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Nella città senza nome, alle otto del mattino, il traffico era già stanco.
Le macchine non si muovevano: si rassegnavano.
Il cielo aveva un colore che non esiste nei cataloghi: grigio con retrogusto di scarico.
I semafori cambiavano idea più che colore.
E al quarto piano senza ascensore di un palazzo che aveva rinunciato a essere ristrutturato,
c’era l’ufficio di:
RICCARDO F. – Investigazioni (quasi) private
La targa era scritta a mano.
Il “quasi” era stato aggiunto dopo una discussione con il proprietario dell’immobile,
che sosteneva che un investigatore senza clienti fosse più un’idea che una professione.
Dentro, l’ufficio era composto da:
una scrivania inclinata (non per scelta)
due sedie: una per sedersi, una per riflettere (nessuna delle due funzionava bene)
un ventilatore che spostava l’aria senza migliorarla
e una pila di fascicoli vuoti, pronti a essere riempiti di casi che non arrivavano
Dietro la scrivania, Riccardo F. osservava una tazza di caffè.
«È finito,» disse.
Dall’altra parte della stanza, il suo assistente annuì.
«Non è mai iniziato,» rispose.
L’aiutante
Si chiamava Aldo Pignatta,
ma si faceva chiamare “Vice”.
Non perché lo fosse.
Perché gli piaceva l’idea.
Era convinto di avere una mente investigativa.
Aveva invece una memoria selettiva che funzionava solo con dettagli inutili.
«Ho trovato un caso,» disse.
Riccardo alzò lo sguardo.
«Pagano?»
«No.»
«Allora è sicuramente interessante.»
Il cliente entrò senza bussare.
Era un uomo magro, nervoso, con un’espressione che sembrava cercare qualcosa anche quando stava fermo.
«Mi hanno rubato l’ombra,» disse.
Silenzio.
Vice prese appunti.
Scrisse: furto – ombra – possibile oggetto smarrito.
Riccardo F. non rise.
Non subito.
«Da quanto?» chiese.
«Tre giorni.»
«E prima ce l’aveva?»
«Certo! Tutti ce l’hanno!»
«Non tutti,» disse Riccardo. «Ma continui.»
L’uomo si avvicinò alla finestra.
Il sole filtrava a fatica tra lo smog.
A terra, sotto di lui, non c’era nulla.
«Vede?» disse.
«Non mi segue più. Non mi precede. Non mi contraddice.»
Riccardo si alzò.
Guardò il pavimento.
Poi guardò l’uomo.
Poi disse:
«Vice, questo non è un furto.»
«No?»
«No. È una fuga.»
Per indagare, Riccardo F. non andava in commissariato.
Non aveva contatti utili.
Aveva di meglio.
Il Bar “Ultima Occasione”.
Situato tra una tangenziale e una rassegnazione,
era frequentato da:
Il Professore, che non aveva mai insegnato nulla ma spiegava tutto
La Signora Nives, che vinceva sempre a biliardo senza mai mirare
Tullio il Breve, che raccontava storie lunghe e inutili
un cocker spaniel nero, arrivato anni prima senza che nessuno ricordasse quando e con chi,
sempre nello stesso punto vicino al biliardo,
che non abbaiava quasi mai ma osservava tutto con un’attenzione sospetta
e che, secondo alcuni, capiva prima degli altri quando un caso era serio
Accanto al tavolo da biliardo, in piedi, con una lucidità che rifletteva la luce dei neon,
c’era anche Alfredo “Testa di Biliardo”.
Calvo perfetto.
Talmente lucido da sembrare una sfera già pronta per essere giocata.
Era l’unico avversario della Signora Nives.
L’unico che ogni tanto perdeva con dignità.
«Questa è tecnica,» disse Alfredo, preparando il tiro.
«No,» rispose Nives senza guardare, «questa è speranza.»
Colpì.
Centro.
«Un’ombra che scappa,» disse Riccardo entrando.
«Succede,» rispose il Professore.
«Quando una vita diventa troppo prevedibile.»
Nives colpì una palla senza guardare.
Centro perfetto.
«O quando qualcuno non vuole più essere associato a te,» aggiunse.
Vice scrisse: le ombre hanno dignità.
Riccardo F. capì.
Non subito.
Ma abbastanza.
«Non dobbiamo cercare chi l’ha presa,» disse.
«Dobbiamo capire dove è andata.»
Il cocker spaniel alzò la testa.
Guardò la porta.
Poi Riccardo.
Come se avesse già visto qualcosa.
E fuori, nella città che non dormiva mai perché non riusciva a rilassarsi,
qualcosa si muoveva senza fare rumore.
Un’ombra.
Senza padrone.
O forse, finalmente, con una scelta.
