CARNE

scritto da Zaritè
Scritto 10 anni fa • Pubblicato 10 anni fa • Revisionato 10 anni fa
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Autore del testo Zaritè

Testo: CARNE
di Zaritè

CARNE




















Settembre

“Quanto bene mi vuoi?”
“Tanto.”
“Solo tanto?”
“Tantissimo, tantissimo così” diceva Gioia, allargando il più possibile le sue piccole braccia.
Gli occhioni azzurri le diventavano seri dallo sforzo. Allora la riempivo di baci, dappertutto, sulle mani, sui capelli, sulla pancia per farla ridere, sul collo per respirare quel profumo dolcissimo che solo una bambina di tre anni può avere. Aprivo anch’io le braccia: “Guarda, la zia te ne vuole di più.”
Lei spalancava gli occhi: “No, io di più!”
Facevamo spesso questo gioco, anche se nessuna delle due riusciva a vincere.
Già allora mi rendevo conto che un amore così sincero e disinteressato è fra le cose più belle e rare che si possano trovare al mondo. Pensando all’amore vero, avrei sempre pensato allo sguardo concentrato di mia nipote, che si sforza per dimostrarmi il bene che mi vuole.

Non so perché questa scena mi viene in mente proprio ora. Ho ventisei anni, domani ho un colloquio di lavoro, è mezzanotte. Dovrei essere nel mio letto a riposare, non in un prato, sotto la pioggia.
Anche Gioia dovrebbe essere a letto, ha solo dieci anni. È tardi, domani deve andare a scuola. Invece è anche lei qui, sotto la pioggia. Coperta di sangue. La bocca, le mani, la maglietta rosa.
“Gioia, vieni via” ripeto per l’ennesima volta, paralizzata dallo schifo e dal terrore.
Ma lei non mi ascolta.



























