Non vi è dato sapere chi sono, o cosa sono. Non vi è dato sapere il mio nome e la mia specie. Non vi è dato sapere nulla di me: non solo risulterebbe noioso, ma oltretutto irrilevante. Non vi è dato sapere altro che questa storia, unica nella mia vita, unica nel suo genere. È una storia di media durata, come durano tutte le storie; è una storia il cui inizio risale a troppo tempo fa e non conosce una fine.
È una storia di uomini, questa, diversa da tante altre. Uomini che non sono uomini ma più umani dello stesso uomo. Uomini indifesi, invisibili tra la folla, uomini diversi, quindi non uomini: la storia di qualcosa che non è uomo, ma che vorrebbe esserlo; la storia di un giorno eterno, di una speranza, di un sole sorto e tramontato.
Inizia e finisce, per così dire, in una via, a dicembre, mentre il cielo è bianco latte e le strade ululano al vento e alle macchine. Foglie ingiallite rare, sparse su terreni artificiali senza vita, senza passato. Sono distese a terra, incollate dall’umido e dai passi distratti. Sono foglie queste, reduci dall’autunno, a cui nessuno più fa caso, a cui la gente non presta attenzione, ma che pesta, senza sapere. Foglie col colore innocente dei bambini, con la loro inadeguatezza ad un mondo di giganti; crollano a terra con danze istruite dal vento, ondeggiano in sinuose curve aeree prima di adagiarsi, con sospirata delicatezza, sul catrame freddo e insofferente. Si assopiscono mentre perdono le ultime flebili fibre di vita, mentre cala come carezza una notte infinita sulla loro storia. Non vede poesia in loro la gente, non vede passato o futuro; questa gente che non si emoziona davanti al loro morire -“uomini macchina, con macchine sl posto del cuore”-, gente che viene, che passa, che và. Gente. Foglie. Pestano e corrono, le persone. Subiscono e piangono, le foglie. Ma bisogna capirli questi uomini, questa vischiosa onda informe che si propaga in ogni direzione soffocando la via, questa via in cui deve accadere la storia. Rimane accecato dal riverbero delle luci impiccate ai lampioni, dai mantelli stellati che ricoprono le strade, ribollenti di passi umani, e dai pini finti, di plastica, che adornano piazze immense. Le lampadine che brillano ad intermittenza, alternando colori ed intensità –blu verde rosso blu verde rosso nero musica–, frenano le parole in una cappa indefinita di frastuono umano. In questa via ci sono alberi scheletrici, rigidi, assiderati dal vento e appesantiti da bionde luci. Soffia intanto una brezza violenta e rigida nella temperatura, soffia con veemenza quasi crudele, ma non troppo; respira, il vento, e si avvolge intorno ai rami secchi degli alberi, li prende quasi in giro. Si intrufola nei grandi spazi vuoti e spogli, vi rimane incagliato per alcuni attimi, giusto il tempo di congelare l’umidità. Li lavora per farli divenire maestosi alberi di delicato ghiaccio. Loro, gli alberi, unici testimoni, unici che vedono cos’è diventato l’uomo.
Il vento passa ovunque e mescola insieme odori e fragranze in un incedere continuo.
Non saprei dire se tra questa gente ci fosse qualcuno che l’ha mai sentita questa brezza, violenta nella sua intensa tenerezza. Nella sua carezza d’amore. Non saprei neanche dirvi se c’è qualcuno che ha mai vissuto davvero, come queste foglie, durate solo una primavera di rondini e primule. Chissà se si sarà fermata, la gente, a guardare le rose sbocciare e i girasoli fiorire; chissà se adesso la gente vede la stranezza di uno di questi alberi.
Non saprei. In questa via tanti passano e nessuno resta. Si sentono soli, gli alberi, nella folla, come si sente l’uomo. Si creano un’intimità apparente, delicata e soffusa, mentre tutto si arresta come al di là di un vetro sottile.
