- L'oro dei templari -

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Racconto scritto dieci anni fa. Caccia al tesoro dei templari nell'eremo tra i colli piacentini. Buona lettura.
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Testo: - L'oro dei templari -
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L’oro dei templari

«I monaci son piccoli uomini», esordì Alberto, filologo medievalista e amico di Erminio, indicando l’ultima riga in latino della pergamena, vergata in caratteri gotici. «Così la tradurrei questa frase criptica che, a mio parere, dovrebbe indicare il luogo dov’è nascosto l’oro.»
«Mah, non lo so…» fece Erminio, seduto di fronte a lui. «La pergamena era nascosta in un eremo di monaci. Forse l’amanuense che la vergò voleva dire altro… magari, dopo essere scampato con altri templari all’ira del re e aver trovato rifugio tra i monti della val Trebbia, intendeva mandare qualche altro messaggio… non so, tipo… tipo… tipo…»
«Tipo: “Caro Filippo il Bello, non avrai il nostro oro!”», lo interruppe ironicamente Alberto, notando che si stava incartando. «No. Il monaco che ha vergato la pergamena, narrando la loro odissea attraverso Alpi e Appennini per sfuggire agli sgherri del re, portandosi appresso l’oro da nascondere in un luogo sicuro dentro o nei pressi dell’eremo da loro stessi eretto, voleva lasciare un segno inequivocabile, ma interpretabile soltanto dagli altri templari che provarono a salvarsi sparpagliandosi tra i monti.»
«E non lo potevano indicare più chiaramente? E poi, a quale cavaliere templare che passasse da quelle parti, sarebbe venuto in mente di scendere nella cripta e rimuovere una pietra dal muro per scovare la pergamena?» si chiedeva Erminio, osservando la carta ingiallita e i caratteri sbiaditi del documento.
«Dimentichi che quella è l’unica pietra con il sigillo dei templari», gli rammentò Alberto.
«Sì, e allora? Messa com’era: nell’angolo più buio, nascosta da una grande vasca di pietra annegata nella pavimentazione e addossata alla parete, nessuno, nemmeno i monaci guerrieri avrebbero potuto immaginare che si potesse trovare là dietro.»
«Se l’hai immaginato tu, che non conti nessun templare fra i tuoi avi, lo avrebbe potuto fare facilmente qualcun’altro che non era capitato lì per caso. Ti pare?» obiettò con una punta d’ironia Alberto.
«Sarà!» fece Erminio, guardando l’orologio. «Ora devo andare. Ti lascio la pergamena, tu cerca di capirci un po’ di più. Domani passo a prenderti e andiamo lassù a vedere di risolvere il mistero.»
«Proverò a interpretare la parte centrale: quella più sbiadita e con molte parti illeggibili. Però, prima che ti monti la testa ti devo avvertire che potrebbe trattarsi di una bufala», lo mise in guardia Alberto, cercando di spegnere facili entusiasmi.
«Come? Non comprendo.»
Alberto sorrise, scosse il capo e rispose: «Guarda che i templari non erano mica stupidi. Potrebbero aver seminato false tracce per sviare ladri o dilettanteschi cacciatori di tesori nascosti».
«E’ una bella sfida!» osservò Erminio, gonfiando il petto. «Voglio proprio vedere se due dilettanti riusciranno a fregare i mitici cavalieri templari. Tu fatti trovare pronto domani alle nove.»
«Vediamo un po’…» fece Alberto, sfogliando l’agenda, «domani pomeriggio devo essere a Chiavari… Diciamo che, evitando l’autostrada, potrei essere di strada… Okay, sarò della partita! Facciamo così: tu passa da me alle otto, io ti seguirò con la mia macchina, poi proseguirò per Chiavari. Male che vada, prima di calare verso il mare, trascorrerò una buona mezza giornata respirando un po’ d’aria pura», concluse battendo le nocche sulla scrivania, prima di salutare l’amico.

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Quando l’agente immobiliare gli aveva mostrato l’eremo tra i monti, Erminio Spagnoli aveva tirato un bel sospiro. “Molto meglio che dalle fotografie, il legname è ancora in buono stato”, aveva pensato, guardando i falsi puntoni da sotto la gronda e poi le capriate a vista appena messo piede all’interno dell’eremo; realizzando che non dovendo sostituire capriate e grossa orditura la ristrutturazione sarebbe stata più semplice e meno onerosa.
