L'esperimento della Morte

scritto da Grog
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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L'esperimento della Morte
- Nota dell'autore Grog

Testo: L'esperimento della Morte
di Grog

Il corpo dell'anziana donna, minuto, rinsecchito, quasi contorto sotto la morsa della malattia, giaceva sul letto d'ospedale, l'unico in quella stanzetta zeppa di apparecchiature nel reparto di terapia intensiva; questo suo essere così sola, isolata, rendeva in maniera fors'anche più dura la solitudine della sofferenza nella quale si dibatteva ormai da troppo tempo. Solitudine della malata e solitudine di Ezio, il suo unico figlio, ostinatamente seduto su una sedia accanto al letto della madre, ora dopo ora, giorno dopo giorno, caparbiamente teso a cogliere il minimo segno di ripresa in quel povero corpo martoriato.
I medici, tuttavia, non lasciavano mai ad Ezio il minimo barlume di speranza in risposta alle sue domande, ripetute all'infinito, quasi maniacalmente: era solo questione di tempo, ormai, e la moderna medicina aveva già da tempo dovuto lasciare il passo alla legge della natura; era anzi piuttosto da stupirsi come il devastato organismo dell'anziana donna fosse riuscito ad opporsi alla morte per un tempo tanto lungo.
Tuttavia, Ezio sperava ancora; sperava e pregava, pregava e sperava, incessantemente, ostinatamente, maniacalmente.
La vecchia paziente resisteva sempre, immobile, letteralmente avviluppata di sonde e circondata da strumenti sui quali piccole luci ammiccanti rappresentavano istante per istante la traccia, l'unica traccia, dell'esistenza tuttora di vita nel suo corpo. Di tanto in tanto però la sua bocca di solito passivamente socchiusa si chiudeva, i suoi occhi si spalancavano in un'espressione quasi attonita, e poi lei iniziava a parlare, animandosi e tentando quasi di levarsi a sedere mentre proferiva lunghi discorsi inintellegibili; il suo sguardo si faceva allora per qualche tempo vivo, intenso, determinato, quasi incollerito per l'incapacità del figlio di comprendere le sue parole. Quelli erano i momenti che ridavano ad Ezio la speranza, che lo facevano aggrappare contro ogni buon senso al pensiero che, sì, prima o poi avrebbe potuto riportare con sé a casa la sua mamma per riprendere la vita di sempre.
E così, Ezio continuava a sperare; sperava e pregava, pregava e sperava, incessantemente, ostinatamente, maniacalmente.

Un giorno, senza alcun motivo apparente, Ezio cessò di pregare o, meglio, cessò di far ricorso alle preghiere canoniche; si rivolse invece d'impulso direttamente alla Morte stessa.
Questo accadde perché sua madre quel giorno aveva dato più del solito segni di agitazione, addirittura forse di insofferenza, dibattendosi a lungo nel letto e fermandosi di tanto in tanto per proferire torrenti di parole: parole incalzanti, appassionate, finanche forse rabbiose, ma del tutto incomprensibili al povero, disperato Ezio, al punto da produrgli quasi un senso di colpa per il non essere capace di interpretare la volontà di sua madre.
Infine il pover'uomo esplose: «Morte, ti imploro, allontanati da mia madre, lascia che si riprenda, ridalle la sua vita» gridò, incurante di poter essere udito da qualcuno dell'ospedale, «oppure prendila con te e liberala dalla sua sofferenza, ma per pietà fai finire questo tormento!» Detto questo, si lasciò ricadere sulla sedia, esausto, affranto, la testa fra le mani, troppo angosciato, troppo sfinito per riuscire ad avere almeno la forza di trovare uno sfogo nel pianto.
Rimase a lungo così, ripiegato su sé stesso, immobile nei movimenti così come nei pensieri, ormai giunto quasi al termine delle proprie forze.
