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Vissero come sapevano fare.
Un giorno se ne accorsero tutti insieme, senza accordarsi: che la loro maniera di essere li aveva portati lì. Alla fine.
Un operaio si sedette sul gradino di un portone guardandosi le mani. Un ragazzo cercò il telefono senza usarlo. Al parco una bambina strozzò il suo pianto. Un moribondo interruppe la supplica, e sua figlia accanto smise di chiedergli speranza. Un uomo in strada si fece il segno della croce, ma non lo finì.
Allora tutti pensarono a Dio. Non a quello scritto nei libri sacri, ma a quello che serve quando non resta niente.
E in quel momento - proprio lì- Dio apparve, come se ci fosse sempre stato.
Disse: «Io sono Dio.»
Non lo disse per convincerli, ma più come si dice il proprio nome a uno sportello quando chiedono chi sei. Poi non si mosse.
Aveva un cappotto scuro: troppo leggero per il freddo e troppo pesante per il caldo. Le mani erano vuote. Le scarpe erano pulite, ma non nuove. Se non avesse parlato, nessuno avrebbe saputo cosa dire. Eppure tutti lo guardavano in silenzio. Non un silenzio solenne, tutt’al più un silenzio pratico, come quando in una stanza si rompe qualcosa e tutti aspettano che cada l’ultimo pezzo.
Un uomo rozzo disse: «Finalmente.»
Una prostituta domandò: «Dove eri?»
All’angolo un ubriacone rise senza volerlo. Il suono rimase lì, come una cosa inadeguata.
Dio non parlò. Guardò la folla come si guarda un elenco troppo lungo, o una catasta ordinata: non con fastidio, ma con un’attenzione ordinaria.
Una ragazza con i capelli legati male si avvicinò di un passo. Aveva un taglio sul dito e lo teneva premuto con l’altra mano.
«Ci salvi?» chiese.
Non era una preghiera: era una domanda corta. Una domanda che non voleva nemmeno un discorso, solo un sì.
Dio abbassò lo sguardo sul suo dito. Il sangue era poco, ma vero. La ragazza tremava.
Dio disse: «Da cosa?»
«Da questo», rispose lei, aprendo la mano come se potesse mostrarglielo: all’interno non c’era niente, solo il suo palmo.
Dio guardò il palmo. Poi, allo stesso modo, guardò il resto della gente.
Un uomo anziano con le guance scavate disse: «Dalla paura.»
E un altro fece: «Dalla morte.»
«Dall’ingiustizia», aggiunse qualcuno con una voce che voleva sembrare ferma.
«Da noi», sospirò una donna che nessuno guardò.
Dio avanzò d’un passo. Il cappotto si mosse appena.
«Non posso.»
Non lo disse con durezza. Lo disse come si dice “non ho il resto”.
Quella risposta suonò male.
Un uomo che fino a quel momento era rimasto in disparte si mise a urlare. Non disse nulla di chiaro: urlò soltanto.Lo faceva come ci si gratta il naso. Gli altri lo guardarono un attimo, poi distolsero lo sguardo come se fosse parte del paesaggio.
Un’anziana si avvicinò a fatica.
«Allora a cosa servi?» chiese.
Dio la guardò. Lei aveva gli occhi asciutti: non erano occhi tristi, erano attenti.
«A questo», disse lui, e indicò lo spazio tra loro. Non il cielo, non un punto preciso. Solo il vuoto che li separava.
«Non è niente», disse un bambino.
Dio annuì.
Quell’ammissione li disorientò più di un rifiuto.
Qualcuno si spazientì: «Allora facci un segno», «Un miracolo», «Qualcosa».
Dio guardò a terra come se cercasse un oggetto perso. Poi si chinò e raccolse una pietra: era una pietra normale. La tenne tra le dita, la voltò. La pietra non cambiò.
«Ecco», disse mostrandola.
«Che cos’è?» chiese una voce.
«È una pietra.»
Ci fu un rumore di scherno. Qualcuno sbuffò.
Dio rimise la pietra a terra, con cura.
La ragazza del dito tagliato lo guardò: «Io non ti capisco.»
Dio le fece un mezzo sorriso, senza gioia. «Nemmeno io capisco voi.»
Non era un insulto: era un fatto.
Una donna, da dietro, urlò: «Ma tu sei Dio!»
Lui si voltò appena, come se quella parola non lo riguardasse più.
«Lo so.»
Una sirena lontana suonò una volta, poi smise. Nessuno se ne curò più.
Qualcuno tra la folla si avvicinò ancora. Era un ragazzo con una maglia troppo sottile. Si vedeva che aveva freddo, ma non si stringeva. Aveva gli occhi lucidi, senza lacrime.
«Se non puoi salvarci», disse, «almeno dimmi cosa devo fare.»
Dio lo guardò più a lungo degli altri. Poi rispose: «Respira.»
Il ragazzo lo fissò: «È tutto?»
Dio annuì.
Il ragazzo abbassò lo sguardo. Inspirò, poi espirò. Non sembrò cambiare nulla. L’ubriacone, all’angolo, rise.
Dio continuò: «Voi volete riempire, sempre. Con parole, con cose, con promesse. Vi stancate e vi arrabbiate quando il vuoto torna.»
Si fermò. Non per creare aspettativa, ma per pensare.
«Il vuoto non se ne va», disse, «si porta.»
Il pazzo urlò di nuovo, ma questa volta era più vero.
«E tu? Tu lo porti?»
Dio guardò le sue mani: erano vuote.
«Io sono il vuoto.» Poi aggiunse, come se correggesse un eccesso: «E tale devo rimanere, anche in voi»
Qualcuno fece un passo indietro. Una donna si coprì la bocca, ma non era paura: era un gesto automatico.
Dio alzò lo sguardo. La folla lo guardava come si guarda un regalo diverso da quello desiderato. Come un disertore.
«Vi aspettavate un cerchio che vi chiude. Un punto finale. Una risposta.»
Guardò lo spazio vuoto ancora una volta. Poi li fissò.
«Io sono ciò che resta quando le risposte finiscono.»
La ragazza del dito tagliato inveì: «Allora sei inutile!»
Dio non si offese. Annuì.
«Per quello che volete, sì.»
Fece un passo indietro: non stava fuggendo. Stava lasciando che l’aria tornasse aria.
Poi rassegnato, aggiunse: «Ma posso stare qui.»
Nessuno rispose subito. Stare lì non sembrava una salvezza: sembrava poco. Eppure, in quel giorno, tutto era poco.
Dio rimase.
E la gente, che aveva imparato a correre verso qualunque cosa somigliasse a una soluzione, si trovò a fare l’unica cosa che non sapeva fare: restare.