che ci inventiamo di nuovo per illanguidire meno quel tesoro disperso che il tremebondo vento ci ha rubato, fregiandosi di stelle che ci appartenevano di diritto, una tazza di thé, una noce moscata o un grappino infuocato, che fiato ridesti il simulacro bugiardo di questo sentimento che ci ostiniamo a nominare, mentre lui sguscia ferrigno tra le stoviglie di sere nude, nude come i nostri corpi solitari che si incamminano su binari paralleli, disperdendo al buio la tenerezza svaporata in cristalli appesi al cielo
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