L'ATROCE FINE DI MISS FLORY

scritto da ellissa
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Autore del testo ellissa

Testo: L'ATROCE FINE DI MISS FLORY
di ellissa

Miss Flory......... l'avvenente moglie di un pezzo grosso, trovata morta ammazzata!
povera miss Flory............... ma chi? chi è stato così brutale, così feroce.............
ecco un nuovo incarico, un nuovo compito, un nuovo lavoro per i nostri impavidi e coraggiosi.........................
sapranno trovare l'assassino? sapranno consegnarlo alla giustizia?
ma certo che sì!
ma pagina dopo pagina il mistero s'infittisce sempre più.........



I I I L'ATROCE FINE DI MISS FLORY




-E non dimenticare il tocco geniale, la maestria dell’architettura moderna, fra le erbe e i fiori selvaggi indovina un po’ cosa ti ci vanno a cacciare? le case! Proprio le case, coi loro portici, i loro colonnati, tutte bianche immerse in un tripudio di verde.. Senza contare poi le piscine, i campi da golf, da tennis, il maneggio, e tutto nascosto fra case e giungla. E infine il particolare che mi entusiasma più di tutto: le belve!
Puoi vedere branchi di pecore brucare l’erba là dove tigri e leoni riposano all’ombra di grossi tigli. E leoni, pantere, giraffe, tutti, tutte le specie stanno in questo meraviglioso parco, qui hanno realizzato l’eden terrestre!... Tu penserai …
Continuò rivolto al suo attento pubblico
- … Come faranno queste belve a vivere qui, quasi a due passi da New York? dunque, devi considerare che ogni giorno nel loro mangiare vengono iniettate delle sostanze calmanti, così quando li vedi ti stupisci perché sembrano dei cucciolotti tranquilli, una gioia per gli occhi insomma.
-Ma le bestie trattate così non muoiono?
Chiese Minnie che aveva il cuore tenero.
-Certo, ma non c’e di che preoccuparsi tanto vengono subito sostituite dai nuovi arrivi.
Spiegò, Jim che aveva la stessa mentalità delle classi agiate e non si perdeva certo per delle bazzecole. Poi continuò sempre infervorato:
-Infine, nascosti tra il verde, ci sono microfoni che trasmettono i suoni della foresta, che so il barrito, il grugnito, le strida dei babbuini, e l’urlo del vento, il rumore delle acque. C’è tutto insomma.
Concluse magnanimamente, sicuro dell’effetto prodotto.
-Certo che lì sarebbe stato bello fare caccia grossa!.
Henry amava la caccia.
-La caccia!.... e come se la fanno! su …mila acri di terreno partono equipaggiati con gli amici, i cani, i battitori indù, importati anche loro, e fanno caccia grossa.
Qualche bella testa di leone africano da appendere sul camino la trovano sempre..
Tranquillo, però, che se non sei del giro e spari a qualche bestia ti becchi una multa che ti ci vogliono due vite di busta paga per poterla pagare. Capisci? … questa è Atlantic City, e a noi del New Jersy piace.
-Dì un pò, come fai a sapere tutte queste cose, tu?
-Chi, io? Caro il mio Henry! Sogghignò soddisfatto Jim, avevo un amico che conosceva la sorella del cognato del capo dei dipendenti, questo era un appassionato di animali come me, e così mi raccontava tutto e una volta ho anche visto! Ci siamo nascosti dietro un capannone e così mi sono goduto tutta la caccia.
E Jim si sentì nuovamente fiero! fiero del proprio lavoro che gli consentiva di bazzicare fra gente così ricca e in posti cosi diversi. Minnie dal canto suo era estasiata e non vedeva l’ora di arrivare.
La grossa Cadillac arrancò lungo il viale. Jim alto, robusto, un metro e ottanta di altezza per novanta di torace scese per primo, a ruota lo seguì Henry.
Lui più basso, esile bruno nervoso.
Minnie scese dietro i due, l’improvvisa aria calda e afosa le fece incollare il top sui due seni tondi come melagrane;
