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La terza parola
L’Angelo lo vide nascere
tra due mani che si cercavano.
«Gioia», disse.
E già immaginava finestre aperte,
mattini condivisi,
due tazze lasciate sul tavolo
e quella strana luce negli occhi
di chi, finalmente,
non deve più tornare a casa da solo.
Il Demone rise piano.
«Tormento.»
Lui conosceva le notti.
Le sedie rimaste vuote,
i passi attesi sulle scale,
le lettere rilette fino a consumarne le pieghe,
il lato freddo di un letto
dove una mano, per abitudine,
continua a cercarne un’altra.
«Tormento», ripeté.
L’uomo li ascoltava.
Non era giovane abbastanza
da credere soltanto all’Angelo,
né così ferito
da dare ragione al Demone.
Sapeva che certe felicità
entrano nella vita senza bussare
e un giorno possono uscirne
lasciando la porta aperta.
Sapeva che si può ridere
con la paura già nascosta nel petto.
Che qualche volta
una voce diventa casa.
E che proprio allora
comincia la paura di perderla.
L’Angelo disse ancora:
«Gioia.»
Il Demone:
«Tormento.»
L’uomo scosse il capo.
Poi lei gli venne vicino.
Non accadde nulla
che il mondo avrebbe ricordato.
Nessun cielo si aprì.
Nessuna stella cadde.
Lei soltanto
gli appoggiò la fronte sulla spalla.
E lui sentì il suo respiro.
Così semplice.
Così vivo.
La strinse.
Per un istante ebbe paura
di quanto fosse felice.
Allora capì.
Guardò l’Angelo.
Guardò il Demone.
Entrambi aspettavano.
L’uomo sorrise,
ma negli occhi aveva qualcosa
che somigliava già a una lacrima.
«Voi gli avete dato
il nome di ciò che fa.»
Abbassò la voce.
«Io gli darò
il nome di ciò che è.»
E la strinse un poco più forte.
«Amore.»
L’Angelo abbassò gli occhi.
Il Demone smise di sorridere.
Fu il silenzio,
quella volta,
a dare ragione all’uomo.
© Johann Lubeck