Sogno gitano

scritto da sikrosio
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Testo: Sogno gitano
di sikrosio

Sogno gitano

L'autunno aveva spogliato i platani dell'istituto di Santa Caterina. Avvolto nel mio loden, osservavo - incantato - la dovizia di piante ed alberi, che la cura delle giovani suore rendeva simile a un orto botanico. Chenzie giganti ornavano le stagnanti acque del laghetto, dove galleggiavano bianche ninfee e fiori di loto. Ai piedi delle alte siepi di alloro - precisi labirinti - alcuni merli scavavano il terreno alla ricerca di vermi. Il rastrellare costante di una novizia, mi destò da quell'immagine, e volsi lo sguardo alla facciata in stile impero dell'istituto. Erano passati più di vent'anni dall'ultima volta che vidi Judit. Ricordo, che appena varcai il cancello della clinica, avvertii una strana inquietudine. Nonostante fosse scesa un po' di nebbia, riconobbi la sua figura: Judid era lì, con una suora al fianco, il volto in parte offuscato dalla patina di condensa dell'alito sul vetro, entrambe le mani sul davanzale, col pensiero perso in chissà quale fantasiosa immagine.
La conobbi un pomeriggio di settembre del millenovecentosettantaquattro. Ricordo che arrivai alla Stazione Termini il mattino stesso, dopo aver viaggiato tutta la notte su l'espresso 1241 Reggio Calabria-Roma. Seguendo le indicazioni di un ambulante raggiunsi a piedi l'Università. Dopo tre ore di fila in segreteria per riempire i moduli, più altrettante per il pagamento dei conti correnti, m'iscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia. All'uscita dell'Istituto mi fermai davanti alla bacheca, dove erano esposti gli orari delle lezioni e le informazioni per la consegna del piano di studi. Sul vetro in alto a destra, c'era un foglietto attaccato con dello scotch, lessi: "Camere in appartamento signorile affitto solo a studenti." Dopo circa due ore ero davanti al numero 25 di Via Gramsci. Da dietro al cancello di ferro, notai subito lo stato d'abbandono nel quale versava la casa: dalle palme da datteri che imponenti si ergevano ai lati dell'ingresso principale, pendevano tralci e foglie ingiallite. La facciata - un tempo rosa pallido - appariva ora ingrigita e scrostata, con tralci d'edera che s'inerpicavano in maniera disordinata fin sotto i balconi ormai privi d'intonaco. Dalle siepi che correvano lungo i lati della casa, traboccavano erbacce e l'unico segno di vita erano i gatti, che numerosi accorsero, appena si aprì il portone e apparve il proprietario. Indossava una giacca da camera color vinaccia, chiusa in vita da un cordone marrone sfilacciato, ai piedi aveva delle babbucce di stoffa, in testa un cappellino di lana blu, ai lati del quale uscivano alcune ciocche dei suoi bianchi capelli.
"Buongiorno! Ho chiamato stamattina per la camera", dissi.
L'uomo mi sorrise facendomi cenno di attendere, mentre uno dei gatti continuava a strusciarsi alle sue gambe. Si appoggiò al corrimano arrugginito, e scese, attento a non scivolare sullo spesso strato di foglie, i quattro gradini di marmo che lo separavano dal cancello.
"Buongiorno, lei è il signore che ha chiamato stamattina vero?" disse l'uomo facendo girare la chiave nella serratura.
"Sì, mi chiamo Francesco Menicucci, sono uno studente di Lettere, ho letto il suo annuncio sulla bacheca dell'Università.
"Molto lieto Eugenio Mariani, ma prego, si accomodi" disse porgendomi la mano e tirandomi all'interno. Fu un gesto quello, che mi fece ripensare a Gian Luca Tocchi, un anziano musicista amico mio, d'estrazione sociale nobile ma proletario nell'animo, il quale, ogni volta che lo andavo a trovare, mi accoglieva con un sorriso e mi tirava in casa con energia. La stessa signorilità traspariva nello sguardo e nei modi di quell'uomo "strano".
