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Perché non so smettere di pensarti,
se alla vita non hai dato
neppure un niente di bene?
Forse fu la potenza
a congiungerci un tempo le labbra.
Senza riguardo al riparo, al conforto, alla fede,
qualcosa di più forte vinceva le menti,
ci spingeva l’uno nell’altra, in una danza ardente.
Parole che dolgono come cicatrici: l’amore è un incubo;
«meglio non essere mai stati», dice Qoèlet.
Eppure qualcosa, da oltre, ci chiama,
fa scorrere il sangue nel tuo fiore sfiorato.
Il tuo corpo si leva con furia sulla mia spada.
E i tuoi occhi, al di là del bene e del male,
posseduti dallo spirito della Vita.
Così pallida, quasi morta, meschina,
nulla di Beatrice, nulla di sublime.
Bestie, tutti noi, pedine
in una cieca lotta per respirare.
Non c’è ragione di esistere,
l’azzurro del cielo è casuale.
Perché siamo, alla fine?
Non vale più nulla di quanto ho saputo ottenere.
Dovrò godere il dolore d’intravedere,
come Mosè, Dio? E in eterno volere di più.
Ivan Catanzaro