Cinque mesi prima – Aprile

Marostica è una città incantevole.
Lo penso ogni giorno, anche ora, mentre sono in macchina guidando verso casa di mia nipote.
Certo, deve piacere il genere, e a me piace: poco traffico, tutti (o quasi) si conoscono per nome, i giardini per bambini sono più che altro un ritrovo per i pettegolezzi delle loro mamme, i negozi chiudono presto, i bar anche. Marostica di notte è una magnifica bomboniera, con i tavoli dei locali vuoti e ordinati. Silenzio e bellezza, spesso, vanno di pari passo.
Infatti anche le mura che la circondano sono delle guardiane silenziose, ferme a proteggere la città da secoli. Amo la storia, e non avrei potuto desiderare di meglio che nascere qui, dove ci sono addirittura due castelli. Il Castello Inferiore sorveglia la piazza, con la sua enorme scacchiera e il Leone di San Marco. Il Castello Superiore, invece, guarda tutti dall’altro delle colline. Si dice che ci sia un passaggio sotterraneo che li collega, e io ci credo. È uno spettacolo incantevole, soprattutto a Natale, quando le luci della festa circondano le mura, i castelli, l’albero della piazza.
Un altro momento che amo, forse persino più di Natale, è settembre. Negli anni pari, il Castello prende vita e i marosticensi rivivono gli affascinanti anni del Medioevo. Nel 1454 il Governatore della città, che era una delle fedelissime della Repubblica Veneta, doveva decidere a chi dare in sposa sua figlia. La bella Lionora era contesa da due pretendenti, Rinaldo da Angarano e Vieri da Vallonara. Il padre decise di non farli sfidare a duello ma al nobile gioco degli scacchi. Il vincitore avrebbe sposato Lionora, l’altro giovane avrebbe preso in sposa Oldrada, la figlia minore. Questa storia non smette di affascinarmi, nonostante l’abbia sentita centinaia di volte. Possibile che Rinaldo, incrociando gli occhi scuri di Oldrada, abbia deliberatamente scelto di perdere? Immagino l’ansia di Lionora, stretta nel suo abito riccamente decorato, desiderando con tutta se stessa che vincesse… chi? Chi amava Lionora? Sarebbe troppo bello, troppo semplice se veramente avesse amato Vieri da Vallonara, il vincitore. Chi si ama, di solito, raramente assaggia il sapore della vittoria.
Più probabile che fosse innamorata di uno scudiero. Me la immagino passeggiare per i gli ampi corridoi del Castello, lo sguardo serio, sperando di incrociarlo per caso. Il suo scialle che cade per errore, le mani che si sfiorano, le guance in fiamme. Poi, ognuno per la propria strada. Confinati in mondi vicini, ma separati.
Siamo solo ad aprile, ma già mi immagino lo spettacolo di settembre. I costumi d’epoca, lo scemo del villaggio, le bandiere, le danzatrici, le zingarelle con la faccia sporca. I fiori, i vestiti dei nobili, i cavalli. La partita a scacchi con i personaggi viventi ha sempre un fascino enorme su di me. Certo, so che vincerà Vieri da Vallonara. Come sempre, da secoli. È l’atmosfera a catturarmi. Non ho mai trovato il coraggio di far parte dei figuranti, ma quest’anno la mia nipotina, che oggi compie dieci (dieci!) anni, sarà per la prima volta una piccola dama. Con gli occhi azzurrissimi e i capelli color dell’oro, non posso fare a meno di pensare che la piccola Lionora fosse proprio così.
Le ho regalato una bicicletta rossa; già me la vedo sfrecciare davanti casa, con un gran sorriso stampato in faccia. Parcheggio al solito posto, canticchiando, finalmente rilassata. La giornata è finita, indosso il vestito bianco con i piccoli fiori rossi che mi ha regalato Mattia. Ho ancora i capelli un po’ bagnati, ma non vedevo l’ora di venire qui, di sedermi a tavola e cenare con le persone che amo. Dopo una lunghissima giornata in negozio è proprio quello che ci vuole.
“Buonasera Agata!”
“Buonasera Cristina” rispondo forzatamente. La signora abita nello stesso palazzo di mia sorella, nell’appartamento al primo piano, ed è completamente suonata. Vive da sola con due gatti, è del tutto priva di senso pratico e gusto nel vestire. Cosa abbastanza comune, per una professoressa di latino.
