....alla fine

scritto da flavia
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo flavia

Testo: ....alla fine
di flavia

..alla fine, sapevo da dove veniva il dolore..dalle mie sudate carni. Era lì, pronto per essere vissuto. Non grondava, non sporcava. Era una linea dritta e rossiccia che divideva la mia mano dal mio braccio. Non ho avuto il coraggio di andar oltre. Sarebbe stato difficile da nascondere. Non avevo intenzione di morire, ma solo di farmi del male. E quindi premevo. Premevo forte affinché la pelle cedesse e la lama penetrasse. Nulla di più. Odio affettarmi come un prosciutto.
Speravo rimanesse la cicatrice. Ogni volta che il mio sguardo fosse caduto, per sbaglio, sul mio polso avrei ricordato quel dolore. Ma la mia pelle, come la mia mente, si rinnova in continuazione. Ho dimenticato quel dolore e, la pelle, le sue cicatrici. Ma non dimentico quella lama che mi penetra. Né la mia volontà di trovarne una, nell’astuccio di scuola. Il taglierino che mi diede mio padre. La paura di essere scoperta, che qualcuno bussasse alla mia porta e la paura di non essere interrotta. Finalmente protagonista di qualcosa. Qualcosa che potevo controllare, che provenisse da me, che aveva un’origine conosciuta e non un sentimento caduto dal cielo com’ero abituata a vivere. Ero io che comandavo. Ero io che premevo, che decidevo fino a quanto potevo spingermi e spingere. Il dolore che provavo era solo mio, non era dettato da paure irreali, preoccupazioni infondate e la paranoia. Quel dolore mi apparteneva perché ne ero io l’autrice. Ma il dolore è dolore e il mio corpo si ribellava a questa pena auto inflitta. Così, dopo un po’, mi fermavo. Mi sentivo un’inetta perché non ero abbastanza decisa da andare avanti, per spingermi oltre. La paura di provocare qualcosa d’irreparabile c’era. Ero incompleta. Come un kamikaze che ci ripensa all’ultimo minuto. Dovevo continuare, la mia intenzione era proprio quella, ma non ne avevo il coraggio. Avevo tutte le carte in regola. Nella mia testa mi prospettavo la mia salvezza con la morte, attimo per attimo.
Nel fermarmi mi rimproveravo di essere una codarda, non avevo né il coraggio di vivere, né quello di morire. Avevo la capacità di stare, ero in stallo. La paura mi bloccava sia in un senso sia nell’altro. Il dolore era la giusta punizione per la mia incapacità di morire.
Rimettere il taglierino a posto e utilizzarlo per scopi meno mortali, è un’ipocrisia bella e buona, ma andava fatto per il bene delle apparenze. Perciò creai il mio strumento di morte. Almeno era questa l’intenzione. Rompi un rasoio, almeno le parte di plastica che rende la testina sicura, in modo tale da tener esposte le lame. Ci provai, più volte ma l’unico risultato che ottenni fu quello di buttare il rasoio. Ero riuscita a condannare all’inutilità d’uso anche un rasoio.
Questo gesto e anche questo, divenne quasi abituale. Quando litigavo con una cara amica, quando sentivo i problemi dei miei genitori, quando mi sentivo trattare come un burattino, andavo giù di taglierino. Non ci provavo gusto, ma era, almeno mi sembrava, l’unico modo per star meglio e anche peggio. La mia dipendenza dagli altri, dagli umori degli altri, dal potere che io pensavo avessero su di me gli altri, andava reciso alla radice, alla radice della vita.
Pensavo fosse la cosa più giusta da fare. No, la cosa più giusta da fare era aprire la bocca e dargli fiato. Era la cosa che mi riusciva meglio, che non implicava vivere, ne sopravvivere. Ma in quei momenti, era quasi liberatorio provocare dolore. Non avrei fatto male a una mosca, perché poi? Su di me, invece, il dolore aveva una forma, un nome, una conseguenza.
Oggi, ora..sento che forse cambia qualcosa. Oggi scrivo questo per farlo leggere a qualcuno, per dimostrare che anch’io ho avuto una vita non facile, c’è stato qualche dolore anche se provocato da me. Assurdo ho dovuto cercarlo il dolore. Che patetica ragazza! Ma in quel momento era necessario scovarlo. Era necessario perché a posteriori tutto prende una forma, tutto ha un senso e diventa forse più chiaro, forse più reale. In quel momento sentivo solo il dolore, ma era così assurdo ciò che facevo che non mi pareva vero. A volte dubitavo di ciò che era successo. Se poi ci metti che non rimaneva più alcuna traccia. Poi ho usato la corda. Mi fustigavo. Come un prete colpevole di un atto di adulterio nei confronti dell’amore della madonna.
I miei pensieri sono guidati da una canzone. Nel silenzio della mia mente non riesco a concentrarmi, a ispirarmi. Scrivo sotto dettatura del dio della musica. Ma va bene. Cos’altro posso dire. Non mi dispiace di ciò che ho fatto. Mi caratterizza, ed è un gesto estremo fatto da me. Sono poche le cose concrete fatte da me, quelle che mi ricordo dico. Ora mi vorrei far di nuovo male. Saprei da dove viene questa sonnolenza e tristezza che non mi molla. Ma ho capito che sbaglio. Era pieno di libertà il mio atto estremo. O dolore o senza. Così netta la differenza che non potevi sbagliare. Ma non mi gustavo il momento, non godevo di quel dolore. Come avrei potuto, era dolore. Un dolore così leggero, non penetrante. Così debole, senza un prosieguo. Rapido e fastidioso come qui taglietti che ti fai con le pagine dei libri nuovi. Era più un fastidio. Si, un fastidio. Dovevo dare voce a quel fastidio che si era annidato nel mio collo, sotto la mia nuca. Avevo finalmente una valvola di sfogo, di uscita. Ma non so da quale parte del mio corpo entrasse. Forse la mia testa ha qualche buco che non sento. Forse in alto in alto, dietro dietro c’è un buchino. Da lì passano tutti i miei fastidi. Io lì faccio uscire dalle braccia.