Questa è una storia di alberi. È la storia straziante di un amore tra due alberi. Il caso volle, anni fa, che due semi fiorissero vicini: volarono per giorni nel vento insieme ad altri semi e pollini, un valzer senza sala specchiata, per garantire la diffusione della specie. Veniva, il primo, dalle steppe del nord. Il secondo da sud.
Due mondi casualmente incontrati nella terra umida e gelata del bosco.
Il muschio li tenne caldo, a cullare il loro sbocciare; funghi accompagnarono il loro spuntare dall’oscurità. Fuori il sole arancione, dal tiepido calore, accarezzava i loro fragili germogli. Volle la sorte che gli alberi, i nostri due alberi, crescessero insieme e si innamorassero.
Si innamorano per accidente, per combinazione fortunata. Divengono rigogliosi, negli anni, e si innalzano sempre di più, a forare l’azzurro compatto del cielo invidioso. Con loro, il sole proietta geometrie di rilucente splendore sulla terra nascosta dalle fronde; è un gioco infinito, tra frantumi smussati di specchi. Si intrecciano i rami e si confondono, si uniscono per perdere la distanza e la differenza che li separa: aghi che si tessono come dita di mani che si cercano, rami che si avviticchiano come nostalgici abbracci perduti. Tentennare per accarezzarsi, scricchiolare per sussurrare. Sono abeti, loro. Abeti innamorati di mille venti e primavere; al fiorire dei trifogli altalenano sullo stesso tempo, a scandire battiti di cuori inesistenti. Vorrebbero averlo un cuore, uno di quelli veri, rosso, pieno di sangue caldo e vivo, vorrebbero sentire scorrere quel liquido dentro di loro; vorrebbero inebriarsi del suo ferrigno odore ed osservarlo fluire, cavallo selvaggio, nelle strade venose. Vorrebbero essere uomini, quelli con gambe e mani e occhi, per potersi dire quello che il vento non sostiene, per potersi osservare e lambire al di là di lievi e fugaci sfioramenti concessi dalla tempesta. Non gli basta dondolare alla sinfonia quieta del brusio delle api. Abeti danzatori di boschi e cantanti di opere naturali; c’è un’umanità in loro che li fa divenire innamorati. Non possono parlarsi, gli alberi, ne toccarsi; devono accontentarsi di sentirsi con foglie eterne nel loro verde colore. È straziante amare qualcuno senza poterlo mai vedere. O sentire. Si proteggono dalle tormente e si ispessiscono per combattere l’uomo. Sono così vicini che si potrebbero definire un unico grande albero; non riescono a confondersi nella selva bruna e indefinita. Se capitavi dalle loro parti non si poteva non notarli, sono come una statua impressa nel marmo, scolpita senza tempo, in un attimo fugace e infinito. Si amano senza saperlo veramente, senza rendersi conto del loro amore. È come un sogno la loro lunga esistenza. In inverno, le nubi intrecciavano loro vesti di niveo candore, cucivano con eleganza e maestria capi spogli e delicati. Sembravano torte nuziali, abiti da cerimonia, velette di seta poste a coprire inesistenti nudità. In primavera i fiordalisi rivolgevano lo sguardo verso i due abeti e adornavano le loro radici nascoste. In autunno foglie del colore del sole piroettavano per loro, danzavano intorno a loro. Erano foglie disegnate su un cielo azzurro, scagliate come macchie distratte di aureo colore, a far da cornice ai due alberi. L’estate gli sorrideva. Raggi fiammeggianti illuminavano i loro aghi –la loro pelle– e li facevano brillare di cangianti colori opalescenti. Vissero così tanto insieme da intrecciare le loro radici, da fondere la loro resina. Vissero così a lungo da dimenticare tutto il resto, rimanendo solo loro, estranei al mondo, come chi veramente si ama.
