Ero stata destinata in sposa ad un uomo che mai avrei amato. Funzionava così nell'Abruzzo dei fine anni '50 in un paesino dimenticato da Dio e popolato da un centinaio di famiglie la maggior parte imparentate fra loro. Un'usanza abbastanza diffusa in diverse parti d'Italia che assicurava tranquillità alla famiglia della sposa e sicurezza domestica allo sposo. Ma io volevo vivere accanto al principe sognato fin da bambina, un uomo romantico, innamorato della propria moglie e che condividesse i suoi desideri, non quelli delle famiglie d'origine. Volevo la mia favola, non la pace degli altri.
Non vi racconto di come mi liberai dalla promessa, ma diventai la ribelle del paese e la più chiacchierata di quel lungo inverno tanto che gli aliti dei paesani riscaldarono tutta la cittadina per mesi e mesi.
E fu proprio durante i primi tepori primaverili, durante le mie sfrontate passeggiate in centro paese, che notai Luigi dietro al bancone da sarto del negozio di confezioni di Corso Cerulli. Mi fermai per la prima volta davanti alla vetrina della bottega attirata da un abito svasato blu, appena sopra ginocchio, a pois bianchi e con piccole bretelline dorate ... un po' alla Audrey Hepburn, per intenderci. Rimasi a guardarlo per qualche minuto, sospesa in un tempo e in un luogo non miei, incredula che in un piccolo e sperduto paese potesse essere esposto un capolavoro di tale bellezza. Tornai in me quando due occhi grandi e di un marrone castagno profondissimi mi bucarono la nuvola sulla quale ero salita. Era lo sguardo indagatore del commesso incuriosito, forse, dalla strana espressione che avevo dipinta in volto.
Quella stessa notte lo sognai. Il vestito!
L'indomani, senza indugio, mi recai al negozio con l'intenzione di provare l'abito e chiederne il costo. Ritrovai “occhi grandi castagno” e provai un brivido nuovo, inaspettato. Iniziai a parlare a macchinetta, chiedendo senza attendere risposta, indicando l'abito esposto, facendo mie considerazioni senza dar modo all'uomo di rispondere.
Il commesso, che poi imparai essere il titolare dell'attività, aveva una targhetta appuntata alla giacca con inciso il proprio nome: “Luigi”.
Luigi sfilò l'abito dal manichino della vetrina e me lo porse affinché io potessi provarlo nel retro bottega, in una saletta dalle pareti color pesca con un piccolo tavolino in noce arricchito da un vaso colmo di rose profumatissime.
Uscii dalla sala prove con il “mio” abito addosso, venni presa sotto braccio dall'uomo e condotta allo specchio. Silenzio. Un silenzio che non richiedeva altro. Parlarono i suoi sguardi, parlarono i miei occhi lucidi nel vedermi così vestita dentro i suoi. Presi nota anche del prezzo dell'abito, appuntato nell'etichetta di raso attaccata con una cordellina ad un'asola della scollatura. Sarei riuscita a pagarlo con i risparmi di due o tre mesi. Presi congedo, accompagnata alla porta dal commesso e dal suo sorriso buono.
Quella notte sognai il vestito e il sorriso di Luigi. Il mattino seguente mi risvegliai innamorata. Di Luigi!
Tutta la settimana ogni scusa fu buona per passare in Corso Cerulli e cercare gli occhi e il sorriso di Luigi che, immancabilmente trovavo.
Fu lui a fare il primo passo: si fece trovare sulla soglia della bottega un lunedì di aprile con una lettera per me. Mi fece cenno con il dito indice di fermarmi e me la porse poi, un po' rosso in viso, si voltò di scatto e rientrò in bottega.
Tornai a casa quasi correndo con la lettera stretta in grembo e una voglia matta di leggerla.
“Signorina Mariella, mi permetto di scriverLe questa mia per dirle che l'abito Le sta un incanto, è cucito sulla misura della Sua bellezza e avrei il desiderio di donarglielo e vederlo da Lei indossato per anni e anni. Non potrò mai dirglielo a parole né potrò mai poter ascoltare la Sua voce ma sappia che la saprò amare e capire più di ogni altro uomo”.
Sono passati trent'anni da quel sei di aprile. Siamo felicemente sposati, abbiamo due figlie femmine e due figli maschi. Nessuno di loro sordomuto.
Luigi nacque così; purtroppo le bombe della guerra traumatizzarono la madre incinta di lui.
La lettera me la scrisse lei. Sapeva che all'amore non servono parole.
Nessuna promessa, nessuna parola testo di Jeudi