L’argentea Luna guarda di lassù la Terra sua sorella,
con l’occhi di chi, anche piangendo, non si consola;
vede lo scempio che l’uomo commette su quella cosa bella,
che gira intorno al suo sole, sospesa come un’aquila che vola.
La vede là che langue e tacitamente si dispera
e le coste, come carni, l’erode la marea.
È malata e stanca nella sua cerulea sfera
e ricorda i beati giorni quando credevasi una dea.
Vede l’aere che non è più quello d’una volta;
non più limpido e sereno come tanti anni fa,
ma grigio, polveroso e inquinato da mano stolta,
che non pensa al tutto e che distratta và.
Piange la Luna guardando i fiumi dal colore strano,
che i loro veleni ed il loro ciarpame portano verso il mare;
che formano grandi isole di galleggiante materiale vano,
che con le sue acque azzurre nulla hanno a che fare.
Guarda le vaste aree morte che le sue creature hanno lasciato,
perché lì non possono più nuotare ne respirare.
Guarda i coralli spenti delle barriere immense ad ogni lato
del grande globo, che nessuno può più mirare.
Anche nel mio argenteo suolo tu sei già arrivato,
a deturpare quello che nessuno ha mai osato,
da che al mondo sei arrivato tu, uomo screanzato.
Anche la tua orma impavida sul mio corpo hai lasciato.
Anche il mare piange di lacrime sottili
e par che dica all’uomo: “allora tu non m’ami”;
i tuoi gesti son feroci, cattivi e vili,
e nessuna altra specie rispetti e sinceramente ami.
La luna, allora, con lacrime sincere, sussurra all’umana specie d’usare
il fervido suo ingegno per salvare questa sua dimora bella e non doverla più insudiciare.
Dice:“linda il tuo bel cielo, i tuoi alti monti; fa che le tue pianure siano aulenti e limpido il tuo mare;
non cercar altrove un’altra stella, che più preziosa e bella di questa, giammai potrai trovare”.
Il pianto della luna testo di Louis