Capita, perché spesso capita, che il mondo sia invidioso di loro. Capita che talvolta, anche se non c’è niente da invidiare se non due comuni alberi nati l’uno di fianco all’altro, l’uomo, senza saperlo, divida i due amanti. Così, all’improvviso, durante un inverno di densa neve, mentre il sole rischiara di luce lattescente l’aria assopita, l’uomo inizia a tagliare l’albero. Lo sradica dal fondo, crudele, spezza rami odorosi di fredda segatura. Come poteva sapere, l’uomo: non ascolta le note del salice o la risata della rosa, non sente più la carezza fioca di un gelsomino.
Come biasimare un cieco. Come biasimare un sordo.
Travolge nell’oblio della disperazione anche due creature terrene, ma non umane; due creature senza anima, senza pensiero, legate da erba e terriccio. Una separazione lenta e crudele, mentre l’albero si inclina frantumando i fievoli legami che li univano. Ne seguono fronde protese a ritrovare un legame perduto, foglie rotte nel ricordo di un passato felice, ma troppo breve. Sono come mani di una madre mentre cerca di recuperare un figlio in partenza -braccia allungate fino e far male per riottenere l’unica cosa che nella vita conta- i rami, che si lacerano e si troncano nel disperato tentativo di riavere un amore consumato. Lacrime di ambra dorata, spillate dalle sommità di rami, a impastare una corteccia scura e sofferente. Un pianto silenzioso e terribile, straziato da mille sguardi.
Piangono i larici attempati e i sorbi intirizziti. Piangono al volto disperato dell’abete, alle grida tormentate e martoriate. Piangono e condividono un dolore troppo grande. Impreca nel vento furioso l’albero, si piega proteso nell’ultimo vano tentativo di salvare, strilla nella pioggia che inizia violenta a sbattere sui volti stanchi degli uomini. Pioggia che frusta guance invecchiate e arate da rughe profonde, che schiaffeggia fronti corrugate da mille pensieri, che infradicia senza scrupolo teste stempiate, brune di fatica e di sudore.
Pioggia ribollente di rabbia, di ferocia, di delirante disperazione che punisce uomini sordi.
E ciechi.
Si sente il sole che prega l’abete, che cerca di calmarlo mentre la pioggia continua a torturare quegli uomini distrutti dagli anni. Si placa lieve il tormento, ma continua la lacerante tristezza mentre l’amato se ne va, lontano, ingoiato dall’orizzonte. Sparisce come era arrivato: per caso, per sfortunata ventura. Sparisce silenzioso sotto il rombo catartico di un motore malato. Sparisce lasciando fumo grigio a compensare quel vuoto, quelle ferite aperte nella borracina sudata. Sparisce inseguito dall’amore.
Dicono che accadde per caso, poi, dopo. Dicono tante cose, tante menzogne. Vogliono sapere senza aver visto. Vogliono giudicare senza aver saputo. Io l’ho vista la storia, ed è così che proseguì.
Tra nuvole di polvere, l’albero se ne andò. In sella ad un furgone rosso fuggì rapito dall’ignoto. Dicono che fu messo in un pesante vaso di terracotta, che lo incatenarono in una giara, e lo posero nella via. Al centro di un piccolo mondo di uomini, misero l’abete e lo consolarono con sfere cangianti e lampadine vivaci; esaltarono la sua bellezza, lo lodarono con riverberi alternati di luci artificiali. Non potevano ricostruirgli gli specchi argentati del sole, o la fragranza della pioggia sull’erba. Non potevano rievocargli la violenza dell’acqua, o la luminosità dei fulmini. Lo confondevano e omaggiavano, solo questo. Non c’era vita in quella luce attraente, o delicatezza. Non vi era amore nei canti che si perdevano in brezze stanche e affannate. Lo stesso vento sembrava invecchiato, lì, sembrava un uomo scheletrico, la cui pelle aderiva all’impalcatura del corpo e si raggrinziva -carta velina.
