Il falegname

scritto da dimmiunpo
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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un incontro... la voglia di raccontarlo
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Testo: Il falegname
di dimmiunpo

Nicola fa il falegname in Sicilia.

Un bel pomeriggio di aprile ci consegna tre finestre in legno esotico con scuri interni, fabbricate a mano secondo regole antiche e curate in ogni dettaglio.
In quella casa di vacanze ancora vuota e tutta da inventare, queste cornici di legno nudo subito prendono a dialogare con il quartiere saraceno che si dipana tranquillo tutto intorno.
Ritagliano sagome alte e strette di facciate ocra e bianche un po’ scrostate, tetti spioventi di tegole in cotto, cisterne d’acqua e ciuffi di piante cresciute per grazia di sole e di vento. Una sovrapposizione di colori e di fibre vegetali e minerali addomesticate con sapienza, un pezzo di bosco che adesso è entrato in casa. Odore di legno, armonia di chiaroscuri levigati da guardare e da toccare.
Con la mia amica le guardiamo con ammirazione.
Ci commuovono come quadri al museo.

La nostra attenzione infine si sposta sull’uomo che le ha forgiate e portate fin li. Ci guarda silenzioso. Aspetta.
Alto, capelli fitti tagliati cortissimi, uno sguardo un po’ rassegnato da cane buono. Il suo lavoro parla per lui, di lui. Ci piacerebbe vedere dove lavora.
Ci invita. Venite a vedere la falegnameria.

Il giorno dopo ci presentiamo davanti a quella casa grande fuori paese, affacciata sulle colline. Due ulivi secolari all’ingresso, come due leoni fieri.
Al pianterreno l’officina, con una grande porta aperta sul viottolo e la campagna. Trucioli, macchine, pialle, polvere di legno.
Ci sono due clienti, una conversazione in corso. Lui si scusa, parla di ospedale. Con rispetto i tipi salutano e stringono le mani.
Ha perso la moglie da pochi mesi.
“Il Signore me l’ha castigata” ci dice in dialetto, ma poi scuote la testa, pudico. Dice lo so che non lo devo dire.

È contento di mostrarci le sue creazioni.
Artigianato locale, tutta l’esuberanza della terra siciliana, senza sobri estetismi. Pura gioia in legno. Lavora col padre, col fratello che scolpisce la pietra. Hanno costruito quella grande casa insieme.
La nostra attenzione, la nostra curiosità lo incoraggiano a raccontare.

Nicola da bambino sapeva già che voleva fare il falegname.
Tornando da scuola buttava la cartella sul pavimento e correva nel laboratorio a guardare l’artigiano al lavoro.
Passava ore a osservare.
Suonava anche il flauto traverso nella banda.
Arrivato il momento il padre gli chiede: “Cosa vuoi fare di mestiere?”
“Ti piace la musica? Andiamo a visitare il conservatorio allora.”
Partono e vanno, parlano con il direttore. Visitano, ascoltano.
Occorre uno studio intenso e regolare.
Cinque ore di studio al giorno?
No, grazie signor direttore, ma io non lo voglio fare.
“Voglio fare il falegname.”

I genitori gli trovano il miglior maestro della regione.
I suoi amici che hanno proseguito gli studi oggi? la metà sono a spasso.
Non è facile decidere un mestiere oggi.
“Chi guarda le pecore doveva fare il medico e chi fa il medico doveva guardare le pecore. Per me è stato semplice.”
Lui lavora senza sosta. Anche adesso che ha perso la moglie.
Ha due bambine, le sue bambole. Non sono ancora adolescenti, per fortuna ci sono i nonni, ma si intuisce il peso di quel vuoto immenso per lui e per loro.

A poco a poco, parlando e camminando, arriviamo alla base delle scale della loro abitazione privata. Ci mostra con molta semplicità gli arredi, gli esempi di mobili più lavorati, i quadri alle pareti, le cornici, gli specchi. Tutto fatto a mano.
Mentre parla leggo quella scritta ricamata su un rettangolo di stoffa colorata e incorniciata vicino alla porta.

“La bottega dell’arte… un gioco tra emozione e rigore nelle trappole seduttive che le atmosfere siciliane sanno tessere quando s’incrociano con i silenzi dei momenti del quotidiano.”
“L’ha scritta mia moglie. Le piaceva leggere, era insegnante.”
Guardiamo le foto delle sue figlie, i loro sorrisi spuntano sbarazzini dalle pareti, conquistano terreno su ogni superficie disponibile. Intenerito Nicola racconta che la primogenita si chiama Gaia. "Da piccina quando incontrava qualcuno chiedeva sempre: tu lo sai cosa significa Gaia?”
E poi, senza aspettare una risposta esclamava contenta: “Gioia, prosperità e allegria!”

Ci fermiamo tutti e tre a sentire l'eco di quell'ultima parola nei meandri segreti delle nostre anime.
L'allegria nasce dalle piccole cose, nonostante tutto, anche in presenza di grandi dolori, quando diventano meno assordanti e ci permettono di sentire la sua musica lieve e invitante. Meno impegnativa della felicità, richiede solo di cogliere l'attimo e lasciarsi andare a un piacere luminoso e breve.
L'allegria per noi stasera sarà un arancino caldo mangiato con gusto cantando una canzonetta dei tempi andati.
Che la vita ritrova tutta la sua fragile bellezza quando la morte ci ricorda che non siamo eterni.
Dobbiamo trovare nuove allegrie e coltivare speranze, altrimenti, come scrisse Goethe, "a che vale la pena vestirsi e spogliarsi?"



Il falegname testo di dimmiunpo
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