Entrai quindi, in quello che mi parve un museo più che un'abitazione: l'ingresso era molto ampio e oscuro, con un odore di chiuso e di legno antico. Sul pavimento a mattoni esagonali rossi e neri, erano distesi due tappeti orientali, ingrigiti e sfilacciati in molti punti. Dal soffitto, pendeva un lampadario di ferro battuto, con tre fioche lampadine da venti watt, che illuminavano appena, l'eccessivo mobilio in stile inglese. Alle pareti foderate di stoffa damascata, erano appesi numerosi quadri, alcuni dei quali di discreto valore artistico.
"La stanza è di sopra, venga le faccio strada", disse il signor Mariani cercando l'interruttore. Le tre applique poste sulla parete sinistra, illuminarono di una tenue luce giallastra, la scala e parte del pianerottolo.

"Qui abita la signorina Judit, una ragazza ungherese, studia violino al conservatorio di Santa Cecilia", disse lui indicandomi la porta, e aggiunse: "In questo momento però non c'è, è andata a trovare i suoi genitori."
L'anziano signore, socchiuse appena gli occhi e volteggiò in aria la mano e poi aggiunse: "Sentisse che melodia...".
"Ecco, questa è la sua stanza, è proprio vicina a quella della signorina Judit, spero non le dispiaccia… per la musica intendo."
"No affatto, adoro il suono del violino" risposi.
Il signor Mariani entrò ed aprì le imposte che davano su un piccolo balcone esposto a mezzogiorno. La camera era ampia, sufficientemente luminosa, con un letto, un armadio, ed una scrivania in stile liberty.
"Il bagno è nel corridoio, in comune con gli altri ragazzi. Oltre la signorina Judit abitano questa casa due studenti di medicina, che occupano entrambi la stanza di fronte al pianerottolo. Se le piace sono duecentomila lire al mese, un mese anticipato e due di deposito."
"Sì mi piace, la prendo. Le faccio un assegno!"
Mentre mi congedavo dal signor Mariani guardandolo scendere i gradini della scala, notai che da sotto la porta della ragazza ungherese un ventaglio di luce andava e veniva, mi fermai per un po' attratto da quel gioco di luce sul pavimento. Poi udii Mariani chiudere la porta della sua camera e feci per dirigermi verso la mia quando ad un tratto... uno scricchiolio e subito dopo... un suono di violino, mi voltai d'istinto e notai che la porta ora era socchiusa: il vento, pensai. Rimasi in ascolto fuori alla porta per un po' finché il suono morì dolcemente, all'unisono col ventaglio di luce che si spegneva sul pavimento del corridoio.
La stanza ora era stranamente al buio ma la porta era ancora aperta. Mi affacciai e provai a bussare: niente.
Scostai la porta quel tanto da poter guardare all'interno e chiamai: "C'è nessuno?".
Bussai di nuovo ma nessuno rispose. La stanza era in penombra, dalle ante socchiuse della portafinestra filtrava un raggio di luce e polvere che vorticando finiva per illuminare un letto in ferro battuto dove era poggiato un violino ed il suo archetto.
Chiamai ancora sporgendomi all'interno, niente: la stanza era vuota. Riaccostai la porta e tornai nella mia. Mi sentii per alcuni giorni frastornato a causa di quello strano episodio.
Con Judith, che conobbi solo tre giorni dopo, al ritorno dalla sua visita ai genitori, non parlai mai di ciò che accadde in quella stanza durante la sua assenza..


"Ciao Judit mi riconosci? Sono Francesco, Francesco Menicucci, ti ricordi di me? Come stai?", dissi mentre Suor Irene le toccava piano una spalla. 
"Oramai, gli psicofarmaci gli hanno offuscato il sensorio e rallentato in maniera evidente i riflessi", disse la suora.
"Tu sei Francesco vero? Il mio Francesco…" rispose Judit con un filo di voce, e continuando a guardare fuori della finestra aggiunse: "Tra un po' verrà la bella stagione, così potrò trascorrere qualche ora in giardino; mi sederò sulla panchina in pietra, di fronte all'immagine di Santa Caterina ornata di fiori di gelsomino."
Ma… è incredibile! Pensi che non riconosce nessuno", disse meravigliata Suor Irene, e aggiunse: "nemmeno sua madre e sua sorella che vengono quasi tutti i giorni a farle visita!"
