Annette, nel suo tailleur primaverile, entrò in punta di piedi nell’atelier. La sua borsetta sotto il braccio in tinta con le scarpe, i capelli raccolti sulla nuca e una sciarpa di seta che le svolazzava sulle spalle. Era bella, bella ed emozionata. Venne ad accoglierla una lavorante con la fettuccia del metro appoggiata al collo ed un punataspilli agganciato al polso: nel suo camice azzurrino era dignitosa ed ospitale: “La signora De Angelis la aspetta, venga. Mi segua, le faccio strada”. Raggiunto il retro della bottega, Annette si accomodò sul morbido divano di velluto rosso e cominciò a sfogliare le riviste che sembrava fossero state messe lì, apposta per lei: doveva scegliere il suo abito da sposa.
Dopo qualche istante arrivò la signora De Angelis. Alta, fisico asciutto, pettinata alla moda, un bel paio di orecchini di perla impreziosivano il suo volto. Un volto dai lineamenti marcati lievemente appesantiti dal tempo: anche lei, all’età di Annette, doveva essere stata così bella. La signora De Angelis era famosa per la sua bravura. Le riviste non servivano: lei già vedeva sul corpo delle giovani donne che venivano al negozio, il bell’abito con cui sarebbero andate all’altare. Il prezzo era fisso: conoscendolo, le ragazze dovevano solo affidarsi al suo intuito e presentarsi da lei in tutta la loro bellezza. Ed anche per Annette era la stessa cosa: avrebbe rivestito la sua bellezza di altro splendore, a prezzo fisso.
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