Fu riscosso infine dal suo stato di prostrazione da un qualcosa, un che di indistinto che era più una sensazione che una vera e propria percezione: un lieve, vago senso di freddo sul dorso di una mano, nulla più di questo.
Si risollevò, lentamente, stancamente, e di colpo si impietrì: non potevano esservi dubbi su chi potesse essere quella sagoma oscura, quasi indistinta, come di una figura ammantata di nero vista attraverso una cortina di nebbia, o di denso fumo grigio. La Morte. In persona. Era ritta, immobile, accanto al letto di sua madre dal lato opposto a quello dove lui era seduto; immobile, ma allo stesso tempo animata da un perenne, lieve movimento, come una spira di fumo mossa da una brezza quasi impercettibile.
«Eccomi, Ezio» disse l'apparizione. L'uomo percepì la voce come un suono flebile, lontano, appena accennato, ma allo stesso tempo quelle due semplici parole risuonarono direttamente nella sua mente potenti come tuono ed opprimenti come collera divina. «Mi hai invocato, sono qua, parla dunque: cosa può volere tanto intensamente un comune mortale da richiamare a sé l'attenzione della Morte stessa?»
Stordito dalla voce soprannaturale, sopraffatto dall'emozione, Ezio annaspò, non riuscì a rispondere ed infine accennò con un incerto cenno della mano alla sagoma della madre, distesa ora nuovamente immobile sul letto.
«Tua madre, certo» riconobbe la Morte, volgendo la testa ammantata verso la malata ed annuendo solennemente. «Vorresti che io la liberassi dalle sue sofferenze, senza dubbio.»
Ezio annuì, incapace di aprir bocca, prima con fare incerto e poi vivamente, con convinzione.
«Tuttavia» riprese la Morte, incalzante, «sei ben certo di volere per lei la liberazione dalla sua sofferenza, o non è piuttosto per te stesso che la chiedi?»
Ezio rimase interdetto, senza fiato, percependo un fondo di verità nelle parole dell'apparizione: esitò, a lungo, ma infine scosse con decisione, ripetutamente la testa in segno di diniego: «No, è per lei» riuscì infine ad articolare. «Soprattutto per lei, almeno.»
«Apprezzo la tua onestà» concesse la Morte, «tuttavia non posso far nulla per alleviare le sofferenze di tua madre: semplicemente, il suo tempo non è stato ancora scritto. Non posso prenderla con me ora.»
«Ma allora perché…» Ezio esitò: come ci si deve rivolgere alla Morte? Il tu gli pareva fuori luogo, il lei poteva andar bene per l'amministratore del condominio, finì per optare per il classico voi: «Insomma… perché voi siete venuta qui, se non vi è possibile portare via con voi mia madre? Non vedete quanto soffre?»
«Tutti soffrono» rispose in tono indifferente la Morte. «Ma in realtà non sono venuta per tua madre, ma per te.»
Ezio raggelò: «È già giunta la mia ora?» annaspò. Poi reagì, con la forza della disperazione: «Ma non ho ancora cinquant'anni… E poi, se non è ancora giunto il momento per mia madre, chi si prenderà cura di lei se io verrò a mancare?»
«Problema irrilevante» replicò calma la Morte. «L'umanità è piena di individui lasciati a sé stessi dalla fine prematura di altri individui.»
«Beh, in tal caso» ammise Ezio con rassegnazione «non credo di poter fare granché per mandarvi via a mani vuote, giusto?» Esitò, poi si fece coraggio e chiese: «Dovrò soffrire, nel passaggio?»
L'eco di una sommessa risata parve giungere ad Ezio dalla figura ammantata: «Tutto questo terrore per il momento del passaggio dalla vita alla morte, voi umani… No, posso pienamente rassicurarti in questo: il mio tocco è del tutto indolore, è ciò che lo precede a causarvi sofferenza. Quello, ed il terrore che vi attanaglia nell'avvicinarvi al momento supremo. Null'altro.»