Percepii appena le parole della suora, lo sguardo ed il pensiero erano rivolti a Judit, la mia piccola Judit…
Pregai suor Irene di lasciarci soli, presi Judit sottobraccio e le dissi: "Sì piccola mia però dovrai aspettare la fine dell'autunno e dell'inverno per poter…" non riuscii a finire che lei si fermò di colpo ed indicando una delle finestre del lungo corridoio fece: "Ma l'inverno è breve ormai! Guarda la mimosa, siamo ai primi giorni di dicembre e già sta gemmando.
Francesco… io non ho più bisogno di tutti quei farmaci che mi danno. Ti prego, diglielo tu al primario che non ne ho più bisogno; dormo troppo, e non posso incontrare i miei amici."
"Ora li incontrerai i tuoi amici, vieni sono già nella sala che ti aspettano", dissi tirandola lentamente per un braccio e dirigendomi verso il salone delle visite. 
"Quelli non sono i miei amici, i miei veri amici sono fuori, nel giardino."
Dopo essere passati per la sua camera, dove Judit calzò le scarpe da pioggia, scendemmo in giardino. La nebbia si era ormai diradata, un tenue sole mitigava le foglie dei platani e dei lecci del rorido e freddo giardino, che asciugandosi, scaturivano una leggera piogge-rellina.
Vent'anni, vent'anni e più erano trascorsi da quando scomparve nel nulla, quel quindici ottobre del millenovecentosettantanove…
Vivevamo insieme solo da due mesi, da quando morì il povero Signor Mariani e gli eredi misero in vendita l'immobile. Dopo tre mesi eravamo tutti fuori casa. Per fortuna Judit ed io, trovammo un appartamento nei pressi di Piazza Bologna.
Ed è lì che organizzai la cena per la mia festa di laurea.
Ricordo che invitammo una trentina di persone. Judit era intenta a parlare con un suo collega, un contrabbassista; entrambi facevano parte dell'orchestra della Filarmonica di Roma.
Ad un tratto suonarono alla porta, Judit mi guardò, mi sorrise, e con la grazia e la dolcezza che la distinguevano, mi disse: "Lascia amore, vado io!"
Fu l'ultima volta che la vidi.
Dopo pochi minuti, non vedendola tornare, andai alla porta e la trovai semichiusa, uno dei suoi orecchini a cerchio brillava implacabile sul pianerottolo del secondo piano di via Stamira 21. Mi precipitai giù per le scale chiamandola più volte, tornai su come un pazzo, la cercai tra gli amici, i quali preoccupati per il mio stato più che per la scomparsa di Judit, tentarono di calmarmi e di farmi ragionare. Calmarmi? Ragionare? Come, come potevo di fronte a quello che mi sembrò più che un presagio…
Poco dopo tornai in strada, la sua cinquecento grigia era lì, implacabile, in perfetta armonia cromatica col mio animo. Tutto iniziò a girare all'impazzata, sembrava che i miei amici scesi in strada subito dopo di me, si fossero messi a rincorrersi tra gli alberi del giardino pubblico, indifferenti del mio dolore, quasi festosi. Le voci, i clacson, il rumore del tram… avevo la sensazione di poter isolare ogni singolo suono di quella tragica melodia, renderlo privo di ogni dissonanza nel passaggio dei miei pensieri, e fare altrettanto con le tonalità. Avrei accorciato le pause, rendendo più libere le note, ma… la melodia non sarebbe cambiata, neanche se mi fossi accorto in quel momento che quello che stavo vivendo era solo un sogno.
Ci sedemmo su una delle panchine lungo il viale alberato, lei si sistemò in modo da non sgualcire il suo lungo cappotto, e guardandosi intorno con aria circospetta, tirò fuori dalla tasca interna dei fogli e disse: "Sei la prima persona alla quale faccio vedere queste cose. Questa è una poesia di un mio amico, Venanzio Cellino, nato intorno alla fine del settecento in provincia di Lucca."
Mi porse il foglio e aggiunse: "Strano, spesso a quest'ora è già qui; forse mi ha visto in tua compagnia e non ha voluto… Sai è una persona molto discreta oltre che un eccellente poeta. Ma leggi ti prego, m'interessa un tuo giudizio."