Così, dopo essere sceso con una torcia elettrica nella cripta e aver buttato un occhio alle volte in pietra del soffitto, aveva concluso l’affare; acquistando l’ennesimo immobile da ristrutturare tra i colli piacentini.
Tramite l’impresa edile di cui era titolare, aveva già acquistato, ristrutturato e venduto con ottimo profitto una decina di cascinali. Ed era sicuro che anche l’eremo, dopo averlo sistemato, sarebbe riuscito a piazzarlo facilmente a qualche ricco professionista desideroso di trascorrere qualche fine settimana di relax a un tiro di schioppo dalla città.
Dopo aver rogitato, prima di mostrare l’immobile all’architetto che avrebbe dovuto sovrintendere alla ristrutturazione si era portato lassù l’autocarro, il piccolo gruppo elettrogeno per illuminare la cripta, la scala estensibile in alluminio e quattro operai per ripulire sia le sterpaglie all’esterno che il materiale di varia natura accatastato all’interno.
«Erminio, vieni a vedere!» aveva esclamato dalla cripta un operaio.
«E’ bellissima», aveva convenuto lui, accarezzando la pietra rosata di quella specie di vasca. «Se riusciamo a toglierla da lì, me la porto a casa e la piazzo in giardino.»
«E’ affogata nel pavimento», gli aveva fatto presente l’operaio, scuotendo il capo dopo aver assestato qualche colpo di scalpello alla base.
Ermino non si era lasciato scoraggiare dal piccolo imprevisto: voleva quella vasca e l’avrebbe ottenuta a costo di perderci l’intera giornata. «Chiama gli altri, senza questa non ce ne andiamo da qui!» aveva annunciato all’operaio, battendo la mano sulla pietra.
Avevano impiegato un’ora buona per smuovere il manufatto (un parallelepipedo lungo novanta centimetri, largo cinquanta e alto altrettanto) e un’altra mezz’ora per salirlo dall’angusta scala della cripta e poi sistemarlo sopra il cassone dell’autocarro.
Mentre i quattro operai si stavano dannando sui gradini di pietra, lui, puntando il proiettore alogeno all’intorno, ispezionava la cripta.
«Che roba è?» si era chiesto, osservando la pietra con inciso il simbolo dei templari nell’angolo basso della parete dove prima c’era la vasca.
Toccandola si era accorto che si muoveva leggermente, allora aveva preso scalpello e mazzetta da terra e, togliendo la rara malta dagli interstizi, l’aveva liberata. Poi, forzando ai lati con lo scalpello, l’aveva staccata dal muro. «E questo?» si era chiesto stupito, puntando il proiettore alogeno all’interno di un foro molto più profondo della pietra che lo occultava.
Inserendo con circospezione la mano ne aveva tratto un contenitore cilindrico in cuoio. Trattenendo il fiato aveva aperto delicatamente il coperchio. «Una pergamena. Dev’essere molto antica… magari può valere qualcosa. La mostrerò ad Alberto, lui mi saprà dire», aveva tirato le somme, osservandola dopo averla srotolata. Poi, dopo averla arrotolata, l’aveva riposta nel suo contenitore e, dopo aver preso anche la pietra, le aveva messe dentro il suo fuoristrada, riproponendosi di chiamare l’amico una volta rientrato in città.

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«La posizione è stupenda», commentò Alberto, vagando con lo sguardo all’intorno: il piccolo altopiano prativo s’ergeva in mezzo a due verdissime valli.
«Tu dai un’occhiata all’esterno,» intervenne Erminio, indicando l’immobile, «mentre io vado ad accendere il generatore.»
“Testa e spalle ci passano a malapena”, constatò Alberto, osservando le quattro minuscole finestre. «Sei metri», disse dopo aver contato i passi occorrenti per percorrere la parete in tutta la sua lunghezza. Poi svoltò l’angolo e riprese la conta. «Sedici metri!» esclamò una volta raggiunto l’angolo opposto.
