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La vecchia casa di campagna
Sul gradino della mia vecchia casa
sedermi ero solito da bambino,
in braccio correva il mio gattino
che con la sua lingua ruvida
le mani mi leccava.
Ora la porta è sbarrata,
da corde di glicine
che scendono a mo’ di pioggia
chiudendo dentro i miei ricordi
di una fanciullezza spensierata.
L’odore di muffa e di terra bagnata
mi ricordano le corse lungo i prati
e la cantina dove, per sfuggire
a un rimprovero, correvo
dopo aver commesso
una marachella troppo spesso.
Or che vivo tra case e cemento
l’anima mi morde imprigionata
da corde come le finestre chiuse
con panciute grate oltre le quali
stanze buie e sorde,
che una volta odoravano
di lavanda e mele cotogne.
Malinconia! No, non è malinconia!
È la realtà di oggi che rimpiangere ti fa
della vita la serenità
e della natura la semplicità.
Qui mio nonno viveva con mio padre,
mia madre e me bambino
fin quando la globalizzazione
ci ha costretti a cambiar stazione.
La casa è rimasta abbandonata
ma nel cuore sempre ricordata:
ci vado ogni tanto a fare un giro
per ricordar come felice ero
in compagnia del nonno tanto fiero.