“Lo sa che voglio comprarmi una lavatrice?”
“Ah sì? Nuova?”
“No, cara, non ne ho mai avuta una.”
“Lava a mano?” chiedo io.
La signora Cristina mi guarda divertita. “Certo che no! Mi lava tutto mia madre. Ma sa, vorrei provare a lavare qualcosa da sola, per esempio le mie mutandine.”
“Ottima idea” rispondo io con un bel sorriso. Cinquant’anni, dopotutto, devono essere un’ottima età per provare a lavarsi le mutandine da soli. “Io entro” dico aprendo il cancello, decisa a seminarla. Non sia mai che le salti in mente di descrivermi le sue mutandine. “Oh, ma entro anch’io! Lo sa che hanno rapito il cane dei vicini? È sparito ieri notte.”
No, non ne avevo idea. E dubito fortemente che qualcuno si prenda la briga di rapire un vecchio cane spelacchiato. Più probabile che abbia mangiato un bocconcino avvelenato e sia morto, ma preferisco non spiegarglielo. “Buona serata, signora Cristina” taglio corto, suonando il campanello di mia sorella. Lascio la professoressa al suo sabato sera a base di tv senza troppi rimpianti e corro ad abbracciare Matilde.
“Eccoti, finalmente! Mattia è già in giardino.”
Le sorrido. È bella come sempre, con i capelli castani raccolti in una coda alta e il trucco leggerissimo. Non so descrivere il suo profumo. Un po’ è il profumo della casa dei nostri genitori, dove siamo cresciute insieme. Un po’ è il profumo di casa sua, piccola e colorata. Un po’ è la crema alla malva che usa dopo la doccia.
“Ho fatto il prima possibile. La gente ama i centri commerciali, il sabato.”
Matilde alza gli occhi al cielo. Da adorabile idealista qual è, odia chi fa shopping per noia, le multinazionali, i colori scuri, i giornalisti sempre a caccia delle cattive notizie. Quelle che stanno tanto bene in prima pagina. Le piace stare al sole, dipingere, fare bene il suo lavoro (la giornalista), raccogliere conchiglie dalla forma particolare e metterle in un vaso azzurro che tiene in camera, coltivare il suo orto. Per fortuna, dato che è vegetariana. Guardarla è come osservare la mia immagine riflessa in uno specchio. Uno specchio speciale, che invecchia di dieci anni chi lo guarda. Da piccola mi arrabbiavo un sacco quando mi dicevano che ero la fotocopia di mia sorella. Quando si sta crescendo è importante capire chi si è, non a chi si assomiglia. Adesso, invece, lo prendo come un complimento.
Matilde è bella. Ed è anche una donna intelligentissima, che riesce sempre ad ottenere ciò che vuole.
“Vado a vedere cosa stanno combinando gli altri” le dico, appoggiando la borsa. In giardino si sta bene, nonostante si appena aprile. Gioia è euforica: mi corre incontro con un vestitino azzurro che non le avevo mai visto indossare. Com’è grande. La stringo, vorrei fermare il tempo per non farla crescere più. Ma la lascio andare presto, perché non vedo l’ora di vedere la donna che diventerà. La aiuto a scartare i regali e la accompagno a fare la prima corsa con la sua bicicletta rossa. Dopo il dolce i nonni vanno a casa; Gioia si addormenta e restiamo solo io, Mattia, Matilde e suo marito Giacomo. Passo una bella serata, mi rilasso, dimentico i clienti maleducati. Complici, naturalmente, due bicchieri di vino rosso in più e la mano di Mattia che mi accarezza il ginocchio destro.
Arrivati a casa, mi lascio cadere nel nostro letto. Io e Mattia conviviamo da sette mesi: siamo ancora incantati dalla magia di addormentarci insieme e di usare la parola “nostro”.
Mi toglie il vestito. “Ti stava bene” dice piano.
Gli sorrido. “Sì? L’ha scelto un ragazzo pieno di buon gusto.”
Lui si china su di me e mi bacia l’ombelico.
“Se avremo un figlio, la bicicletta gliela voglio regalare io.”
“Di che colore?”
“Gialla. Mi è sempre piaciuto il giallo.”
Lo abbraccio forte, ci addormentiamo.
Dopo un po’.
Maggio

