Ho dovuto rinunciare a Satana

scritto da Gabriella Cuscinà
Scritto 9 anni fa • Pubblicato 9 anni fa • Revisionato 9 anni fa
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Autore del testo Gabriella Cuscinà

Testo: Ho dovuto rinunciare a Satana
di Gabriella Cuscinà

Ho dovuto rinunciare a Satana
Il piccolo Giulio, una domenica di giugno, fu battezzato in una parrocchia vicino la sua casa.
Come madrina fu scelta la zia Eulalia che, al termine della cerimonia, continuò a ripetere e a gridare: “ Ho dovuto rinunciare a Satana! Ho dovuto rinunciare a Satana!”
Eulalia era una bella donna di trentasette anni. Non si era ancora sposata ma aveva avuto, nel passato, parecchi fidanzati. Aveva vissuto liberamente ed era sempre stata disinibita, indipendente e amante della vita. Non si era seriamente legata a un uomo poiché si stancava di tutti, fosse pure George Clooney.
Possedeva in banca, un gruzzolo che sfiorava il milione di euro, questo perché aveva ereditato dal padre lo studio di notaio, mestiere che anche Eulalia svolgeva con serietà e grande preparazione.
La nipote Brigida le aveva chiesto di battezzare suo figlio Giulio,
nella speranza che il bambino potesse ricevere un grosso lascito da parte della zia.
Quel Battesimo resterà negli annali della famiglia e più che un festeggiamento sembrò la rappresentazione di un cabaret.
Ma andiamo per ordine: zia Eulalia si presentò in chiesa per l’ora fissata ed era agghindata con un abito di chiffon e voile. Elegante e truccatissima, si faceva ammirare da tutti sia per il suo portamento sia per il suo fisico statuario. Il viso poi è fine e aggraziato, contornato di splendidi capelli biondi scuri.
Eulalia si dispose accanto ai genitori insieme al nonno paterno che fungeva da padrino. Ascoltò concentrata tutto il rito di accoglienza del battezzando e poi l’omelia del sacerdote.
A un certo punto, questi interrogò genitori e padrini dicendo: “Rinunziate a Satana, alle sue opere e alle sue seduzioni?”
Gli interpellati risposero: “Rinuncio”.
Nel dire così, la zia Eulalia aveva un’espressione funerea e di chi rimpiange sinceramente il povero e simpatico Satanuccio.
Poi il suddetto sacerdote pose una veste bianca sul bimbo affermando che quella era segno della sua nuova dignità di figlio di Dio. Va ricordato che quella specifica veste battesimale risaliva al tempo della seconda guerra mondiale poiché la stoffa, di raso pesante, era stata ricavata da un paracadute tedesco rimasto in mano al bisnonno di Giulio.
A questo punto, i genitori e i padrini dovevano accendere il Cero battesimale, mentre il sacerdote proclamava: “Ricevete la luce di Cristo.” Purtroppo la zia Eulalia, avvicinatasi troppo al cero,
fece bruciare uno dei tanti voile che adornavano il suo abito e cominciò a strillare come una ossessa: “Al fuoco! Aiuto! Al fuoco! Aiuto!”
Tutti cercarono di spegnere quelle fiamme, chi con uno scialle, chi con la giacca, ma nessuno ci riusciva, sennonché il nonno prese un vaso di fiori, posto dinanzi la statua della Madonna, e lo svuotò addosso alla zia Eulalia. Le fiamme si spensero subito e la zia si ritrovò tutta inzuppata sino alle ossa. Fortuna volle che non si fosse minimamente bruciata.
Alla fine della cerimonia religiosa, Eulalia dovette andare a casa a cambiarsi e quando entrò nella sala del ricevimento, apparve ancora più affascinante ed elegante di prima. Indossava un abito di raso color pervinca e un collier di autentici brillanti.
Aveva lasciato i capelli sciolti poiché erano ancora un po’ umidi e, nell’insieme, era incantevole, raffinata e di classe.
Tutti stavano già ballando divertiti e sorridenti; l’orchestrina suonava ora una Mazurka, ora un Cha cha cha. Vi erano dei ballerini provetti e, tra questi, sicuramente non si poteva annoverare il nonno, che tuttavia a un certo punto pensò bene di invitare la zia Eulalia. Questa accettò tutta contenta e i due si lanciarono in un valzer viennese. Piroettavano come due ragazzini, quando malauguratamente la zia mise un piede su un pasticcino alla crema caduto a terra. La crema aveva prodotto uno strato assai viscido e lo scivolone in cui Eulalia si produsse, fu simile a un salto all’indietro, con i piedi e la schiena catapultati in aria. Quando atterrò, andò a cadere su un morbido tappeto e quindi non si fece alcun male.
Tutti gli invitati ridevano a crepapelle, dunque la zia provò vergogna per il suo orgoglio e la sua dignità feriti.
Il nonno era riuscito a non calpestare il pasticcino e non era scivolato. Anche lui adesso rideva alle spalle di Eulalia, che da quel momento, non gli rivolse più la parola.
Gli incidenti e le risate comunque non erano ancora finiti per quella sera, infatti, la zia mentre conversava animatamente con un collega notaio, vide passare accanto a sé un cameriere che sorreggeva un vassoio colmo di bicchieri di spumante. Una coppia di ballerini lo investì e tutto lo Champagne andò a riversarsi sul vestito di Eulalia e sui suoi brillanti.
Non ne poté più, era arrivata allo stremo del nervosismo e della rabbia. Cominciò a imprecare contro il cameriere, contro i nipoti che l’avevano invitata e contro quello scemo del nonno.
Non finiva più di inveire e sembrava un’Erinni scatenata. Nessuno riuscì più a calmarla e se ne andò urlando e sbraitando: “Ho dovuto rinunciare a Satana! Ho dovuto rinunciare a Satana! Fossero tutti intelligenti come lui! Oh povera me!”
Ho dovuto rinunciare a Satana testo di Gabriella Cuscinà
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