Nel consueto mio spirar mite tra l’azzurro del cielo, Dogoda emigrante con violenza m’urtò. E capriole furono tra inespressi desideri; buchi allo stomaco di mitragliatrici scarlatte; avviluppati nel vortice aereo la mia bocca la dea fatale dell’ovest baciò.
Seppur breve è stato intenso sparisce l’intreccio in qualche minuto: non sia visto da quegli umani, che del ciel non s’han far altro ch’invidiare le forme d’amore che i venti alle nuvole sanno dare.
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