Gracchio, Notte, Nero : storia di tormenti

scritto da serbasciu
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Testo intenzionalmente violento e sgradevole...meno comunque di quanto era inizialmente nelle mie intenzioni... DIMENTICAVO....può non piacere non solo per il genere, ma anche per come l’ho scritto....urgono pareri anche negativi
- Nota dell'autore serbasciu

Testo: Gracchio, Notte, Nero : storia di tormenti
di serbasciu

È nudo, seduto su una sorta di sedile di pietra, in origine una colonna a quattro facce abbandonata sul terreno sottostante. Trema, visibilmente. Il torace e il capo ricurvi in avanti nel tentativo di rannicchiarsi, azione già di per se abbastanza inutile a dargli un minimo di protezione tra le sferzate intermittenti della tramontana e l’aria resa gelida da un pallido sole mascherato dalle nubi e avendo i piedi, già in via di congelamento, affondati nella neve, ma ancora più inutile a causa di due solide, corte catene pendenti dalla roccia alle sue spalle e con le estremità libere chiuse intorno ai suoi polsi.
Si trova quasi in vetta a un massiccio montuoso. Non si capisce in quale parte del mondo. Interrogativo naturalmente assente nei pensieri dell’uomo incatenato, in ben altre angustie smarrito.
L’uomo di cui sto parlando, meglio, il relitto umano, la larva d’uomo, lo sciagurato individuo, l’interminabile dolore d’uomo delle cui fattezze, ferite, vertigini, grida, respiri, sguardi , ricordi, attese, asfissie, stridori, cuori, intendo lasciare traccia lo chiamerò, vista la disgraziata situazione in cui sembra avere perso la voce e visto che l’unico suono che brancola dalle sue labbra assomiglia al verso acuto e stridente di un corvo, lo chiamerò Gracchio, o semplicemente Gra.
Questo mediocre, infingardo, ipocrita, tipico membro della razza umana, che è colpevolmente innocente, come tutti, o se volete, innocentemente colpevole, di età imprecisata, seduto sino a pochi minuti fa sul bordo del suo letto, ancora stravolto dalle asfissianti nebbie del sonno, si è trovato infatti in un baleno, inspiegabilmente e orribilmente, sbattuto in mezzo ai detriti di un rudere arroccato in cima al mondo, e si trova a vivere, anzi a chiudere la sua vita in mezzo ai suoi peggiori incubi.
Io sono solo un osservatore che si sporge su questo avvenimento mentre è in corso e vuole aprire una finestra anche a chi eventualmente leggerà. Non ha nessuna importanza sapere il perché e il percome. Consideratemi alla stregua di un viandante ricco, annoiato, in giro per pendii e pinnacoli che casualmente si trova ad assistere in incognito a questo evento. Oppure posso aver trovato un diario oppure ho raccolto le testimonianze di alcuni testimoni, oppure, ipotesi per il sottoscritto offensiva, ma da non scartare, mi sto inventando tutto.
Il luogo, ripeto, è la cima più alta di un massiccio montuoso, superbo nel suo perenne abito bianco, macchiato a tratti da monconi di roccia sporgente e dal nero profondo di cunicoli, caverne che si aprono nei suoi fianchi.
La parete a cui Gra è incatenato è uno scosceso costone di roccia liscia che si assottiglia in alto a formare la vera e propria cima del monte, mentre l’uomo si trova su un piccolo pianoro coperto dalla neve. Ai bordi del pianoro si affacciano sull’abisso monconi di massicce pareti antiche fatte di macigni poderosi, smembrate, disgregate, senza volta. Assieme a lui si muovono due uomini, coperti ognuno da un mantello nero, i piedi ben protetti non da stivali, ma da calzature primitive di stoffa avvolta in più strati, il capo protetto da un cappuccio nero e il viso semi nascosto da una sorta di sciarpa dello stesso inquietante colore.
Li chiamerò Nero e Notte.