Lunedì pomeriggio vado a prendere Gioia a scuola. Ho appena dieci minuti di ritardo e già vedo quella simpaticona della sua maestra che mi viene incontro, serissima.
“Mi dispiace” dico precipitosamente, “non ho potuto fare prima di…”
“Non fa niente” mi interrompe lei. “Gioia, puoi aspettare la zia in macchina? Devo parlarle della gita della settimana prossima.
“Certo” risponde educatamente lei, allontanandosi. Sembra annoiata.
“I suoi si stanno separando?” mi chiede la maestra senza preamboli.
“Prego?”
“È per questo che la vieni a prendere tu?”
“Claudia, per favore. Sta sempre con me al lunedì pomeriggio, lo sai bene.”
Anche perché è una gran ficcanaso. Passa ore dentro al negozio di cosmetici dove lavoro, quindi sa che il lunedì stacco alle quattro e vado a prendere Gioia. Raccatta informazioni su tutto e tutti, poi compra il solito ombretto rosa e se ne va. Orribile, l’ombretto. Fa a pugni coi suoi occhietti annacquati.
“Ok. Te lo chiedo perché nell’ultimo periodo mi sembra strana… triste, diciamo.”
Oddio, si preoccupa per mia nipote. Questo le fa conquistare all’istante cento punti.
“Non è che sia successo qualcosa a scuola?”
“No, a scuola è molto brava. Ha una fantasia pazzesca. E con le sue amiche mi sembra che sia tutto normale.”
“Allora proverò ad indagare. Forse è solo stanca. Grazie per avermelo detto, comunque.”
“Si figuri. Ci vediamo lunedì.”
“Oppure in negozio!”
Lei non coglie il sarcasmo e sorride. “Sì, magari!”
Salgo in macchina.
“Cosa ti ha detto della gita?” Gioia è sveglia, fin troppo.
“Oh, le solite cose. Bisogna pagare entro sabato. Andiamo a prenderci un gelato?”
Sorride, finalmente: “Sì!”
Il gelato è rigorosamente un cono con una pallina di nocciola e poca panna- anche se ‘poca’ lo diciamo per abitudine, tanto il nostro gelataio di fiducia ci riempie di calorie in ogni caso.
Sedute nella solita panchina ai giardinetti, mangiamo in silenzio.
“Sei pensierosa.”
“No, sono stanca” risponde Gioia. “Non ho tanta voglia di stare a scuola.”
“Ti capisco. Sai cosa facciamo? Andiamo al mare.”
“Con chi?”
“Veramente io pensavo ad un’uscita in coppia.”
“Senza la mamma? Senza Mattia?”
“Io e te.”
“Come una volta!” sorride.
Merda. Forse si è innamorata del suo compagno di banco. Alla recita mi sembrava carino, ma a dieci anni tutti i ragazzini sono pessimi. E crescendo peggiorano.
“Molto meglio di una volta. Adesso che sei grande possiamo fare un sacco di cose in più.”
“Del tipo?” chiede dubbiosa.
“Tipo nuotare nell’acqua alta, mangiare cose che non fanno bene, bere litri di Coca-Cola...”
“Ma a te non piace la Coca-Cola. Ed è ancora troppo freddo per fare il bagno.”
“Vabbè, era per farti capire il concetto. Guarda che bel cane!”
Un cucciolo di labrador marrone ci corre incontro, scappato alle attenzioni del proprietario.
È adorabile, lo vorrei mangiare di baci. Mi lecca la mano e io lo prendo in braccio.
“Vuoi accarezzarlo, Gioia?” dico, girandomi verso di lei.
Che, però, è piegata in due e sta vomitando.
La porto a casa sua, per fortuna non incrociamo la signora Cristina. La copia grandissima e incantevole de La zattera della Medusa ci accoglie all’ingresso. È un quadro che mi ha sempre affascinata.
Lavo Gioia come quand’era piccola, nella vasca, le metto la crema profumata, le infilo il pigiama.
“Va meglio?” chiedo accarezzandole i capelli biondi.
“Sì. Grazie, zia.”
Si addormenta quasi subito e io vado a sedermi in giardino. Per fortuna si sta solo ammalando, io mi stavo già facendo i castelli mentali. Accendo una sigaretta e prendo il cellulare.
“Cosa mangiamo stasera?” scrivo a Mattia, che lavora in un ufficio in centro.