L’appartamento di Cesare Luminari era al sesto piano.
Con ascensore.
Ma Riccardo e Vice fecero le scale.
«Perché?» chiese Vice.
«Per arrivare preparati,» rispose Riccardo.
«A cosa?»
«Alla delusione.»
Dentro, tutto era al posto giusto.
Troppo giusto.
Le sedie erano allineate.
I libri ordinati per altezza, non per contenuto.
Un quadro era perfettamente centrato… anche se era brutto.
Riccardo si fermò sulla soglia.
«Qui dentro,» disse,
«le cose non succedono.
Si autorizzano.»
Vice annuì e scrisse: ambiente ostile all’imprevisto.
Luminari li guardava nervoso.
«Vi avevo detto che è tutto in ordine.»
«Appunto,» disse Riccardo.
Si chinò.
Guardò il pavimento vicino alla finestra.
Niente ombra.
Ma qualcosa c’era stato.
Un segno appena visibile.
Non un’impronta.
Una resistenza.
Come se qualcosa avesse provato a restare…
e poi avesse deciso di no.
«Lei vive da solo?»
«Sì.»
«Da quanto?»
«Da sempre.»
«Si nota,» disse Riccardo.
Vice osservava le pareti.
«Capo… ma se un’ombra scappa… dove va?»
Riccardo non rispose subito.
Guardava la luce entrare dalla finestra.
Una luce stanca, filtrata dallo smog.
«Non scappa a caso,» disse infine.
«Va dove non deve più chiedere il permesso.»
Aprirono tutte le tende.
La stanza si riempì di luce sporca.
E per un attimo — uno solo —
Riccardo vide qualcosa riflettersi sul pavimento.
Un’ombra.
Non di Luminari.
Un’altra.
«Vice,» disse piano,
«questa non è sola.»
Uscirono.
Sul pianerottolo, per un attimo,
Riccardo ebbe la sensazione di essere osservato.
Si voltò.
Niente.
Solo luce.
E qualcosa che si era appena spostato.
Al Bar Ultima Occasione non si facevano domande dirette.
Si aspettava che le risposte si stancassero di stare nascoste.
Il cocker spaniel nero era al suo posto.
Vicino al biliardo.
Immobile.
Non dormiva.
Valutava.
«Abbiamo un’ombra in fuga,» disse Riccardo.
Il Professore non si voltò.
«Sempre più spesso,» rispose.
«Prima smettono di seguire. Poi smettono di esistere per conto terzi.»
Al biliardo, la partita era in corso.
Alfredo “Testa di Biliardo” lucidava mentalmente la traiettoria.
La sua testa rifletteva i neon con precisione scientifica.
«Questa è geometria pura,» disse.
«No,» rispose la Signora Nives senza guardare,
«questa è fiducia mal riposta.»
Colpì.
Tre sponde.
Centro.
Vice scriveva.
Molto.
Male.
Riccardo si sedette.
Il cane lo guardò.
Poi, lentamente,
si alzò.
Fece tre passi.
Si fermò davanti alla porta.
E rimase lì.
«Che fa?» chiese Vice.
«Indica,» disse Riccardo.
«Cosa?»
«Quello che non stiamo vedendo.»
Il cane non si voltò.
Non abbaiò.
Aspettava.
Riccardo si alzò.
Andò verso la porta.
La aprì.
Fuori, sul marciapiede,
una figura si mosse contro la luce.
Senza corpo.
Solo un contorno.
Il cane fece un passo avanti.
Poi si fermò.
Come a dire:
da qui in poi tocca a voi.
Riccardo uscì.
Vice dietro.
La figura si muoveva lenta,
come se stesse imparando a camminare da sola.
Non aderiva a nulla.
Non seguiva nessuno.
Era un’ombra… autonoma.
«Non correre,» disse Riccardo.
«Perché?»
«Non è abituata. Se la spaventi, torna indietro.»
«Dove?»
«Peggio.»
La seguirono fino a un sottopasso.
Lì la luce arrivava male.
Spezzata.
L’ombra si fermò.
Per un attimo sembrò allungarsi.
Poi ritrarsi.
Come se stesse scegliendo una forma.
Vice trattenne il fiato.
«Capo… ma cosa vuole?»
Riccardo guardò meglio.
«Non vuole niente,» disse.
«Vuole capire chi è… senza qualcuno sopra.»
L’ombra si mosse.
E per un attimo,
prese una forma riconoscibile.
Non di Luminari.
Di qualcuno che… non c’era più.
Riccardo fece un passo indietro.
«Adesso sì che è un caso,» disse.
E nel sottopasso, tra luce storta e cemento,
qualcosa stava succedendo per la prima volta:
un’ombra non stava fuggendo.
Stava diventando.
...continua