Su una porzione intatta di una delle pareti in rovina fiammeggia scoppiettante e sarcastico un piccolo falò, vicino al quale sono poggiati vari attrezzi, vari arnesi di ferro e di legno.
Una sega grande da boscaiolo a due manici, martelli, mazze, asce, coltelli di varie dimensioni e fogge, catene dotate di numerose e minuscole punte d’acciaio, in un angolo perfino una riproduzione in scala ridotta di una ghigliottina.
Notte si accosta a Gra, con una corta pala libera dalla neve una piccola area circolare molto vicina al fianco destro del prigioniero in cui prepara e accende un secondo guizzante fuoco dal quale Gracchio si sente finalmente un po’ alleviato e di cui si sente incredibilmente quasi riconoscente.
Si avvicina Nero con una lunga pinza in ferro da camino, che sistema sul fuoco, con le punte che, nella brace, diventano in breve incandescenti.
Solleva la pinza e la mette davanti a Gra, che ha quasi perso i sensi, e parla, con una voce aspra, gutturale, gorgogliante, cupa,.
“Ti dobbiamo mostrare i ferri, è la tradizione. Se ti dichiari spontaneamente colpevole sarai giustiziato senza tormenti. Altrimenti ti giustizieremo usando questi strumenti su di te per straziarti. Mi ascolti ?”
Gra, semi incosciente, non da alcun segno di ascolto.
Nero allora prende la sua mano sinistra , afferra il mignolo, vi avvicina le punte incandescenti della pinza tra cui posiziona il dito.
Il “no,no, no” che Gra comincia a sibilare concitato e ansimante non lo ferma.
Con un disgustoso rumore secco chiude la tenaglia e il mignolo sanguinante cade nella neve.
Il grido feroce, violento, lancinante, inesauribile, straziante , incredulo diventa il grido stesso della montagna, il grido che si frantuma, che sale, sale, sale, il grido che precipita, rotola, rimbalza, si avvolge su se stesso, fa un lungo giro, e si ricompone ad un più alto livello di intensità e sembra addensarsi e fioccare sopra il luogo in cui si genera.
È il grido della vita, ma è già il grido della morte che è comprensibile solo alla luce della vita.
“BASTA SMETTILA DI GRIDARE”
È Notte che interviene.
“Vuoi che passiamo alle altre dita?”
Gracchio con un viso stravolto, in lacrime, con un animalesco gemito soffocato riesce a guardarlo e a fare cenno di no col capo.
“Bene, adesso dimmi, ti dichiari colpevole?”
Gra piange, geme, mugola, farfuglia con gli occhi sbarrati.
Per...chè, ……..chi…….io……...dove…….”
“Va bene, per ora riprenditi un po’....come?....i piedi? …..gelando?”
Notte decide che se vuole sentire le sue risposte gli deve concedere una pausa.
Gli solleva le gambe immerse nella neve, afferra un ampio ritaglio di tessuto di lana, lo divide in due strisce, le avvolge ai piedi e polpacci di Gra che poi poggia su uno sgabello di legno accanto alle fiamme, nella stupita riconoscenza di Gra, quando sente il calore arrampicarsi faticosamente lungo il suo corpo.
Gracchio, pur col dolore vivo della mano mutilata, si rianima un po’.
Riesce a biascicare.
“Chi sei? Dove sono? Cosa succede?”
“Succede che sei entrato davvero nel tuo incubo.”
“Ma di che colpe parli?”
“INNANZITUTTO, meno confidenza.”
Gra mugola agitato.
“No, no, mi scusi”
“Così va meglio”
“Di quali colpe sta parlando?”
“Io non non ti sto parlando di colpe. Per quelle hai già illustri tuoi simili che ne parlano, Shopenhauer, ad es. =La conseguenza della assenza di finalità e dell'irrazionalità della volontà è l'insensatezza del mondo stesso e della vita di tutti gli esseri viventi in esso.= e ancora =La legge che regola il mondo è quella del più forte: la lotta per la sopravvivenza spinge a crudeltà ed egoismi che rafforzano in chi li pratica la volontà di vivere e che accrescono nello stesso tempo il loro dolore.=
Oppure Kafka, ad es. =primo fra tutti il senso di estraneità ed indifferenza nei confronti del mondo= poi ad es. =colpa di non aver accettato la vita, il pervicace inseguire giustificazioni e chiarificazioni, l’incapacita? di rassegnarsi agli inevitabili compromessi che la vita impone. In nome di una purezza che sarebbe solo malriposto orgoglio, superbia malcelata”
“ma io ? Che c’entro?”