Lui risponde dopo pochi minuti: “Boh. Io pensavo di mangiare te.”
Rido e rimetto il cellulare in borsa. Che cretino.
Poco dopo arriva Matilde.
“Ehi! Cosa ci fai già qui?” chiede, sorpresa.
“Gioia sta dormendo. Non sta bene.”
“Fa finta.”
“Veramente ha appena vomitato.”
Matilde fa un cenno sbrigativo con la mano. “Il fatto è che ieri abbiamo litigato. Lei è permalosa, se l’è presa e mi tiene il muso.”
“Come mai avete litigato?”
“Perché è troppo viziata! Vuole averla vinta su tutto, la accontentiamo sempre e quando le si chiede qualcosa…”
“Ma cosa stai dicendo? A me non sembra proprio.”
“Agata, ma cosa cazzo ne sai? La vedi un paio d’ore a settimana, non la conosci.”
Resto a bocca aperta. “La vedo ogni volta che posso” ribatto piano, e mi avvio verso l’uscita senza aggiungere altro.
“Scusa” si affretta a dire lei. “Scusami, davvero. So che la adori. Ma sono stanca morta e Gioia ha un periodo difficile. Sta crescendo, non so come comportarmi.”
“Stai tranquilla, ti capisco. Fammi sapere come sta.”
Sbatto la porta ed esco. Se Gioia è permalosa, ha sicuramente preso da me.
Arrivo a casa e accendo la musica. Inizio a cucinare: taglio le verdure, la carne, faccio rosolare la cipolla. Preparare la cena con calma, di solito, mi rilassa. Ma oggi non riesco a togliermi di dosso una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non va. Continuo a ripensare allo sfogo di Matilde, senza riuscire a capirne la causa. Per fortuna Mattia rincasa presto. Mi abbraccia da dietro e mi bacia il collo. “Apriamo una bottiglia di vino?”
Davanti a due calici di pinot grigio, mi racconta la sua giornata.
“Nel complesso è andata bene, insomma. Questo progetto è una bomba, se ci va bene avremo un sacco di contatti.”
Mattia lavora per uno studio di architetti, ed è entusiasta praticamente di tutto: è sempre stato il suo sogno. Non come me, che vendo rossetti con una laurea di Lettere sotto al materasso.
“Arriverà il tuo momento, amore” dice piano, intuendo i miei pensieri.
“Lo so. Ma sono felice per te anche ora.”
Mattia sorride- e ha un sorriso stupendo. “Domani mattina andiamo a fare colazione insieme? Poi ti accompagno a lavoro.”
“Ma tu non lavori?”
“Ho la mattina libera. Devo andare dal dentista alle dieci.”
Rido. “Poverino, mi dispiace.”
“Guarda che a me piace andare dal dentista” ribatte lui.
“Come, ti piace andare dal dentista?”
“Perché sei sorpresa? Non è così male.”
“Stai scherzando, è una tortura!”
“Prima di tutto le poltrone sono comodissime e le assistenti sono sempre carine. Fa un po’ male, d’accordo, ma l’ambiente è rilassante e il sapore del sangue…”
“Il sapore del sangue?!”
“Sa da ferro, mi piace. Poi, misto al disinfettante…”
“Lo conosco il sapore del sangue, è nauseante. E tu mi fai paura.”
“Tu non capisci. E poi, sono sconvolto.”
“Da cosa?”
“La mia compagna di vita non sa che mi piace andare dal dentista. Si vede che il nostro rapporto ha delle lacune, non mi conosci come pensi” Mattia si sforza di rimanere serio.
“Mi è già stata rivolta un’accusa di questo tipo, oggi.”
“Davvero?” chiede lui, girando le bistecche e mettendoci sopra una manciata di pepe.
Gli racconto di Matilde e di Gioia.
“In effetti dieci anni non sono un’età facile. È in piena pre adolescenza, probabilmente deve affrontare dei problemi di cui noi non sappiamo nulla.”
“Sarà” dico stringendomi nelle spalle, “ma a me sembra comunque strano. In ogni caso, accetto il tuo invito per colazione.”
“Fantastico.” Mattia riempie di nuovo i calici. Brindiamo. Spegniamo il gas, mangeremo più tardi: vivere insieme è fantastico.