La guardai fissa per alcuni secondi, stupito e meravigliato per la loquacità e per il suo aspetto decisamente vivace, che non risentiva affatto degli psicofarmaci. Spiegai il foglio e lessi: 

Mesto, al crepuscolar 
tra le scoscese rupi
un asinello torna.
Ombra piccola, incerta
suda fatica e sole.
Passo stanco, crostosa soma
occhi di bianca cipria.
Il cicalar dai rami ulivi
sembra incoraggiar
la stretta vita.
Venanzio Cellino
quindici ottobre anno Domini 1811
Rimasi attonito di fronte a quel foglio, la grafia era tondeggiante, sicura, quasi arcana. 
"Judit da chi hai avuto questa poesia?" feci io.
"Te l'ho detto Francesco, me l'ha data Venanzio, un giovane poeta che spesso viene a farmi visita; è uno dei miei migliori amici, pensa che tra di loro c'è anche un pittore e uno scultore… ecco, guarda! Lì, vicino a quel salice, quello è Martino De Ruberti, il pittore di cui ti parlavo."
Guardai in direzione del salice ed ovviamente non scorsi alcunché. Lei si alzò dalla panchina e mi fece cenno di seguirla; rimasi per un po' seduto ad osservarla mentre si dirigeva in direzione dell'albero: era leggera nel suo deambulare, sembrava sospesa, quasi che i suoi piedi non toccassero il terriccio del vialetto. Mi alzai e la seguii distanziato di una decina di passi, finché la vidi fermarsi in prossimità dell'albero. D'improvviso si alzò un forte vento, che scosse solo le foglie del salice, lasciando il resto intorno assolutamente immobile. Vidi le falde posteriori del suo ampio cappotto svolazzare, così come i suoi - oramai - radi capelli dorati. Mi fece cenno di avvicinarmi, ma non riuscii a muovermi, ero come catturato da quella visione; in quell'atmosfera onirica, notai che Judit aveva assunto un'aria serena, leggera: il suo volto, quel volto poco prima inespressivo, appariva ora disteso. Era tornata la mia Judit, figlia di nomadi Ungheresi, che s'innamorarono perdutamente di Roma, al punto da soffocare i loro istinti, le loro tradizioni, pur di rimanere in quello che più volte definirono: l'unico posto al mondo dove nascere è uguale a morire. La vidi poi indietreggiare, salutare con un inchino il suo amico e dirigersi verso di me: "Martino ha detto che al più presto mi farà avere una sua tela. Vedrai, è un pittore molto bravo."
"Vieni Judit, facciamo due passi." La presi sottobraccio e c'incamminammo in direzione del laghetto, dove sulla riva, alcune anatre si asciugavano al sole.
"Sai, credo che tu sia fortunata a vivere in questo posto."
"Non credere Francesco, bisogna conoscerla la natura per giudicare se un posto è come ci appare. Non bisogna mai fermarsi alla superficie delle cose. Così come con le persone, non si devono mai sottovalutare gli strati più interni. Guarda quelle due querce ad esempio, sembrano uguali, eppure, osservandole più attentamente, potrai scoprire differenze sostanziali, e alla fine le troverai così diverse tra loro, che ti basterà sentirne l'odore per riconoscerle. Sai gli odori sono importanti, chi è cieco si orienta con gli odori, un po' come gli animali. Vieni, voglio farti vedere una cosa." Camminando per alcuni minuti arrivammo in prossimità di un gazebo, dove erano disposti un tavolino e alcune sedie. Judit si avvicinò ad un cespuglio di ortensie, si chinò, e da sotto uno spesso strato di foglie, tirò fuori una piccola tartaruga retratta nel suo carapace per il letargo.
"Ecco" disse, "questa è Teresa, dorme da vari mesi ormai, da quando è entrata in letargo a giugno di quest'anno a causa degli psicofarmaci!
"Mi sembra alquanto disidratata", feci osservandola più da vicino.
"Lo credo, invece di mangiare non fa altro che dormire! Te l'ho detto sono gli psicofarmaci."
"Che cosa c'entrano gli psicofarmaci Judit?" aggiunsi. 
