piuttosto che di petto.
Lawrence Kasdan scrisse “Essere uno scrittore significa avere i compiti a casa ogni sera per il resto della tua vita."
Sono davvero uno scrittore? È una di quelle domande che offrono la grande opportunità di lasciar andare la risposta.
“Essere uno scrittore” è l’ennesima etichetta? Non lo sono forse ora, in questo preciso istante, uno scrittore?
Scrittore significa essere osservatore. Osservatore lo sto diventando. Sto reimparando ad osservare.
Ogni giorno un nuovo contorno, ed io sul bordo che osservo il fondo.
Essere scrittori: avere compiti ogni sera per il resto della propria vita. È qualche sera che i compiti li salto. Mi sciolgo nella notte di nubi, ma senza nubifragi. Essere scrittore è osservare me che lotta contro me e, come reazione, prendere appunti invece di prendere parte.
È vero, non sto facendo i compiti la sera.
No yoga. No scrittura. E di giorno mi muovo con umana andatura, piccolo in un mondo di tantissime forme. Vorrei infinita ispirazione… ma è poi essa che ci rende scrittori? Trovo quotidiana ispirazione nei movimenti di vita, nella ripetizione di un altro piccolo miracolo.
E allora eccomi a fare il mio compito serale. Una pagina, un’ultima pagina prima della pratica. Poi mi accoglierà l’oscurità, e dentro questo corpo affonderò, e insieme a un’altra notte mi scioglierò.
Ma non ancora.
Mi tengo ancora questa penna come fosse un pennello e, con le parole, dipingo questa minuscola porzione di cielo balinese: nuvole che ai miei occhi appaiono immense e che sono invece quintessenza della fugacità. Si riempiono di indaco, rosso e arancio mentre un altro giorno decade. E io lo bevo fino all’ultima goccia. E con esso decado anch’io, nell’accogliente buio.