Agosto
Il caldo è insopportabile, io sono nervosa.
Mi sono licenziata. Così, in tronco. Non ne potevo più di lavorare in quel dannato negozio di cosmetici.
Ieri ho ricevuto un’offerta di lavoro pazzesca, quella che sognavo da sempre. Un posto come correttrice di bozze in una casa editrice, una casa editrice vera, a Milano. Hanno notato il mio blog e farò il colloquio ai primi di settembre, ma ci sono buone possibilità di assunzione. Ieri sera io e Mattia abbiamo festeggiato nel nostro ristorante preferito. Forse stamattina ero ancora ubriaca, perché mi sono licenziata dopo un’ora.
Esco dal centro commerciale sentendomi più leggera che mai. Sono felice, penso che io e Mattia potremmo cercare casa a Milano. Lui potrebbe lavorare lì… sarebbe perfetto.
Vado a fare colazione da sola, nella mia pasticceria preferita. È a Marostica, mi fa sentire sempre coccolata. Brioche alla crema- la crema più buona del mondo- e macchiatone: la cameriera lo sa già. Ci vado sempre anche con Matilde e Gioia.
Mia nipote è strana, negli ultimi mesi. E io non credo che sia solo perché sta crescendo, c’è dell’altro. Sta succedendo qualcosa a scuola: secondo me è vittima di bullismo. Se non lo fa sua madre, andrò io a parlare con la maestra. L’ultima volta che l’ho vista con un po’ di tranquillità è stata la settimana scorsa, quando è venuta a fare merenda da me. Matilde le aveva regalato un libro sull’Africa nera, pieno di illustrazioni fantastiche, e l’abbiamo sfogliato per ore. “Zia, ma tu ci credi che i Niam Niam erano cannibali?” mi chiede interessata.
“Certo che ci credo, tesoro. Ma sarà meglio che noi mangiamo la merenda che ti ho preparato.”
“Cioè?”
“Crepes alla nutella. Con panna e fragole. Va bene?”
“Va benissimo!”
È stato uno dei pochi sorrisi che le ho visto fare, ultimamente. Mescolo il mio macchiatone, pensando a come aiutarla. Perché non si confida con me? Apro il primo quotidiano che mi capita a tiro. In prima pagina, la possibile riforma alle pensioni. Di nuovo. L’articolo della pagina successiva mi fa gelare il sangue nelle vene, nonostante il caldo torrido di fine agosto. C’è la foto del compagno di banco di Gioia, quel ragazzino carino di cui non ricordo il nome. Fabio, dice l’articolo. È scomparso ieri pomeriggio, i genitori hanno subito dato l’allarme. Ma di lui non c’è traccia. Possibile che dei bulli possano arrivare a tanto? Mi passa per la mente una parola orribile. Pedofilia. Ecco cos’ha Gioia. Lei sa sicuramente qualcosa, devo trovare il modo di farglielo dire. Fabio stava giocando in uno dei parchetti di Marostica, in compagnia della sua bicicletta blu. Non è rientrato a casa, i genitori hanno subito dato l’allarme.
Quando succede qualcosa di brutto, la gente ha lo strano istinto di volerne fare parte.
Si vuole far sapere agli amici che una volta siamo passati vicino alla città dove è successa quella terribile alluvione. Si vuole per forza conoscere, almeno di vista, quel giovane uomo morto in un incidente stradale. Forse è perché davanti ad una tragedia, cogliendo l’immenso dolore dei diretti interessati, si ha la tendenza a volerlo spartire. Un po’ per ciascuno, come ci hanno insegnato all’asilo. Stare a guardare è persino peggio.
Così, anch’io provo a fissare nella mente quei pochi istanti che ho trascorso in sua presenza. La recita di fine anno, quella volta che sono andata a prendere Gioia a scuola e lui stava ancora aspettando i suoi genitori…
Provo a farmi carico di un pezzettino del dolore dei suoi genitori.
È troppo, davvero troppo. Devo scoprire cos’è successo. La brioche alla crema resta a metà, non ne ho più voglia.