Sbagliò di poco: l’edificio a pianta rettangolare misurava sei metri per sedici e mezzo.
Il rombo secco e insistente del piccolo motore a scoppio proveniente dal lato opposto gli fece capire che Erminio, dopo averlo portato all’esterno, aveva messo in moto il generatore; allora, girando attorno all’eremo, raggiunse la porta e penetrò all’interno.
«Erminio!» chiamò.
«Sono nella cripta, vieni!» la voce proveniente da una porticina bassa e stretta si sovrappose al rumore del generatore proveniente dall’esterno.
Alberto, seguendo il cavo del proiettore alogeno, oltrepassò la porticina e scese con circospezione gli alti e stretti gradini di pietra.
«Ecco, la pietra era qua», esordì Erminio, indicando il foro nell’angolo basso della parete.
«E questo dev’essere il segno lasciato dalla vasca», aggiunse Alberto, osservando lo spiazzo di terra scura privo di pavimentazione. «Però, che strano», fece subito dopo, corrugando la fronte mentre si guardava attorno.
«Cosa c’è di strano?» gli chiese Erminio, puntando il proiettore alogeno sulle pareti.
«Non c’è una croce, una lapide, un’iscrizione… Non so, un qualcosa che la identifichi come cripta.»
«Beh, sarà stata la cantina dell’eremo», provò a ipotizzare Erminio.
«Non credo… non credo…», ripeté Alberto con fare meditabondo scuotendo il capo. E dopo un ulteriore sguardo all’intorno gli spiegò che: «La porta, minuscola, non è stata pensata per farci passare delle botti… e la croce incisa sull’architrave di pietra dice tutt’altro. Se poi osservi gli scalini, stretti e ripidi, capirai che non sono stati costruiti per infilarci botti o per salire e scendere vettovaglie».
«E allora, cos’altro può essere?»
«Null’altro che una cripta», rispose Alberto, destabilizzandolo.
«Una cripta vuota!» esclamò sconcertato Erminio, guardandosi attorno. «Ma allora, se non qua dentro, dove diavolo sono stati sepolti i monaci? Se ci fossero state delle lapidi o qualche croce là fuori, pulendo le sterpaglie avremmo dovuto trovarne traccia, o no?»
«Se fossero vissuti qui abbastanza a lungo da lasciarci la pelle, li avresti trovati quaggiù», rispose criptico Erminio mentre, osservando le pietre delle pareti, cercava qualche altra traccia da seguire.
«Potresti essere più chiaro?»
«L’aria è stantia, ammorba i polmoni. Saliamo, tanto quaggiù non c’è più nulla d’interessante», si limitò a dire, iniziando a salire i gradini seguito da Erminio che, tenendo il proiettore alogeno puntato verso il basso, illuminava il percorso. «Usciamo a respirare l’aria pura», aggiunse appena ebbe oltrepassato la porticina di pietra.

«Ora mi vuoi spiegare?» gli chiese Erminio appena furono nel prato.
«Prima spegni quel coso che, oltre a puzzare, fa un casino infernale», rispose, indicando il generatore.
Erminio si allontanò un attimo, spense il gruppo elettrogeno e tornò subitamente da lui. «Ora possiamo proseguire, o c’è ancora qualcos’altro che ti disturba?» gli chiese con un tono scocciato.
Alberto sorrise, si voltò e indicando le pietre dell’eremo rispose: «Devono averlo abbandonato poco tempo dopo aver terminato di costruirlo».
«E cosa te lo farebbe pensare?»
«Non c’è traccia del culto dei morti.»
«E tanto basta, secondo te, a stabilire che hanno abbandonato l’eremo appena terminato!» s’infervorò Erminio.
«Rifletti invece di urlare…» ribatté Alberto, usando il tono calmo e sicuro dell’esperto che non teme d’esser smentito. «Monaci, o templari che fossero, non si sarebbero sbarazzati dei cadaveri dei loro confratelli. Se qualcuno di loro fosse morto quando ancora l’eremo era un cantiere, l’avrebbero degnamente sepolto da qualche parte qui attorno. Ma poi, quando la cripta fosse stata pronta ad accoglierli, avrebbero traslato il corpo, o i corpi, al suo interno.»
