La "nuova società".

scritto da Michele 57
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Testo: La "nuova società".
di Michele 57

Ormai da un paio di secoli almeno, si può osservare una tendenza singolare, ma ormai difficilmente negabile: quella di rimodellare progressivamente l’assetto sociale sullo stereotipo del malvivente e dello straccione. Non si tratta soltanto di un fenomeno marginale o di costume; esso riflette, piuttosto, una trasformazione più profonda nei criterî di valutazione pubblica, nei quali ciò che un tempo era considerato segno di distinzione o di dignità tende a venir guardato con sospetto, mentre ciò che un tempo appariva indice di disordine o di marginalità viene ad essere progressivamente normalizzato.

Un antecedente simbolico di questa inversione può forse ravvisarsi nella figura del sanculotto, espressione tipica dell’immaginario politico giacobino, che già intendeva contrapporre programmaticamente l’abbattimento dei segni esteriori della distinzione sociale, quando aderenti alla tradizione delle forme civili dell’Europa. In un senso analogo, la lingua popolare milanese conserva nel termine "balabiott" un’immagine efficace di tale atteggiamento: quello di una deliberata e scriteriata ostentazione della più sdrucita sciatteria, come segno di autenticità o di superiorità morale.

Se si osserva la vita pubblica contemporanea, non è difficile cogliere i riflessi di questa trasformazione. Le figure tradizionalmente investite di responsabilità istituzionali – il ministro, il magistrato, il professore universitario, il vescovo od il sacerdote – tendono sempre più spesso a presentarsi secondo criterî volutamente dimessi, come se il decoro connesso alla funzione fosse divenuto un segno sospetto o, ancor peggio, il residuo di un passato ormai improponibile. Accade così che il linguaggio, l’abbigliamento e persino la postura pubblica delle autorità civili o religiose si avvicinino, talvolta, per stile e per tono, a modelli che in altri tempi sarebbero stati associati piuttosto alla marginalità sociale. Non di rado, per contrasto, taluni esponenti della stessa criminalità organizzata finiscono per apparire dotati di una maggiore compostezza formale.

Questa trasformazione non è casuale. La fortuna di molte ideologie moderne sembra infatti presupporre un progressivo abbassamento dei parametri di giudizio sociale. Un ordine civile fondato su criterî di disciplina, di responsabilità e di distinzione rende infatti più difficile l’affermazione di concezioni politiche che trovano il proprio terreno favorevole in una società nella quale tali criterî siano stati previamente delegittimati.

In altri termini, certe idee riescono a radicarsi stabilmente nella coscienza collettiva, soltanto quando venga progressivamente eliminata la possibilità di confrontarne gli effetti con quelli prodotti da assetti politici differenti. Per questa ragione, il consolidamento di tali costruzioni ideologiche tende a richiedere un contesto sociale nel quale i modelli di comportamento dominanti risultino progressivamente livellati verso il basso, mentre i traguardi di civiltà faticosamente raggiunti nel passato vengano presentati come residui anacronistici o addirittura come forme di ingiustizia.

In tale contesto, non sorprende, dunque, che l’attenzione pubblica verso i fenomeni di delinquenza diffusa risulti spesso limitata o intermittente. Sebbene tali fenomeni incidano quotidianamente sui diritti fondamentali dei cittadini e sulla stabilità degli assetti civili del Paese, la reazione istituzionale appare talvolta oscillante, quando non meramente rituale. Un indizio significativo può essere colto nell’evoluzione della legislazione penale, la quale mostra spesso una particolare sensibilità verso la tutela degli imputati, mentre appare assai meno attenta alle esigenze di protezione delle vittime, soprattutto quando queste tentino di reagire alla violenza subita.

Le frequenti dichiarazioni circa la necessità di riformare tale legislazione non hanno, finora, modificato sostanzialmente questa tendenza. Le riforme introdotte negli ultimi decenni sono state spesso giustificate in nome del cosiddetto “garantismo”, ma i loro effetti concreti hanno talvolta finito per aggravare la condizione del cittadino comune, esposto non solo alla diffusione dei fenomeni criminali, ma anche a nuove forme di pressione sociale e giuridica.

In un clima di questo genere non è raro che il semplice dissenso nei confronti di alcune linee ideologiche dominanti venga percepito come un atteggiamento socialmente sospetto. L’espressione di opinioni non conformi può allora esporre chi le manifesti a procedimenti giudiziari od a campagne di delegittimazione pubblica. In casi estremi, tali dinamiche possono giungere fino all’imputazione di gravi reati che, soltanto dopo lunghe e onerose vicende processuali, risultano infine privi di fondamento.

Coloro che tentano di sottrarsi a questa progressiva ridefinizione dei parametri sociali si trovano così spesso confinati entro cerchie sempre più ristrette. Nella migliore delle ipotesi, essi vengono presentati come nostalgici di un ordine ormai superato; nella peggiore, come ostacoli alla necessaria evoluzione della società. In questo modo, ciò che un tempo costituiva il fondamento stesso della civiltà – il rispetto delle forme, della responsabilità e della distinzione – rischia di essere ridotto a semplice curiosità storica, degna, al più, di un museo provinciale.
La "nuova società". testo di Michele 57
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