Bluesman.

scritto da John Weldon
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Autore del testo John Weldon

Testo: Bluesman.
di John Weldon

Bluesman.   

Lui percorreva ogni anno fino a settantamila chilometri in automobile. Per mestiere vendeva beni industriali per conto di una multinazionale tedesca, anche se, di famiglia benestante, da parecchio tempo avrebbe potuto tranquillamente farne a meno,  al limite tornare  a lavorare nello studio di famiglia con il padre ed il fratello, che lo avrebbero accolto  a braccia spalancate.
Ma continuava  perché questo lo aiutava a ritrovare un senso che gli sarebbe altrimenti mancato. Se ne partiva di solito in compagnia  dei suoi amici bluesmen che gli raccontavano le loro storie di improbabili amori, di percorsi immaginifici, di spazi aperti, di strade senza un orizzonte che le contenesse. Assieme a loro vagava in lungo e largo attraverso città e regioni, costruendosi panorami e paesaggi. Illudendosi di ricercare una solitudine , smarrendosi nelle notti di nevischio sui tornanti dell’Appennino. Al punto da costruirsi un’esistenza parallela che prendeva forma e corpo ogni volta che si metteva in auto per l’ennesimo viaggio. Di solito partiva la domenica, seguendo il flusso controcorrente di tutti gli altri che tornavano a popolare tristemente le città. Se ne scivolava giù verso la Toscana e l’Emilia come in un lontano Far West mai esistito, e poi più a sud.

La sua realtà avrebbe voluto contenere un misto di poesia, ma il suo bagaglio gli riconsegnava  una consuetudine oramai logora senza alcuna passione residua. A parte il blues. 

Il blues e la sua automobile. Interminabili ore che lo avrebbero altrimenti visto macerarsi con le sue angosce ed i  pensieri meschini, le sue delusioni che lo corrodevano inesorabili dal di dentro.

Lui era stato in gioventù uno studente brillantissimo. Al liceo, la sua intelligenza splendeva. Acuta, bella e luminosa.  Una cultura sterminata,  un sapere che sembrava scaturirgli dal di dentro e con naturalezza, con una leggerezza che non faceva trasparire alcuna fatica.  Gli amici e le ragazze gli  volevano bene, e lui si sentiva ripetere che nulla gli sarebbe stato precluso, e a lungo era stato lusingato da quei commenti, da quelle voci, ma senza darlo a vedere, perché di fondo rimaneva in lui un pudore che era un tutt’uno con la sua ancestrale timidezza.

Che cos’era successo dopo? Perché aveva finito per disperdere i suoi talenti fino a ritrovarsi meno che uno qualunque? Forse questa era una domanda oziosa o probabilmente, semplicemente  non c’era alcuna risposta plausibile.

Lui non ricordava esattamente il momento quando la vita aveva cominciato a scorrergli addosso inerte, e lui passivo a subirne il lento e monotono percorso. Senza più riuscire,  senza più volere incidere. Eppure doveva essere accaduto in qualche preciso istante. O forse la risposta stava in qualcosa che non era accaduto.

Gli restava a malapena l’eco delle parole di Daniela stese su un vecchio biglietto spiegazzato  che si era ritrovato tra le mani dopo tanti anni “Perché il tuo parere aggiunge gusto alla mia lettura?”. Ricordava tutto luoghi tempi e circostanze di quando era stato. Questa  era veramente una dichiarazione d’amore che lui non aveva voluto o saputo cogliere. Il loro sodalizio. Le interminabili discussioni, l’entusiasmo la gioia lei,  l’unica persona di cui gli fosse veramente importato qualcosa, ma che non aveva saputo amare. Per il semplice fatto che lui non sapeva amare. Erano fatti letteralmente l’uno per l’altra.  Con lei si giocava a fare notte.  Discutere di politica e filosofia, ascoltando rock e cantautori, guardandosi vecchi film di Antonioni, lei che gli aveva insegnato tanto, che metteva ordine nella sua foga e sapeva sempre come portarlo ad  una conclusione, e ricomporre il  caos geniale delle sue intuizioni.  Lei aveva in più qualcosa. Una capacità critica ed un sapere analitico che temperavano l’irruenza di lui, lei sapeva gestire ogni situazione.

Ad un certo punto iniziarono a fumare, delle lunghe tossiche marlboro rosse extra size, rigorosamente pacchetto morbido, senza alcun perché.  Presero ad andarsene per interi pomeriggi a preparare l’esame di maturità al cimitero. Sì, un po’ innamorati di Foscolo e dei poeti ossianici, un po’ perché il luogo sembrava ispirarli,  si portavano i libri e le loro raccolte di appunti che srotolavano sulle tombe monumentali di qualche vecchio notabile vissuto e morto più di cento anni prima, fantasticando sulle vite di quelli che stavano lì attorno. Poi  non c’era mai nessuno. Lei accendeva, tirava la sua boccata assorta,  gli passava la sigaretta appena  bagnata dell’umido delle sue labbra senza trucco.

Mi ricordo quel sapore. Ad un certo punto ti ho persa, anche te impercettibilmente senza rendermene conto,  senza neppure uno stupore ed un rammarico. Così come ho perso la mia via maestra.  Forse è stato quando o forse perché ho cominciato ad interrogarmi sul mio significato, e non avevo risposte. Non conosco più nessuno che ne abbia.  Ma io di più, probabilmente non ne  volevo e non ne voglio adesso che sono niente a me stesso. Ti sarai chiesta cento volte e una del perché, perché andarsene via in quel modo, perché rinunciare   a quel che non eravamo e avremmo potuto.  E’ sorprendente ma non mi sono chiesto mai se tu ci abbia  sofferto. E adesso mi ricompare, suddenly la tua ironia ed il suono dei tuoi lunghi silenzi, dietro questa  curva dell’Appennino, uguale a tante altre, infinitamente profonda da non scorgerne la fine. Forse sarebbe stato meglio non trovarci, dolce amica non dimenticata. Io adesso sono un uomo senza significato e non ho nulla da voler dare. Senza odi né dolori, senza emozioni. A parte il blues, a parte un sogno interminabile riposto in una piega della mia mente.

Io non riesco a dare un senso, ancora per molto, a questo mio inutile viaggio. Guido i miei settantamila chilometri all’anno solo per  accompagnarmi con i  miei amici bluesmen, che ormai conosco tutti e tutti conoscono anche me. Ci chiamiamo per nome. Qualche volta ci incontriamo lungo la highway, ci fermiamo a bere un caffè lungo, americano, io compero Marlboro 100’s rosse e ne offro per tutti. Poi accendo in silenzio la mia sigaretta e me ne sto assorto con te, col tuo sapore che mi ritorna, inconsapevole.  

Bluesman. testo di John Weldon
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