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Il capotavola
Alla tavola imbandita
del salotto che conta
siede sempre un capotavola.
Non perché è un vincitore
ma perché è un falso oratore.
Del potere è un grande amante,
un falso eremita arrogante.
Il suo sguardo è un sigillo,
la sua voce un editto.
Parla una lingua che
tale non è per gli onesti.
E’ un balbettio dorato
che agli ultimi non è dato
ascoltare.
Intorno all’arrogante,
le toghe sono piegate
come tovaglioli.
I codici chiusi come scrigni,
e le mani pulite che non
toccano il fango.
Firmano però sentenze
che sanno di polvere e silenzio.
Gli umili restano in piedi,
fuori dalla sala,
con le mani in tasca
e la giustizia che gli sfugge.
Portano in gola un nodo
che nessuno vuole sciogliere.
Il pane è spezzato
tra chi ha mangiato.
Il vino scorre solo
nei calici di chi è ubriaco di potere.
I giusti, gli onesti e i sinceri,
i soli veri,
non sono stati invitati.
Hanno solo la speranza
che la fessura che corre
lungo la tovaglia,
seppure una fenditura sottile
possa un giorno diventare varco.
Perché neppure la tavola,
anche la più solida, non può reggere
il peso dell’arroganza in eterno.