La cara e dolce Miss Flory è scomparsa, e, mister O'hara, il potente marito di miss Flory incarica l'agenzia investigativa "COMPANY % COMPANY WHO LOSE FIND “ affinchè la ritrovi al più presto, ma....................
Riusciranno i nostri eroi a districare una sì aggrovigliata matassa?
Dovranno fare i conti e con il tenente Flanagan un duro dai modi freddi e taglienti.
Con la malavita, rappresentata da gente come Piccolo Joe, un vigliacco gangster, potente ma vigliacco.
E che dire del difficile compito che l’indagine riserverà alle due fragili creature come Minnie e Julie, sempre pronte a sacrificarsi per il bene dei loro uomini.
Durante la difficile faticosa e improba avventura avremo modo di conoscere a fondo i nostri tre uomini: Frank, Henry e Jim, uomini dalle mille sfaccettature che affrontano il pericolo ragionando, facendo una dura introspezione del proprio essere per poi arrivare alla conclusione: trovare l’assassino, l’essere bieco e crudele che approfittando ………..
Beh……. Se volete sapere di più leggete gente, leggete…….
L'ATROCE FINE DI MISS FLORY
Era il momento in cui tutti, per così dire, se la facevano sotto, era il preludio. Dopo di ché si scatenava l’uomo d’ordine. L’uomo d’ordine che era in lui, nascosto fra le pieghe del suo carattere, veniva fuori scatenandosi selvaggiamente.
-Dimmi!....
- Di nuovo rapata?!?!....
E la voce echeggiò tetra nell’ampio salone.
-Si tenente Flanagan!
Jim dopo aver soppesato il pro ed il contro si era deciso a dire la sua, e il tenente non poteva certo continuare ad ignorarlo. Una nota d’indignazione accompagnò la sua voce.
-Si tenente, e ciò è un fatto che ha stupito enormemente anche noi. Pensi un po’….
Proseguì incoraggiato dal silenzio dell’altro.
-… che il qui presente mister O’Hara asserisce che la sua signora moglie, cioè miss Florie, come tutti del resto la chiamavano, dice …, dice, che miss Flori ieri stava qui con lui e che non era affatto rapata.
Mister O’hara in quel momento si stava facendo premura nel distribuire i suoi sigari migliori, nessuno poteva permettersi di dire che lui non aveva trattato bene la polizia.
E poi bisognava distendere l’atmosfera agitata che si era venuta a creare dentro la sua casa.
Tutti quegli uomini che si muovevano, parlavano, urlavano ordini, tutto ciò lo irritava profondamente, perbacco anche con la calma si poteva arrivare al dunque e poi che ordine era quello?
Gli ottimi sigari di Mister O’Hara sortirono l’effetto voluto: erano tutti trincerati dietro il fumo dei loro sigari, quando un sogghigno interruppe la falsariga dei loro pensieri.
Si interruppe anche il piumino di Jennifer, sempre intenta a lustrare mobili, e si interruppe anche Minnie immersa dentro i suoi Campari.
All’unisono, si voltarono di scatto, come dei bambini sorpresi in giochi proibiti.
Nic, accanto alla scalinata, con il ghigno morente dentro la chiostra dei denti, sembrava un gatto che giochi col sorcio prima di azzannarlo.
-Già
Sussurrò quasi, come ad assaporare la sorpresa che ne sarebbe derivata.
.E non sapete il resto!, il dottore dice che miss flory era calva, portava la parrucca, -Capite!!!
Precipitò tutt’un tratto, non potendosi più trattenere.
-E voi non ne sapevate niente!.... naturalmente!....
Tuonò Flanagan, rivolto al marito
Mister O’Hara trasalì, il dolore lo aveva sprofondato lontano, solo le azioni della Spotik & Spotik facevano macabre danze nel suo cervello offuscato, nulla e nessuno poteva più toccarlo.
-No ..., si …, come dite?... calva?..... perché?... no, non lo sapevo.
Come dire …. Si, ognuno di noi due aveva … come dire, la sua stanza, l’intimità … sapete! Ne eravamo gelosi e poi è più fine.