"Guarda! Qui accanto scorre un ruscello, all'apparenza le sue acque sembrano fresche e pulite, in realtà non è altro che lo scarico delle acque della clinica. Se guardi bene, più in la' c'è una falla della rete fognaria; lo vedi quel tubo grigio, sono mesi che è rotto e che riversa i suoi liquami nel ruscello. Le urine di noi pazienti si confondono alle sue chiare acque, per poi finire inevitabilmente nel laghetto, ma non prima di contaminare ogni cosa che incontrano nel loro tragitto, tra cui Teresa, che intossicata dai farmaci, dorme più del necessario. Ed ora ti faccio vedere un'altra cosa, guarda sopra di te! Osserva quegli uccelli come volano alti, e sai perché?"
"No perché", risposi io.
"Perché sono disturbati dai fumi dell'inceneritore della clinica; ormai sono anni che non fanno più il nido tra i rami di questi platani. Francesco mi prometti che non dirai a nessuno quello che sto per confidarti?"
"Certo, dimmi pure" feci io.
"Noi pazienti non possiamo tenere animali nelle nostre stanze, è il regolamento; qualche giorno fa mi trovavo in giardino e ho visto un giovane storno con un'ala malconcia, si è lasciato prendere, così ho potuto curarlo. Lo tengo in una scatola sotto il letto, oggi ho deciso che lo aiuterò a volare."
Mentre salivo lo scalone di marmo che porta all'ingresso della clinica, con Judit appoggiata al mio braccio, notai che i tratti del suo viso cambiarono, assunsero quell'espressione cupa, inebetita.
La accompagnai nella sua camera, mi disse che aveva voglia di riposare un poco, le assicurai che più tardi sarei passato a salutarla, nel frattempo sarei andato dal primario della clinica. "Gli chiederò se è possibile ridurti gli psicofarmaci Judit, ora dormi piccola." La baciai sulla fronte e lei accennando un timido sorriso, si addormentò.
Rimasi ad osservarla per alcuni minuti: cosa era rimasto di Judit, dell'artista Ungherese che mi fece innamorare col canto del suo violino? Ma soprattutto, cosa accadde a Judit quella sera di tanto tempo fa per sparire nel nulla? Nel guardarla notai che i segni indelebili di chissà quanti anni di randagismo, avevano offuscato, senza stravolgere, i tratti delicati del suo viso. La baciai di nuovo sulla fronte e uscii. Passai davanti all'ufficio del primario della clinica, il Professor Marcello Frati. Guardai all'interno e lo vidi seduto alla scrivania, intento a scrivere al computer. Bussai, lui portò sulla punta del naso i suoi occhiali da presbite, mi guardò, e mi fece cenno di accomodarmi.
Il professor Frati era un tipo grassoccio, dall'aspetto trasandato - tipico degli psichiatri - sulla sessantina con una barba bianca ed un'avanzata calvizie, naso adunco e dei piccoli occhi verdi.
"Buon giorno professore, mi chiamo Francesco Menicucci, mi scusi se le rubo un po' del suo tempo, volevo parlarle a proposito della signorina Judit Kovàcs…"
"Marcello Frati, molto lieto", mi disse l'uomo e indicandomi una sedia aggiunse "prego si accomodi!"
"Molti anni fa Judit ed io vivevamo insieme, sì insomma era la mia compagna. Un giorno, precisamente il giorno della mia festa di laurea, scomparve nel nulla. Ricordo che ogni ricerca fu vana, per ben tre anni mantenni un filo conduttore con i suoi genitori, soprattutto con sua sorella Ildikò. E' stata proprio lei qualche giorno fa ad avvertirmi del ritrovamento di Judit."
"Sono sei mesi che è qui da noi, è stata tenuta in osservazione al Policlinico per un po', poiché non si conoscevano le sue generalità. Pare sia stata proprio la sorella, la signorina Ildikò Kovàcs, a riconoscerla in una foto di un quotidiano. Alcuni agenti di polizia l'hanno trovata nei pressi della stazione Termini più morta che viva. Dovrei averlo ancora quel giornale" disse il professor Frati aprendo uno dei cassetti della scrivania, poi aggiunse: "Ecco qui! Guardi, c'è anche la sua foto." 
