Il custode delle pagine perdute

scritto da Nene
Scritto Ieri • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Testo: Il custode delle pagine perdute
di Nene

 

 

 Il Custode delle Pagine Perdute

 

Nel tempo in cui i campi venivano misurati in metri quadri e non più in stagioni, il paese cambiò pelle.

Dove una volta c’erano filari di viti e orti curati con pazienza, comparvero palazzi tutti uguali, con balconi stretti e finestre che guardavano altre finestre. La gente arrivava da altrove, con camion pieni di vite intere, e ripartivano con le loro vite digitalizzate per tornare la sera e di nuovo ricominciare al mattino ma non li. Non erano più terreni vivi, ma dormitori dove la gente perlopiù neanche si conosceva.

Walter se ne accorse prima degli altri.

Faceva lo spazzino da una vita, e conosceva le strade come si conoscono le pieghe delle proprie mani. Ogni mattina, mentre spingeva il carrello lungo i marciapiedi nuovi di cemento ancora troppo chiaro, osservava in silenzio quello che gli altri non vedevano.

O facevano finta di non vedere.

Nei bidoni della carta, tra cartoni di elettrodomestici e imballaggi anonimi, cominciarono ad apparire loro.

Libri.

All’inizio pochi. Poi sempre di più.

Romanzi con le pagine ingiallite, enciclopedie pesanti come mattoni, quaderni con appunti a margine, dediche scritte a mano. Storie intere, chiuse e dimenticate, lasciate lì come oggetti senza più valore.

«Occupano spazio,» diceva qualcuno. «Ormai c’è tutto sul tablet,» diceva un altro.

Walter non rispondeva mai.
Ma ogni volta che ne vedeva uno cadere nel bidone, sentiva qualcosa stringersi dentro, come quando si spegne una luce in una stanza già buia.

Così cominciò.

All’inizio ne salvava uno ogni tanto. Lo prendeva, lo puliva con il palmo della mano, lo metteva da parte. Poi due. Poi cinque.

Senza dire nulla a nessuno.

A casa, Clara lo guardava rientrare con quei volumi sottobraccio e scuoteva la testa con un sorriso che era metà rimprovero e metà tenerezza.

«E questo da dove arriva?»

«Stava per finire male,» rispondeva lui, come se bastasse.

Clara non faceva altre domande.

Aveva le mani sempre occupate a costruire le sue piccole mongolfiere di carta e stoffa. Le appendeva ovunque: in cucina, nel corridoio, vicino alle finestre. Diceva che le piaceva l’idea che qualcosa potesse restare sospeso, leggero, anche quando tutto il resto sembrava andare verso il basso.

Col tempo, i libri aumentarono.

Walter fece una cosa semplice, quasi invisibile: accanto ai bidoni della carta, posizionò delle cassette di legno. Sopra, un cartello scritto a mano, con una grafia incerta ma decisa:

“Se per voi sono finiti, metteteli qui.
Per loro non è ancora tempo.”

Nessuno disse niente.
Ma qualcuno cominciò a usarle.

E così, per quasi dieci anni, Walter fece il suo giro ogni sera.

Passava da una strada all’altra, caricava i libri in macchina, uno sopra l’altro, fino a riempire il bagagliaio. Tornava a casa con le sospensioni che cedevano e il silenzio soddisfatto di chi sa di aver salvato qualcosa.

Non sapeva bene cosa farne.

Sapeva solo che non poteva lasciarli lì.

Quando arrivò la pensione, non fece festa.

Non comprò nulla di nuovo, non cambiò abitudini. Prese la liquidazione, la contò una volta sola e disse a Clara:

«Forse è il momento.»

Lei non chiese di cosa.

Qualche settimana dopo, trovarono una vecchia bottega fuori paese, vicino a un incrocio dove le macchine rallentavano senza sapere bene perché. Intorno, la campagna resisteva ancora, ostinata.

Il posto era piccolo, un po’ storto, con i muri che avevano bisogno di essere toccati più che rifatti.

Era perfetto.

Lo sistemarono da soli.

Con calma. Con pazienza. Con quella cura che si riserva alle cose che non devono impressionare nessuno, ma solo durare.

Walter costruì scaffali con le sue mani.
Clara riempì il soffitto di mongolfiere leggere, che ondeggiavano appena ogni volta che si apriva la porta. Dipinsero le pareti con colori sfumati nel colore della terra chiara e della sabbia con qualche sfumatura di viola.

Dentro non c’erano led o neon ma luci ad incandescenza come un tempo che davano calore all’ambiente.

Quando portarono dentro l’ultimo libro, rimasero in piedi, in mezzo alla stanza, senza parlare.

Non c’era un’insegna vistosa ma una targa appesa fuori che se volevi, passando, la vedevi, “LIBRERIA DELLE MONGOLFIERE.” 
A quel punto, aprirono e basta.

All’inizio entrava poca gente.
Qualcuno per caso, qualcuno per curiosità.

Poi, lentamente, successe qualcosa.

Le persone non uscivano mai come erano entrate.

Si fermavano più del previsto.
Toccavano i libri senza fretta.
E spesso, senza sapere bene perché, ne sceglievano uno che non erano venute a cercare.

Clara, ogni tanto, spariva nello stanzino e tornava con due tazze fumanti.

“Tisana?”
“O magari un caffè?”

La moka borbottava piano, come se facesse parte anche lei di quel posto.

Quando entravi in quel posto il tempo rallentava, l’anima si alleggeriva, per chi voleva c’erano delle soffici poltroncine negli angoli delle stanze dove ci si poteva sedere e leggere.

Col tempo, la voce cominciò a girare.

Non forte, non ovunque.
Ma abbastanza.

Si diceva che, a quell’incrocio dimenticato, esistesse un negozio dove i libri non erano stati abbandonati.

Erano stati… aspettati.

E che, in qualche modo difficile da spiegare, lì dentro nessuno trovava davvero quello che cercava.

Ma quasi sempre, trovava quello che gli serviva.

 

Ci sono anime che regalano quiete senza voler niente in cambio.

Il custode delle pagine perdute testo di Nene
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