Camere divise,… si fa così, no?!...
-Si, si capisco. Certo avete ragione, nella vostra posizione non potevate dormire in un’unica camera da letto, è ovvio.
Nonostante tutta la sua comprensione verso le classi agiate, il tenente restava pur sempre dubbioso.
Bisognava che il suo dovere passasse innanzi a tutto, doveva chiedere, interrogare, fare anche delle domande imbarazzanti come quella.
E naturalmente era necessario muoversi con cautela, non poteva permettersi alcun tipo di errore; era giovane e voleva far carriera, lo dicevano tutti alla Centrale che lui lì dentro non ci sarebbe ammuffito.
Giusto, risolvere i casi come quello, ma con cautela e c’era modo e modo di risolverli, stava a lui scegliere la strada migliore. Tutto ciò si dibatteva a ritmo sostenuto nella sua mente.
-Capisco
Disse infine, come rivolto a se stesso.
Henry ed anche gli altri si agitarono sulle sedie, il cucù aveva già abbondantemente suonato i dodici Martini della povera Miss Florj e i morsi della fame cominciavano a farsi sentire.
-Scusate
Disse Henry, dopo aver preso il coraggio a due mani
-Scusate tenente, ma noi si vorrebbe andare;
parlò anche a nome degli altri,
-E’ già ora di pranzo e noi sapete, noi si ha fame ….
Il tenente si scosse
-Già il pranzo …. si sì certo, scusate avete ragione, potete andare.
-Comunque ….
E qui la voce di Flanagan riportò nel circolo dei suoi pensieri tutta quanta l’attenzione generale. Ebbe una voce secca, dura e incisiva, che penetrò nelle loro teste come un sottile ago infisso dentro un trapano in funzione.
-… tenetevi a disposizione della Centrale e sopratutto ….
E calcò su quel sopratutto
-Non abbandonate la città!...
Veramente in quel momento e per quella occasione , non era proprio necessario intimidire nessuno , ma faceva sempre un bell’effetto quel “ non abbandonate la città” Cazzo!.... chi lo diceva dimostrava di avere un bel potere in mano e a Flanagan il potere piaceva da matti.
Ricevuto il benestare, i tre colleghi si immersero nella gloria del mezzogiorno.
Fuori rividero il vecchio giardiniere.
Questa volta tutte le sue cure, erano rivolte ad un salice, lo guardava attentamente e non si capiva, se con amore o disapprovazione. Gli girava lentamente attorno, lo toccava e poi osservava con aria dubbiosa i rami scendere dolcemente verso terra. A volte iroso li stringeva fra le mani quasi a volerne misurare la lunghezza. La variabilità del loro lungo andare, sembrava metterlo in crisi, cercava di pareggiare quella gran chioma verde che discinta e disordinata fluiva giù verso il basso trascinando con sé turpi pensieri. Con furia lenta, precisa e metodica, tagliava a cesoiate tutt’intorno, per poi chinarsi a pulire l’erbetta vellutata che gli cresceva attorno; essa sì, tutta para, tutta rasa. Non un filo si arrischiava a uscire fuori dall’ordine costituito di quel piccolo dio che, contorto come i suoi vecchi alberi, armato di falce avanzava lento e inesorabile per il vasto prato. Lento e sicuro dopo il suo passaggio, l’ordine regnava perfetto. Saranno stati secoli da che lui curava il parco di Mister O’Hara; nel profondo del suo silenzio turbato solo dal fruscio della sua falce, lui curava, con cura precisa l’esatto assetto del parco di Mister O’Hara. Potò l’erbetta fino a quando rimase rasa, quasi un tappeto ai piedi del salice.
Jim lo osservava compiaciuto, era un buon giardiniere quello!