Settembre

Domani è il grande giorno. Eppure non riesco a dormire. Mattia è andato a cena con degli amici, io dai miei genitori. Stare con loro mi ha fatto bene, mi hanno regalato una carica di fiducia. Sono sicuri che ce la farò, che sarò assunta. Dopo il dolce e il caffè, però, non riesco proprio ad andare a casa. Giro in macchina da un’ora, cercando qualcosa. O meglio, qualcuno. Fabio. Non mi sono ancora rassegnata all’idea della sua scomparsa. Dev’essere qui, da qualche parte. È a Marostica, di questo sono sicura. Ma non so se sia ancora vivo. Parcheggio vicino a casa di Matilde, ormai è mezzanotte. Inizia a piovere. Accendo la torcia nel cellulare. Camminare mi farà bene, aiuta a scacciare i pensieri negativi. L’erba inizia a bagnarsi. I campi dietro casa di mia sorella sono bellissimi, d’estate si riempiono di fiori di campo. Cammino, e sento dei rumori strani. Qualcuno si sta lamentando, un bambino. Fabio! Alzo la torcia. È proprio un ragazzino, inginocchiato, da solo, sotto la pioggia ormai forte. Mi avvicino correndo. Non è Fabio. È Gioia.

“Quanto bene mi vuoi?”
“Tanto.”
“Solo tanto?”
“Tantissimo, tantissimo così” diceva Gioia, allargando il più possibile le sue piccole braccia.
Gli occhioni azzurri le diventavano seri dallo sforzo. Allora la riempivo di baci, dappertutto, sulle mani, suoi capelli, sulla pancia per farla ridere, sul collo per respirare quel profumo dolcissimo che solo una bambina di tre anni può avere. Aprivo anch’io le braccia: “Guarda, la zia te ne vuole di più.”
Lei spalancava gli occhi: “No, io di più!”
Facevamo spesso questo gioco, anche se nessuna delle due riusciva a vincere.
Già allora mi rendevo conto che un amore così sincero e disinteressato è fra le cose più belle e rare che si possano trovare al mondo. Pensando all’amore vero, avrei sempre pensato allo sguardo concentrato di mia nipote, che si sforza per dimostrarmi il bene che mi vuole.