«E’ un bel mistero», commentò Erminio dopo una breve riflessione. Prima di chiedere all’amico: «La tua ipotesi, quale sarebbe?»
«Che sentendo sul collo il fiato di chi voleva il loro oro, per non essere costretti sotto tortura a rivelare dove l’avevano nascosto, se ne sono andati prima che gli sgherri arrivassero fin quassù.»
«E andandosene si son portati via l’oro», tirò le somme Erminio, deluso.
«Secondo me…» fece Alberto, aggrottando le sopracciglia. Indicò l’eremo: «L’oro è nascosto da qualche parte, là dentro!»
«E cosa te lo farebbe credere?»
«Ho provato a tirar fuori qualche frase compiuta dai pochi vocaboli ancora leggibili nella parte centrale della pergamena», rispose sornione, tacendosi subito dopo.
«Sì… e allora? Cos’è, una specie di quiz? Sbrigati una buona volta a sviscerare quello che sai!» sbottò il fumantino Erminio, infastidito dall’atteggiamento dell’amico.
«Non arrabbiarti, che poi ti sale la pressione» replicò questi ridendo. Poi si fece serio, sia nel tono che nella postura da uomo di cultura: «Partiamo dall’inizio: da quel che ho potuto capire, quando re Filippo, nel 1307, ordinò l’arresto e la confisca dei loro beni, un buon numero di templari con i loro tesori sfuggirono alla cattura nascondendosi sui monti. Sentendosi braccati compresero che l’unico modo per permettere, se non a tutti almeno a qualcuno di loro, di sfuggire alla caccia spietata degli sgherri del re era quello di dividersi in piccoli gruppi. Così i gruppi, formati da sei, otto templari, dopo aver preso una parte dell’oro s’incamminarono, sparpagliandosi su sentieri diversi; ripromettendosi, una volta al sicuro, di fondare degli eremi atti ad accogliere altri templari che fossero riusciti a sfuggire l’ira del re e, cosa ben più importante, utili per nascondervi l’oro».
«Dunque ci sarebbero altri eremi, con dell’altro oro, tra queste montagne?» gli chiese un interessato Erminio, lanciando lo sguardo lontano.
«Questo non lo possiamo sapere. Potrebbe anche essere che l’unico, sparuto drappello di templari sfuggito alla cattura, fosse quello che ha edificato questo eremo», rispose Alberto, indicandolo. «Ma il bello viene ora: ogni gruppo che fosse riuscito ad erigere l’eremo, oltre a nascondervi l’oro doveva lasciare un messaggio criptato, celato dietro una pietra con il simbolo dei templari, a sua volta nascosta dietro un manufatto all’apparenza irremovibile. Così che, anche dopo la loro morte, se qualche altro templare avesse raggiunto l’eremo avrebbe potuto trovare una parte del tesoro…»
«Bella storia. Ma poi, l’eventuale templare che si trovasse tra le mani la pergamena, riuscirebbe a capirci qualcosa o, come noi, sarebbe qui fuori a grattarsi il crapone senza capirci una beneamata mazza?» lo interruppe in tono sarcastico.
Alberto sorrise. «Se mi lasci terminare, capirai.»
Erminio gli fece cenno di continuare.
«Prima di dividersi si accordarono su vari posti dove poter nascondere l’oro all’interno del fabbricato, e sui messaggi da murare nella cripta, interpretando i quali avrebbero scoperto il luogo prescelto.»
«Geniale, non c’è che dire…» fece Erminio, sgranando gli occhi. Prima di chiedergli: «Non hai trovato qualcosa che potesse indirizzare la ricerca sulla pergamena?»
«Questo no. Però posso dirti con certezza peso e forma dell’oro.»
«Okay, dimmi?»
«Prima di nasconderlo lo fusero per farne tre lamine, dal peso di… tienti forte… dieci chili, cada una!»
«Wow!» urlò Erminio, facendo un rapido calcolo mentale. «Se non ho sbagliato i conti, siamo intorno al… milione di euro!»
«Non ti sbagli!» confermò Alberto.
Erminio rifletté un attimo, poi gli chiese: «La pergamena parla anche delle dimensioni delle lamine?»