Arrivati a New York si diressero al loro vecchio ristorante; era la meta continua delle loro peregrinazioni mangerecce. Era un vecchio ristorante situato proprio ai confini del cuore newyorkese; fuori non era bello a vedersi con la sua aria vecchia e decadente; conservava l’aspetto di un locale per travestiti, o che so per finocchi, o peggio ancora, per gay; qualcosa da evitare insomma; ma dentro!... per chi conosceva il suo segreto era una delizia entrarci. L’arredo era in puro stile Liberty, i camerieri, tutti giovani, ma non troppo, belli come fanciulle, vestiti di nero ed avvolti nei loro bianchi grembiuli, come pinguini svolazzavano da un tavolo all’altro; tutto richiamava alla memoria atmosfere Padriniane: Marlon Brando, sembrava di casa lì, con l’enorme bocca piena di ovatta e spaghetti. Era un covo di antichi immigrati: i loro nonni erano venuti, cacciati via dalla fame e dai governi, dai quattro angoli dell’Europa: polacchi, turchi, spagnoli, russi, greci, italiani, ebrei, c’era tutta una piccola rappresentanza di umanità in fuga dagli orrori dell’altra umanità. Che forse i vecchi padroni, apposta avevano optato per questa scelta, strategica da un punto di vista prettamente culinario? E i cuochi, lì dentro vi avevano portato le loro nostalgiche atmosfere; ogni piatto profumava di spezie antiche e saporose, ed i cibi arrivavano da un lontano paradiso. Nel Kentaki ampie fattorie, coltivavano in vasti prati tenere erbette per nutrire nugoli di bestie nel più naturale dei modi. Dalla California la frutta e la verdura copiosa, grassa e colorata si riversava su quelle tavole. Dalle coste atlantiche i pesci facevano a gara per tuffarsi dentro quelle padelle, immersi dentro oli che profumavano di dei ed eroi.
Questo delizioso ristorante, abbastanza grande da contenere comodamente un centinaio di persone, era sepolto sotto cumuli di palazzi, enormi grattacieli dai mille occhi lo guardavano allibiti, il traffico gli scorreva accanto veloce, snodandosi lungo le arterie cittadine e inondando di smog l’aria greve e stagnante dei piani bassi.
I clacson, gli ingorghi e le sirene che continue sfrecciavano per Road Street e la ventiduesima, non abbandonavano un istante il ritmo dei commensali, bussava alle vetrate insinuandosi tra toppe e piccole crepe.
Fortunatamente trovarono libero un tavolo posto ad angolo fra due ampie vetrate, coinvolti dalla rapsodia cittadina a stento riuscivano ad udire le proprie voci, ma appunto in ciò stava, soprattutto, la bellezza del posto. Dopo essersi accomodati Per cominciare presero solo alcuni aperitivi accompagnati dai divertenti stuzzichini della casa che consumarono nell’attesa del pranzo.
Al Maitre ordinarono le solite bistecche: arrivarono alte gustose e succulente, grondavano grasso ed umori; torno torno, patate imburrate e crescione, le accompagnavano distesi dentro umide salse; il pane di segala servì loro per raccogliere le ultime gocce d’intingolo, e per finire macedonia all’agro dolce. Il sommelier consigliò loro due bottiglie di rosso californiano; e con una fetta abbondante di torta alle mele, rivestita di panna, seguita da un nero caffè, completarono il pranzetto.
Fra un boccone e l’altro cominciarono ad elaborare complicate strategie, si immersero nel proprio lavoro, gustando il buon cibo che un cameriere biondo e grassottello metteva sulla loro tavola.
Discussero a lungo dei vari sistemi da adottare, della linea da seguire. Henry un po’ calmato dal discreto pranzetto era già pronto ad entrare in azione, Jim invece, più prudente, voleva consultare il resto della compagnia, per poi decidere il da farsi. Concordato così il piano d’azione si diressero verso l’ufficio in vista della riunione.
Appena arrivati cercarono subito Gepo. Il gatto se ne stava silenziosamente acciambellato fra il computer e la stampante; come un lungo serpente piumato, il suo pelo nero scintillava come l’ebanite; attirava le carezze di chi lo guardava, per la sofficità di un pelo che ti richiamava ai più morbidi velluti, per l’idea sottile che penetrando nell’erotismo del tuo cervello, ti sussurrava che toccarlo sarebbe stato più dolce del più dolce fiore vellutato, e Gepo questo lo sapeva. Con il piccolo ventre rotondo che si alzava ed abbassava seguendo l’andare del suo respiro, ronfava tronfio e deliziato per la marachella alla quale si era abbandonato; Gepo sapeva benissimo che non doveva salire sulla scrivania, conosceva i limiti dei suoi no, sapeva che non bisognava mai trasgredire gli ordini del capo, e in questo caso il suo capo era Frank, e lui calmo e tranquillo stava volentieri alle regole del gioco.