Minnie scese dietro i due non scostandosi dalla loro ombra, e guardò a bocca aperta tutto ciò che vedeva, questo le fece perdere l’equilibrio e per un attimo i sandali dorati fecero ancheggiare quelle due semisfere rotonde che, dietro, appena sotto la schiena seguivano a ritmo di samba il muoversi delle cosce, che piene ed affusolate andavano giù verso la dolcezza delle sue sinuose caviglie. Minnie non era molto alta, ma non era neppure molto bassa, era giusto la donnina che gli uomini si girano a guardare sospirando ignobili pensieri.
Accostarono la macchina lungo il marciapiede e si avviarono tenendosi sempre nel mezzo del selciato con le mani bene in vista.
Bisognava dar retta ai cartelli, per gli sprovveduti fili invisibili regalavano tremiti di terrore.
Strada facendo, il cielo azzurro e le grandi ombre degli alberi, li riportarono alle gite domenicali, pareva quasi di sentire gli strilli di una qualche mamma e le urla argentine dei pargoli; come sono care le famigliole, sognava Minnie, quando strappano fiori o quando spargono bottigliette di coca per i prati, o quando lasciano sottili fili di fumo là dove hanno mangiato, intanto che il rombo del loro macinino si disperde nell’aria.
Eh sì! conforta il cuore vedere un prato costellato dai resti di un pic-nic familiare, sembra dirti: qui c’è stata vita.
Il sogno di Minnie fu bruscamente interrotto.
Sbucando fuori da una colonna in pretto stile dorico, si parò davanti alle loro scarpe di vitella marrone variamente composite, un tipo dall’aria truce, un segaligno di quelli alti e magri che solo a guardarli ti si rivolta lo stomaco dalla paura.
Era un esperto di Karate come lasciava capire un tic in fondo all’occhio destro che angosciava chi si provava a guardarlo.
-Chi siete? Dove credete di andare?
Abbaiò il segaligno, il tic gli andava su e giù.
-Togliti di mezzo e sta calmo
Jim, con il suo fare pacato, lo guardava come a soppesare l’aria che lo circondava, se il tipo si fosse mosso, lo avrebbe spezzato in due.
-Il tuo padrone ci ha detto di venire qui, non è Atlantic City questa?
Il segaligno dovette fare uno sforzo tremendo. Aveva le mani tese pronte a colpire, nessuno l’avrebbe fatta a lui, nessuno ci si era mai provato senza averci rimesso l’undicesima vertebra cervicale, e lui questo lo sapeva.
-Certo che è Atlantic City.
Si trovò a rispondere suo malgrado.
Ma voi due laggiù state attenti! Perché i tipi come voi che portano cravatte rosse proprio non mi piacciono, cercate di rigar dritto intesi!?!?
E il segaligno si stupiva per quel fiume di parole che scorrevano a fiotti dalla sua bocca spalancata.
Ignorò di proposito la donna, le odiava e ignorarle era la sua vendetta.
-Jim ti giuro che l’ammazzo, quell’imbecille ti giuro che lo faccio fuori.
Sussurrò Henry, anche a lui tremava la mano e doveva trattenerla perché non si precipitasse sulla Luger che vibrava terribilmente dentro i suoi calzoni.
No Henry non sopportava i gradassi, specie se erano rossi con la scriminatura di fianco e quello lo era.
Jim si riprese subito, sapeva che è meglio non toccare il cane che dorme.
-Bene, allora noi si va.
E rivolto a Henry
-Stai calmo bisonte, qui bisogna incassare la grana,
e rivolto allo smilzo
-Allora salve, noi si va e non per la porta di servizio! E curati il tic bellezza: ne hai bisogno.
Per fortuna loro, camminarono svelti, perché lo smilzo ci rimase male, ma non poteva certo abbandonare la sua fila di colonne doriche così saldamente affidate alla sua protezione; ci avrebbero pensato gli altri a spolverare quei due!
Il grande portone bianco-laccato si aprì silenziosamente non appena ebbero varcato l’immenso patio.