«Lo spessore no, o almeno, non si riesce ad evincerlo: purtroppo l’inchiostro in quel punto è svanito del tutto. Quello che posso dirti, è che dovrebbero essere lunghe circa un metro e sessanta e larghe sei, sette centimetri.»
«Delle lame di spada, mi verrebbe da pensare… Ma dove si potrebbero nascondere? Ho perlustrato a fondo ogni angolo sopra e sotto, ma di spade o altre armi nemmeno l’ombra», si chiedeva Erminio, osservando accigliato l’edificio.
«Una lamina si potrebbe anche arrotolare o piegare, per occultarla tra le pietre delle pareti», provò a immaginare Alberto.
«Sì, e secondo te, cosa dovrei fare? Smontare l’eremo, che tra l’altro è sottoposto a vincolo ambientale, pezzo per pezzo e poi rimontarlo?» gli chiese ironicamente Erminio.
«Così va a finire che invece dell’oro ti ritrovi un eremo da ricostruire e una grossa multa da pagare alla sovraintendenza alle belle arti», rispose a tono Alberto. «No, non funzionerebbe!» concluse lapidario.
«E allora? Cosa mi suggerisci di fare?»
«Un’idea ce l’avrei… aspetta», rispose Alberto. E sorridendo sornione si diresse verso la sua macchina, mentre Erminio lo seguiva con lo sguardo.
Aprì la portiera, prese il contenitore di cuoio e tornò sui propri passi. «La pergamena risale al milletrecento, è antica e dunque di valore», esordì, porgendogli il contenitore.
«Sì, e cosa dovrei farci?» gli chiese allora, afferrando il contenitore.
«Io ti suggerirei d’incorniciarla e appenderla in salotto. Faresti un figurone mostrandola ai tuoi ospiti», rispose, trattenendo a stento un moto di riso.
«Di un po’, professorone! Sei venuto fin quassù a prendermi per il culo?!» sbottò Erminio, brandendo il contenitore del prezioso reperto.
«Eh dai, non te la prendere; si fa per scherzare, no?» ribatté Alberto ridendo.
Erminio lo osservava perplesso mentre si allontanava continuando a ridere. «E adesso, dove te ne vai?» gli chiese.
«A Chiavari!» rispose mentre apriva la portiera.
«E l’oro?»
Alberto scosse la testa. «Ma quale oro… se anche ci dovesse essere, come diavolo credi di trovarlo?»
«Interpretando quello che sta scritto dentro la pergamena», rispose agitando il contenitore. «Ho interpellato apposta il gran professorone… ma, a quanto pare, ne sa meno di un muratore!»
Alberto sbuffò, richiuse la portiera e tornò a grandi passi da Erminio. Indicò con l’indice il contenitore cilindrico che l’altro stringeva nella mano destra. «Senti un po’, muratore,» esordì, alterandosi leggermente per la prima volta, «c’ho passato buona parte della notte su quel documento, cercando di capirci qualcosa, ma quella frase è troppo criptica. Tra monaci che sono omuncoli… oppure ometti…»
«I monaci son piccoli uomini», precisò Erminio, rammentandogli la frase che lui stesso aveva decrittato e che ora, complice il momento di nervosismo, non riusciva a rammentare.
«Ecco, appunto, degli ometti! Beh, ti confesso che per me è ostrogoto. La pergamena pare voler narrare per filo e per segno la tragica epopea di un gruppo di templari per sfuggire al patibolo e nascondere il loro tesoro, descrivendo persino peso e forma dell’oro; ma quando arriva al punto topico, se la cava con una mezza frase che sembra buttata lì per sbaglio, quasi fosse un refuso… Un bell’enigma, provaci tu a tirar fuori qualcosa di concreto da un monaco oppure da un ometto, se ti riesce!» concluse infastidito per essere stato interrotto e corretto.
«Monaco! Ometto!» esclamò Erminio illuminandosi. «Forse ho capito! Quante hai detto che dovrebbero essere le lamine d’oro?»
«Tre, ma non vedo il nesso», rispose sconcertato Alberto.
«Vieni con me», disse Erminio, indicando l’eremo.

Quando furono dentro, puntando indice e sguardo in alto, spiegò: «Eccolo lì, il nesso. Le capriate, sono tre».