Ma …, ma quando la banda era fuori, com’era dolce fare e disfare per tutto lo studio, le sue zampettate si potevano leggere su tutte le scrivanie, le mensole, i cuscini, le sedie, dappertutto i suoi peli raccontavano dei suoi acciambellamenti. La vista di Gepo che se la dormiva saporitamente con il piatto del polmone coscienziosamente leccato, li tranquillizzò; comunque frugarono ugualmente tutti gli angoli della casa alla ricerca di qualche torta e fortunatamente non ne trovarono. Tirarono un sospiro di sollievo, per quel giorno nessuno aveva attentato alla vita di Gepo con le solite torte farcite a panna e crema.
Quella delle torte era una vera ossessione per i proprietari dello studio, specie per Frank che voleva un bene dell’anima al suo Gepo. Come tutti i gatti la tendenza di Gepo per il diabete era notevole, così come forte era la sua strana passione nel farcirsi con tutte le torte che quel maligno di Piccolo Joe continuamente cercava di cacciare nello studio. L’odiato, grasso, piccolo, Piccolo Joe, naturalmente, era l’indiziato numero uno.
Dopo essersi rassicurati si misero comodamente seduti in ampie poltrone impreziosite dai centrini smerlettati di Julie. Ognuno di loro centellinava tranquillamente dal proprio bicchiere meditando sul da farsi, leggermente oppressi dal lauto pranzetto.
-Salve! – trillò, la voce di Julie -
Un ‘ondata di dolce profumo, misto al duetto noce moscata/ cannella, invase lo studio. I tre repressero a stento un moto di stizza, ci risiamo!, adesso sarebbero stati sottoposti alla solita affettuosa torchiata sul cibo, su dove avevano mangiato e perché lì e perché là!...
Erano arrivati anche gli altri due.
Julie per l’occasione si era tolta il grembiulino bordato di pizzo san gallo. Con la testa bruna piena di riccioletti si muoveva di qua e di la sculettando allegramente, la bocca impastocchiata di cibo e rossetto.
-E voilà!
E si sdraiò allungandosi comodamente sopra la sua sedia a dondolo installata in un angolo vicino ad un paralume tutto pizzi.
Gli orrendi quadri di Frank ne ornavano le pareti.
-Allora trovato il colpevole? Ma ragazzi!... che aria seria!... Dove avete mangiato? Sentiamo, su! Tutto buono?... scommetto …
Socchiuse gli occhi, ecco adesso gli altri avrebbero vuotato il sacco, era sempre così, le sue domande ricevevano invariabilmente le stesse risposte.
Le attese, con la testa reclinata continuando a dondolarsi, però volle aggiungere:
-Scommetto che …. Avete aggiunto un po’ di sale sulla minestra! È così! vero? È così?….
-Hai ragione Julie
Minnie era brava, riusciva ad ottenere lo stesso tipo di stupore per la stessa tipica domanda
-Io ho aggiunto un po’ di sale nel mio piatto, e figurati che Jim, invece, vi ha messo un po’ di burro...
- Ed Henri? e tu Henry che hai fatto?...
L’impazienza le faceva mordere le unghie, tutti e tre dovevano aver trovato qualcosa che non andava, altrimenti che gusto c’era?
- Io?... dunque … vediamo un po’…
-Ma Henry non ti ricordi?
Lo soccorse Minnie
-Hai aggiunto dell’acqua! Hai aggiunto dell’ acqua nell’intingolo perche era troppo denso.
-Ha! già si è vero, ho aggiunto dell’acqua.
L'ATROCE FINE DI MISS FLORY testo di ellissa