Era questo il vento in quel paese: un vecchio con una longilinea ed elegante barba bianca lasciata libera di ballare. Arrivava ingobbito, seppur sorridente, e zoppicava lento tra gli innumerevoli anfratti della città. Vagava solo, abbandonato dal sole nascosto dietro nuvole grigie.
Iniziò ad imbrunirsi in punta, l’abete. Seguirono le cime dei rami, per poi andare sempre più giù, vicino alle radici.
Iniziò ad imbrunirsi l’abete nella foresta, lasciato da solo dal destino crudele. Prima la cima si schiarì come capello bianco di donna giovane, poi fu la volta degli apici dei rami, fino a giù, fino alle radici.
Ogni giorno morivano un po’, insieme. Insieme avevano iniziato, ed insieme avrebbero finito. Si lasciavano travolgere, si lasciavano morire.
Gli aghi iniziarono a cadere come lacrime amare, i rami riarsi, bruciati, si spezzavano; divennero alberi fragili, alberi di cartapesta. Alberi disegnati su un foglio di carta per alimentare il camino. Si spegnevano nelle loro solitudini e si sfocavano nel volto del loro mondo. Bastava uno sguardo per farli polverizzare.
Si addormentarono insieme, sul ritmo della stessa ninnananna, sulle note della stessa candida neve. Dondolarono sempre più pesanti fino a stroncarsi, alla radice.
Luci che scoppiano, elettrici spettacoli pirotecnici che celebrano l’ultima danza dell’albero nella via, la nostra via. La giara crolla esplodendo sul pavimento, in tanti pezzi, in cocci geometrici come fiori astratti, per liberare il suo prigioniero. Un albero arido, prosciugato della sua vita, della sua linfa. Del suo amore. È bella da immaginare, dall’alto, la scena: un abete disteso a terra, stanco, stremato dalla sorte, coperto da scintillii isterici di luci e da sciarpe argentee; un albero dipinto su una tela color mattone ed un vaso spezzato sotto di lui. È morto come potrebbe morire un’idea, un sentimento, un’emozione.
Confuso nel vento e abbattuto dall’amore.
Soltanto un silenzioso scricchiolio, nella foresta, nessuno scalpore.
Il naturale correre del tempo, indisturbato. La vecchiaia, cherubino alato, coglie col suo dedalo anche nel bosco buio. Oscuro.
Fa un silenzioso tonfo, l’albero, l’abete. Crolla come un do di petto, come l’ultima nota di una scala d’arpa. Come una mbira al termine del canto. Crolla come svenuto, come abbandonato tra braccia invisibili.
In posti diversi muoiono, nello stesso istante, come poesia, due abeti, una volta amanti.
Era la notte del 24 dicembre, quella. Una notte in cui una stella cadente sognò il cielo nero e folle, in cui l’amore serpeggiò fugace tra le mattonelle delle case; una notte in cui due alberi morirono ricordandosi felici.
Dicono che finì lì la storia. Dicono che trapassarono nello stesso istante, che caddero insieme. Dicono che dove morì l’abete, nel bosco, non vi crebbe più nulla, e nella piazza nessun albero riuscì mai più a sopravvivere. Dicono tante cose, molte delle quali sono menzogne.
Io non so molto di questa storia. So quello che ho visto, e quello che ho sentito. So che quando i due toccarono terra, quando i due corpi, dopo un rigido rimbalzo, si assopirono per sempre all’ombra delle viole, so che da qualche parte, in due stanze vicine di un ospedale, due bambini nacquero. Piansero nell’esatto momento in cui si fermò il movimento elastico dei tronchi. Uscirono quando il silenzio che precede la morte piombò come guanto sull’intero pianeta. So che i bambini avevano gli occhi color della resina e la pelle come neve. So che profumavano di bosco.
So che da una vita che muore si genera altra vita.
E questo è ciò che vi è dato conoscere.
Tutto il resto è storia passata, futura.
O addirittura, presente.
non vi è dato sapere chi sono testo di Kate