«Vedo… tre possenti capriate di ottimo legno stagionato, presumo di quercia, e dunque?» chiese Alberto, osservandole con il naso all’insù.
«Sai come viene chiamato in gergo tecnico il pezzo di legno che salendo in verticale dal centro della trave orizzontale, chiamata “catena”, va a incastrarsi con i due puntoni?» proseguì Erminio, indicando con l’indice i pezzi che componevano la capriata.
«Monaco?»
«Esatto!» esclamò Erminio. «Monaco, oppure… ometto!»
«Beh!» fece Alberto, abbassando lo sguardo. «Oggi ho imparato qualcosa di nuovo… ma monaci od ometti che dir si voglia, sempre di legno rimangono… E poi mica è detto che al tempo dei templari quel pezzo di legno fosse definito “monaco”. Avrebbero potuto benissimo battezzarlo in mille altri modi… che ne so: grullo, tanto per dire», tirò le somme con sarcasmo.
Erminio non colse e, dopo aver provato a risolvere l’enigma del nome con una battuta: «Che ti devo dire, se non lo chiamavano ancora monaco, avranno previsto il futuro, visto che si dilettavano d’esoterismo all’epoca… Oppure, ragionando per deformazione professionale sono riuscito a intuire dove possa nascondersi l’oro, anche se quei bontemponi dei templari con quella frase volevano intendere tutt’altro». Si soffermò sul particolare che più lo interessava. «Il miglior posto per nascondere qualcosa di prezioso, è dove tutti lo possano vedere», affermò sorridendo. Indicò l’ometto. «La staffa, è di metallo», aggiunse, traguardando con l’indice il ferro a U che, girando attorno alla catena e salendo in verticale per una sessantina di centimetri, era stato inchiodato a due lati opposti dell’ometto.
«Metallo nero, come il ferro, non come l’oro», osservò Alberto.
«Ora vedremo», replicò Erminio, afferrando la scala d’alluminio stesa sul pavimento accanto alla parete.
«Dammi una mano ad alzarla», disse ancora, dopo averla trascinata al centro dell’ambiente.
Dopo averla alzata spinsero in fuori una delle due prolunghe per giungere ad appoggiarla alla trave, o catena della capriata, che attraversava orizzontalmente l’ambiente a più di tre metri dal suolo.
«Vado su!» esclamò Erminio, prendendo il martello da carpentiere.
«Come sospettavo… è vernice!» annunciò toccando la staffa.
Battendo con la penna del martello intaccò lo strato di vernice. «Oro! Sono d’oro!» urlò a squarciagola, sgranando gli occhi dentro i graffi incisi dalla penna.
«Non posso crederci!» esclamò uno sbalordito Alberto, guardando l’amico che, trionfante, scendeva i pioli a due a due. «E’ sempre stato lì, sotto gli occhi di chiunque entrasse qua dentro, e nessuno si è mai accorto di niente.»
«Te lo avevo ben detto, che se vuoi nascondere qualcosa il miglior posto è dove tutti la possono vedere», gli rammentò un eccitato Erminio, guardando le tre preziose capriate prima di agganciare la borsa degli attrezzi alla cintola e risalire.
«E ora, che vuoi fare?» gli chiese Alberto.
«Non vorrai mica che lo lasci qui. Tu tienimi ferma la scala… in mezz’ora appena schiodo le staffe e mi porto a casa l’oro!» rispose, aggrappandosi ai pioli.

Alberto, con il naso all’insù, osservava l’amico armeggiare intorno al monaco. “Ha ragione, un milione di euro non son mica noccioline”, pensava nel mentre, tenendo ben salda la scala.
«Attento!» proruppe spaventato, vedendolo contorcersi sin quasi a perdere l’equilibrio per estrarre un grosso chiodo dal durissimo legno di quercia.
«Non cado, non cado», lo tranquillizzò l’eccitatissimo Erminio, continuando ad armeggiare attorno al monaco.
“No, se proprio devi, cadi alla fine, quando avrai recuperato l’oro da tutti e tre gli ometti…” rimuginava Alberto, ghignando con lo sguardo rivolto al pavimento.

FINE



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