Di queste cose non le faccio più. Ma la paura non cambia. Se prima mi rifugiavo nelle mie braccia, ora dove posso rifugiarmi? La mia testa ha un buchino. C’è corrente e tutti i fogli mentali che mi appunto volano via. Mi ritrovo con nessun ricordo e tutta una giornata da affrontare. Infatti ora non ricordo più neanche cosa scrivere. Assurdo. Vorrei avere un sapore dolce in bocca. Una coca-cola fresca. Ah ecco … la paura. La paura non cambia. Come un blocco di ghiaccio ti congela, immobile non fai nulla. Spesso dai un nome a queste cose. Paura del palcoscenico, paura degli altri, paura delle malattie, paura di invecchiare, paura di ingrassare. Potrei continuare per ore, e le paure non finirebbero. Ha mille facce e si rinnova sempre, la puttana. Scusate. Questa ti incapsula e non ti molla. Ti avvolge come una benda. E’ più sottile di un filo di ragnatela ma più resistente di un cavo d’acciaio. Quando ti punge col suo veleno, senti un formicolio addosso. Brividi di freddo li chiamano. Brividiiii Brrrrivviidiiididiiii. Ti percorrono tutto il corpo. Senti caldo all’improvviso e poi freddo. Le mani sono sudate, e incominci a pensare che hai le mani sudate, anche le ascelle saranno sudate, che stai sudando e che fai sicuramente schifo proprio perché sudi. La paura ti porta alla paranoia. La paranoia ti porta ad essere scontroso perché hai paura o mansueto perché hai paura. E’ una scelta. O spaventi per primo o ti consegni ai tuoi carnefici. Quando ai paura il tuo cervello si rimpicciolisce, e pensa due cose: Scappo o fingo di essere morto? Spesso i più scaltri scappano. Sono i velocisti della paura. Corrono corrono come se avessero la morte alle calcagna. Scappano a perdifiato, senza voltarsi, col il fianco dolorante e il fiato corto, cortissimo quasi non c’è più. Corrono, dritti nel buio. Sicuramente ci sarà qualcosa di più sicuro al di là. E’ libertà quella che esprimono. Libertà di piegare il proprio corpo a proprio piacimento, per loro volontà. Si muovo fino allo stremo delle forze. L’obiettivo è: correre per trovare un posto migliore, più sicuro. Si muovono come se una forza li guidasse. Alla fine trovi il posto più sicuro del mondo. Anche lì ti rintani, ti chiudi, ti rannicchi. Aspetti che passi la tempesta, aspetti che cambi il tempo e sorga il sole. Aspetti.
Diversamente si comportano coloro che fingono di morire.
Sono tipi mansueti, volutamente e dovutamente calmi. Ma solo apparentemente. In realtà sono narcotizzati. Se c’è un pericolo, perdono la parola di punto in bianco. Il loro corpo si irrigidisce. Sono lì, immobili, come statue di cera. Anche il loro cervello è bloccato. Ogni arto del loro corpo è incollato al corpo. Non riescono a far altro che guardarsi attorno. Come imprigionati un una bara di cristallo, perfettamente sagomata su se stessi. Gli altri parlano, ma loro niente. Fermi, impalati come chiodi nel legno, non si spostano di un centimetro. Per loro parlare diventa quasi impossibile e pensare di parlare, è ancora più difficile. Il loro corpo è, in parte, spento. Come fai a rianimare un corpo spento? Non sono presenti a se stessi, sono presenti fisicamente al mondo. Forse, anche loro, con la mente scappano via. Corrono verso gli angoli, le cantine, i cunicoli, gli scantinati della mente, che nessuno conosce. Si rintanano. Riflettere, articolare un discorso diventa difficile, ma sforzandosi di parlare, di emettere un vagito, un mugolio, qualcosa esce fuori. Forse anche qualche parola di senso compiuto. Ma ti accorgi che quella parola l’hai pronunciata nella tua testa. E nessuno ti sente. Ora che capisci di saper parlare, parli e parli. Fai mille discorsi e noti che la tua parlantina non è cambiata, anzi è più veloce. Tutto è più veloce. I pensieri, le parole, le idee, i ragionamenti, tutti va alla velocità della luce. Ma dall’esterno, sembri un bradipo che non si muove. Come un procione morto sull’asfalto. Puzzi di paura, di vergogna, di quel sentimento che ti fa dubitare anche dell’aria che respiri e se respiri davvero. Non trovi riscontro tra la realtà che vivi dentro di te e quella esterna. Sei sdoppiato. Questo accresce in te una rabbia, che non esplode. Allora aumenta e aumenta. Dall’esterno ti esortano a parlare. Tu non ci riesci ma la rabbia dovrà uscire in qualche modo, o no? Deve uscire o ti marcirà dentro, rovinando tutto. Cosa fare? Il cervello va in tilt. Dimentica di essere il cervello di un essere umano e diventa quello di un animale. Vivo o morto. Ma l’evoluzione ha fatto passi da gigante. Quindi quel vivo o morto, si trasforma. Diventa dolore su di te o su di me.
Dove lo vuoi il tuo dolore? C’è un ampia scelta.
Dove fa più male, così posso sentirlo,
dove possa vederlo, così potrò goderne,
dove è più facile da scovare perché in questo continuo pensare l’unica cosa che può fermarmi sono le parole, calde, dell’altro.
....alla fine testo di flavia
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