Un impeccabile maggiordomo sobriamente vestito, dentro la sua divisa, stava lì ad attenderli. I capelli leggermente brizzolati si intonavano al bianco immacolato dei guanti, e l’insieme ricordava un quadro astrattista nei toni del bianco e del nero.
Fecero il loro ingresso rispettando il silenzio che li aveva accolti, nessuno chiese loro niente ed essi affondarono dentro la lunga corsia vinaccia che si snodava lungo il vasto corridoio bleu. Si trovarono di fronte ad un ampio salone, attorno alle pareti erano porte chiuse, qui e là fra le nicchie erano collocate immense anfore e statue di antica fattura. Deposti quasi a casaccio stavano oggetti rari, frutto d’una instancabile ricerca ben sovvenzionata.
Notarono tracce di civiltà greca, egizia, sumera.
L’oriente si profondeva come monito di iniziativa culturale al quale sarebbe seguito l’occidente e questo era rappresentato dalle pitture cretesi, dai tripodi etruschi e da deliziose statue romane d’imitazione greca.
Davanti a quelle meraviglie l’impassibile maggiordomo li condusse presso una porta semplice e di buon gusto. La perizia del padrone di casa li introdusse in un’ampia sala discretamente illuminata; qui e là variamente disposti, si trovavano diversi angoli dedicati a quanto di più eclettico lo spirito umano possa dilettarsi.
Furono dirottati, sempre dall’impeccabile maggiordomo, verso una serie di poltrone che un abile designer aveva appena abbozzato onde renderle più accoglienti per la schiena del mortale che vi si ci fosse abbandonato. Giorgio il barman servì loro due gin, ma Henry se lo fece sostituire con la sua vecchia coca allungata al whiskey e soda, mentre Minnie ringraziò per il suo Campari rosso fuoco. Dopo di che sprofondarono nelle poltrone di velluto rosso e lì attesero.
-Prego
Sussurrò il vecchio Pitt
-Mister O’Hara è già stato avvertito del vostro arrivo, fra poco sarà qui. Se volete, prego, accomodatevi.
E così dicendo scomparve dietro un pannello color fucsia.
-Perfetto – mormorò Jim –
-Veramente perfetto. Hai visto cosa vuol dire guadagnare dei mila dollari al giorno, che ne dici Henry ?!?
Henry stava per rispondere come al suo solito quando improvvisamente una tenda si mosse, i loro muscoli si tesero pronti a scattare, gocce di sudore si formarono invisibili sulla fronte di Jim; niente altro denotò la loro ansia verso la più piccola cosa fuori posto e tutto lì era maledettamente a posto.
-Vi ringrazio per essere venuti!
Disse una voce alle loro spalle
-La vostra agenzia è nota in tutta la costa, la “COMPANY % COMPANY WHO LOSE FIND” no? Bene. Mi auguro che farete un buon lavoro.
Quando il Niagara di parole si fermò essi stettero ancora tesi, non un muscolo tradì la loro emozione e Mister O’hara, poiché di lui si trattava, calmo e resoluto, come un vero Janke, andò a sedersi dietro la sua scrivania.
Regnava un’atmosfera greve e pesante che solo lo scheker di Giorgio il barman riusciva a rendere normale.
Il primo a riprendersi fu O’hara, aveva notato lo sguardo inquieto dei due, uno sguardo che, come quello di due aquile bramose, cercavano un posto dove sbattere la preda e divorarne silenziosamente il contenuto; anche Minnie, tentando di interrompere quella azzurra corrente pregna di gelo, rialzò leggermente l’orlo della sottana: si era spesso salvata mettendo in mostra le sue grazie; e il suo accavallamento di gambe mostrò molto di più.
-Bene
Riprese O’Hara, il gesto di Minnie lo rese più audace.
-Vi ho fatti venire qui non per parlarvi d’affari o per farvi annusare il mio conto in banca, ma affinché mi portiate qui ….
Intanto la voce di O’Hara era salita di un ottavo
L'ATROCE FINE DI MISS FLORY testo di ellissa
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