Non so perché questa scena mi viene in mente proprio ora. Ho ventisei anni, domani ho un colloquio di lavoro, è mezzanotte. Dovrei essere nel mio letto a riposare, non in un prato, sotto la pioggia.
Anche Gioia dovrebbe essere a letto, ha solo dieci anni. È tardi, domani deve andare a scuola. Invece è anche lei qui, sotto la pioggia. Coperta di sangue. La bocca, le mani, la maglietta rosa.
“Gioia, vieni via” ripeto per l’ennesima volta, paralizzata dallo schifo e dal terrore.
Ma lei non mi ascolta. E io, vigliaccamente, corro via. Mi attacco al campanello di mia sorella. Dopo mille secoli Matilde apre. Indossa una vestaglia di seta e sta ascoltando la Turandot. Sembra rilassatissima. “Gioia non è in casa! È fuori, sotto la pioggia!” urlo, e corro a spalancare la porta di camera sua. Il letto è ancora intatto, con le lenzuola gialle a farfalle arancioni bene in ordine. Gliele ho regalate io, non ricordo quando.
Matilde getta un’occhiata veloce alla cameretta e si siede sul bordo del divano, in salotto. Abbassa la musica. “Vuoi qualcosa da bere?” mi chiede. Sembra persino più bella del solito.
“Matilde, tua figlia è a pochi metri da qui, coperta di sangue! Sta…”
Mi siedo per terra, con le mani fra i capelli. Non trovo più la voce.
“Tesoro, calmati. Che cosa hai visto, di preciso?”
“Lei era piena di sangue e... è stato orribile… frugava nelle mani del suo… corpo…” mi accordo che ho il viso pieno di lacrime. Non può essere, non posso aver visto una cosa del genere. Gioia, piena di sangue, che fruga nel cadavere di un cane e si porta alla bocca pezzi della sua carne. Mastica. Manda giù. A pensarlo ci riesco, dirlo ad alta voce mi sembra impossibile.
“Il suo corpo?” chiede Matilde, socchiudendo gli occhi. “Quale corpo?”
Io continuo a piangere. Matilde si alza e mi scuote tenendomi per le spalle, con una luce negli occhi che non conosco. “Quale corpo? Rispondimi! Rispondimi, maledizione!”
“Di un cane. Un cane che mi sembrava… mi sembrava… grigio e…”
“Non importa il colore, sciocchina” mi interrompe Matilde, riacquistando la calma. “Se è un cane, non mi sono persa niente. Quella ragazzina è un disastro. Mi ricorda tanto te…”
“Matilde, io non capisco.”
“Non capisci? Non capisci?” mi fa il verso. “Poverina. Certo che non capisci. Hai avuto tutti gli indizi del mondo, e non hai capito. Non hai la stoffa. Per questo ti ho lasciata fuori. Volevo proteggerti.”
“Dimmene uno.”
“Vediamo. Quale quadro ho in entrata? È enorme. Impossibile non notarlo. Sai dirmi che quadro è?”
“La zattera della Medusa. Di Théodore Géricault.”
“Brava. Sei sempre stata bravissima a scuola, come me del resto. Quindi saprai anche dirmi di cosa si sono cibati i tredici sopravvissuti alla tragedia, giusto?”
Non rispondo. Sono paralizzata.
“Sì che lo sai. Si cibarono di carne umana. In quel caso fu necessità, non piacere. Ma ti assicuro che c’è chi lo fa per piacere. Tua sorella è una di queste. Gradiresti un bicchiere di vino?” mi chiede.
“No, grazie” dico con un filo di voce.
“Invece lo bevi. Altrimenti dovrò aprire una bottiglia solo per me”. Matilde inizia ad armeggiare con un cavatappi e riempie due bicchieri. Me ne porge uno. Bevo un sorso controvoglia, scoprendo che ne avevo bisogno. Non ho mai avuto la gola così secca.
“Io frequento prevalentemente persone che si cibano di carne. A piccole quantità, ovviamente. Non vogliamo di certo trovarci con qualche strana malattia. Poi, non è che la carne umana sia così facile da reperire.”
“Ma tu sei vegetariana! Non mangi carne da quando hai iniziato il liceo.”
Matilde ride. “Quella è stata un’ottima copertura. Comunque in un certo senso è vero: da quando ho iniziato il liceo, non mangio più quelle porcherie industriali.”
“Ma Giacomo? Come hai fatto a nasconderglielo per tutti questi anni?”
“Nasconderglielo? Tesoro, lui è esattamente come me. Non fare quella faccia sconvolta. Informati un po’. Sei laureata in Lettere, certe cose dovresti saperle. La Divina Commedia, Oceano Mare, persino la Bibbia. Oppure, studiati il comportamento di alcuni animali, come le api. Da loro non è un tabù. Non ci sono giudizi. Da noi, invece, ogni azione che si discosta dalla norma è punita. Sai dirmi perché? Io non lo capisco. Non si è mai liberi di assecondare le proprie voglie, di scavare a fondo nei desideri più oscuri. Beh, io l’ho fatto. E sto benissimo.”
“E Gioia?” La mia bambina. Non l’ho aiutata, non ho capito nulla. Ma come avrei potuto?
“Gioia ci sta facendo impazzire. Quando ha compiuto dieci anni, io e Giacomo abbiamo pensato che fosse giunto il momento di renderla partecipe. Ma è una fifona, come te. Però sta imparando. Abbiamo iniziato con i cani, per abituarla un po’ alla volta. Della carne umana non ne voleva sapere. Eppure le ho spiegato tutto, i riti antichi, il valore simbolico…”
Matilde guarda l’orologio. “Accidenti, si è fatto tardi. Fra poco Giacomo tornerà a casa, e anche Gioia. Si è convinta.”
“Convinta?”
“Abbiamo un bocconcino freschissimo. Niente di meglio per iniziare a fare sul serio.”
“Tua figlia fra pochi giorni parteciperà per la prima volta alla Partita a Scacchi. Sarà una piccola dama. Dovrebbero essere dei giorni felici. Matilde, non farle questo. Ti prego, non farglielo fare” dico piano.
“Ah, la Partita a Scacchi. Sono contenta che partecipi. Sai che nel Medioevo il cannibalismo era molto più diffuso di quello che si pensa? Anche qui a Marostica. Ci sono i documenti, io li ho visti, conservati con cura nel passaggio segreto che collega i due castelli. Un tempo lì tenevano imprigionati gli uomini, le donne e i bambini che sarebbero stati mangiati. Ci sono le liste con i nomi e le date… Sai, persino la tua amata Lionora ha…”
“Basta!” la interrompo. “Smettila. Tu sei pazza. Tu sei completamente pazza.”
Raccolgo la borsa, mi precipito fuori. So che a poche centinaia di metri da me c’è Gioia. Vorrei portarla via, ma ho paura che arrivi Giacomo. Giacomo, così tranquillo e gentile. Chissà cosa potrebbe saltargli in mente di farmi. È stato lui a rapire Fabio. Per mangiarselo. Il pensiero mi fa salire i conati. Voglio andare via, lontano da qui. Vomito.
Mi pulisco la bocca con la mano e accendo l’automobile.
Ogni donna, prima o poi, guida con gli occhi pieni di lacrime. Dopo un divorzio, un litigio, una brutta giornata. Anche per me è arrivato quel momento. Tremo. La pioggia non cessa, i tergicristalli mi sembrano incredibilmente lenti.
Mattia. Ho bisogno di Mattia. Doccia, sesso, raccontargli tutto.
Non ometto nessun dettaglio, mi libero di tutto: Gioia, mia sorella. I cani, la carne. Lionora.
Lui mi ascolta con pazienza, mi consola, mi accarezza. Raggomitolata al suo fianco, lascio che la tensione scivoli via.
“Sai, non è così male la carne umana” dice Mattia, mentre sto per addormentarmi.
“Dovresti provarla.”

CARNE testo di Zaritè
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