“lo sai bene. Tu inganni il mondo, inganni te stesso, ostinato e vigliacco.
Ma non perdiamo tempo.”
“sembra tutto vero, eppure è pazzia.”
“lo vedrai presto, allora, ti dichiari colpevole ? O devo usare i ferri del supplizio ? E non illuderti. Io ho questo compito ingrato e sgradevole, ma lo eseguirò fino in fondo, non dubitare. Se dovrò, ti appenderò a testa in giù, lì, vedi?, tra quei due monconi diroccati, a gambe divaricate, renderò incandescenti i denti di quella sega poi, con l’aiuto del mio collega, cominceremo l’esecuzione piantando con un colpo dall’alto al basso il filo dentato e ardente della sega proprio tra le tue natiche e pensa, riesci a immaginare quanto può essere straziante e quanto sangue possa sgorgare e colorare la neve sotto di te ? Non lo puoi immaginare. Uno strazio così è fuori della tua comprensione. E pensa, è solo l’inizio. Poi io tirerò verso di me, il collega tirerà verso la parte opposta, e la lama, te lo garantisco, sarà già all’altezza della pancia, e il tuo corpo ad ogni movimento si aprirà. Pensa a quanto tempo durerà. Troppo, te lo dico io, la testa in basso continuerà a ricevere ossigeno e non perderai coscienza, mentre impazzirai dal dolore, un dolore che non è umano, è quasi divino, perché infinito, onnipotente, impietoso, assurdo. Forse morirai infine quando la sega arriverà ai polmoni, su questo non ho elementi utili a capire. E lo farò, a dispetto del sangue che schizzerà in tutte le direzioni, giuro, lo farò.
Allora, ti dichiari colpevole?”
“va bene, va bene, mi dichiaro colpevole.”
Notte si alza, raccoglie un attrezzo con cui sgancia le catene ai polsi di Gracchio.
È diventato d’un tratto quasi premuroso.
Lo prende sotto braccio e lo porta vicino a un’apertura che si apre in un pezzo di parete di quell’antico edificio in rovina.
“vedi? Questa un tempo era una finestra. Inginocchiati e poggia la testa su quel panno. Ecco, spostati un po’, si, va bene. Tranquillo. Sarà un attimo.”
In quel rudere era stata montata una lama sghemba da ghigliottina. Sono visibili le guide in acciaio lungo i bordi del vano. La lama rimane nascosta dentro i mattoni o sassi che contribuiscono a formare l’arco che delimita la finestra nella sua estremità superiore.
In quella posizione Gracchio riesce a vedere la cima di una montagna vicina e su di essa un sentiero lontano sul quale un uomo, immobile, sta guardando dalla sua parte agitando le mani, proprio come succede nel finale del “Processo” di Kafka.
Chi è? Un amico? Un buon diavolo? Uno che vuole aiutare? È uno solo? Sono tutti? È ancora possibile essere aiutati ?
Chiude gli occhi e mormora “come un cane”
Mi piacerebbe poter scrivere che intorno si scatena un inferno, un pandemonio.
Invece indifferente spunta l’alba scivolosa e complice.
Notte si muove, allunga una mano verso un sasso sporgente e preme su di esso.
Un sibilo rapido, un lampo eterno, la lama che piomba sul limite inferiore della finestra dardeggia quasi trionfante il raggio di sole che si riflette su di essa.
Il corpo di Gracchio senza testa scivola mollemente al suolo.
È tutto.







Gracchio, Notte, Nero : storia di tormenti testo di serbasciu
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