«E sia, allora» rispose Ezio levandosi lentamente in piedi e ponendosi in attesa, ad occhi chiusi e quasi sull'attenti. «Sono pronto.»
«Al tempo» disse invece la Morte. «Come ho già detto, sono qui per te, ma non per ciò che tu credi: in effetti, sono qui per offrirti un'alternativa.»
«Un'alternativa?» fece eco Ezio.
«Esatto: un'alternativa» confermò la Morte. «Non credere che sia per farti un favore, tuttavia: è piuttosto una specie di esperimento fra me e… beh, ed un'altra entità trascendente… non ha importanza quale… per vedere come potrebbero comportarsi gli umani se venissero messi nella condizione di scegliere di che morte morire.»
«Beh, qualsiasi essere vivente, potendo scegliere, opterebbe per una vita la più longeva possibile» obiettò d'impulso Ezio: pareva quasi che di fronte ad un quesito del genere tutta la sua soggezione si fosse dissolta come neve al sole. «Che dubbio potrebbe esserci?» rincarò.
«Non è detto» replicò la Morte. «Un eroico guerriero, ad esempio, probabilmente baratterebbe volentieri la longevità in cambio di una gloria duratura, non credi?»
«Pazzi…» commentò Ezio con un cenno sprezzante della mano.
«Tu quindi saresti per il vivere il più a lungo possibile?» insinuò la Morte.
«Senza dubbio!» fu la pronta risposta. «Si vive una sola volta, no? Tanto vale allora che duri il più a lungo possibile.» Ezio annuì, convinto, alle proprie stesse parole.
La figura ammantata non disse nulla; attese invece per qualche istante, poi lentamente stese una mano scheletrica ad indicare la sagoma immobile distesa sul letto; infine, ritratta la mano, rimase in silenziosa attesa.
Ezio seguì il movimento del braccio ammantato di oscurità; vide il corpo martoriato della madre; capì.
«Non è il quanto a lungo si vive» disse piano, come parlando a sé stesso, «è la qualità della propria vita ciò che conta.»
La figura ammantata rimase immobile, in attesa.
«È meglio vivere fino a tarda età, come mia madre, ed infine morire dopo un'interminabile agonia, oppure è forse meglio finire un po' prima ma passando senza soffrire dalla vita alla morte?» argomentò infine Ezio.
La figura ammantata non si mosse, né parlò.
«No, non c'è dubbio» proruppe dopo qualche tempo Ezio, animatamente, «nulla potrebbe essere peggio che dover subire un cammino di sofferenza come quello patito dalla mia povera mamma.»
«Quindi ad una vita lunga ma segnata dalle sofferenze della vecchiaia tu preferiresti una vita di durata inferiore ma che si concluda con una sofferenza assai più breve?» chiese infine la Morte.
«Sì, senza alcun dubbio!» replicò Ezio con convinzione, gettando appena un'occhiata alla sagoma della madre nel suo letto d'ospedale.
«Hai scelto, quindi» disse la Morte in tono freddamente conclusivo. «Interessante…»
«Ma…» accennò a dire Ezio.
Non ebbe modo di dire altro: con un gesto lentissimo, quasi cerimoniale, come se in quell'istante il tempo si fosse dilatato, la Morte protese la mano attraverso il letto, raggiunse il petto dell'uomo immobile e vi penetrò, con le dita aperte come nel gesto di afferrare un oggetto, poi ne riemerse con le dita scheletriche chiuse come a trattenere fra di esse un qualcosa di invisibile.
Lentamente, senza un gemito, Ezio si accasciò sul pavimento, inerte come un burattino abbandonato dal burattinaio.
«Non ha sofferto» commentò in tono distaccato la Morte.
Un istante dopo la sagoma ammantata si dissipò e scomparve, lasciando dietro di sé solamente l'eco indistinta di una lontana, fredda risata.
L'esperimento della Morte testo di Grog
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