Si trattava di un piccolo articolo di cronaca: "Ritrovata dopo vent'anni una donna ungherese di nome Judit Kovàcs, vagabondava per le zone limitrofe alla stazione Termini di Roma, quando una pattuglia…"
Era una di quelle foto che si trovano tra gli schedari degli uffici di polizia criminale, ma traspariva, sfumata dall'abbacinante luce del flash, l'eterea bellezza di quella donna, di quell'aquila gitana, di quel sacco maleodorante trovato sul ciglio di una strada immonda.
"Era una grandissima musicista", dissi ripiegando il giornale.
"Sì lo so, ma lei non ricorda più nulla del suo passato, pensi che non riconosce neanche sua madre… lei sa che Judit non è figlia sua, vero?" 
No, non ne ero a conoscenza, ma un presentimento atroce mi percosse. "No, non lo sapevo" risposi.
In quel momento bussarono alla porta, era Vesna la madre di Judit. Erano molti anni che non la vedevo: l'amazzone dalla criniera fulva, la più bella donna d'Ungheria, l'ultimo sogno gitano come la chiamava Gabor Kovàcs, suo marito. Gabor era morto tre anni prima, lo seppi durante quel lungo abbraccio. 
"Di leucemia" mi disse Vesna, e dopo essersi asciugata gli occhi, rivolta al professor Frati, aggiunse: "Mi scusi professore, è che… è che rivedere Francesco dopo tanto tempo mi ha molto emozionata, e se penso che ora Judit…"
Vesna riprese a singhiozzare e stringendo forte i pugni mi guardò; le presi la mano e cercai di calmarla.
"Stia tranquilla signora Kovàcs, la capisco benissimo. Prima che lei entrasse stavo appunto dicendo al signor Menicucci che Judit… ma forse è meglio che sia lei a dirglielo."
Vesna continuò a tenermi la mano, con l'altra strinse il fazzoletto di lino bianco e disse: "Judit è italiana. Poteva avere al massimo dieci anni quando l'abbiamo trovata. A quel tempo - tu lo sai - facevamo i circensi e giravamo l'Europa. Un giorno eravamo appena tornati dal nostro ultimo viaggio, Gabor mi stava parlando di un'offerta di lavoro molto vantaggiosa che aveva ricevuto da una casa di produzioni cinematografiche di Roma: "Si tratterebbe di insegnare a dei giovani attori le tecniche di equilibrio, come si cavalca senza sella…" mi disse. Mi disse anche che era stanco di girare l'Europa in largo e lungo, e che il nostro circo aveva ormai seri problemi economici. Io lo ascoltavo e nel frattempo cercavo di mettere un po' d'ordine nella roulotte, quando attraverso l'oblò posteriore, vidi una ragazzina che dormiva nel rimorchio di uno dei nostri camion; sembrava una bambola: era Judit. Chissà quanti giorni è rimasta lì dentro. Quando Gabor la prese in braccio credevamo fosse morta, era disidratata e denutrita, ma viva per fortuna. La tenemmo con noi, sperando che qualcuno si facesse vivo prima o poi… Judit era sicuramente originaria del Veneto o del Friuli, lo capii dall'accento. Mio padre era slavo ed io ho trascorso la mia infanzia a Cervignano del Friuli, conosco quelle zone e quei dialetti. Sapevamo di correre un grosso rischio a tenere la bambina con noi, e che avremmo dovuto denunciarne il ritrovamento, ma ogni volta che chiedevamo a Judit da dove venisse, lei diventava triste ed iniziava a piangere. Una volta mi disse: "se tu mi riporti da mio padre, io mi ammazzo". Decidemmo che sarebbe rimasta con noi per sempre.
Da quella volta nessuno tornò mai più sull'argomento. Speravamo che Judit, dopo tanto tempo, avesse cancellato dai suoi ricordi quel periodo triste della vita.
Per questo non te ne abbiamo mai parlato Francesco, anche noi avremmo voluto dimenticare, ma pochi giorni fa ho ricevuto una telefonata dal fratello naturale di Judit, ha chiesto di potermi incontrare: si chiamava Fiorella Rigon ed era la figlia di un ferroviere, un uomo volgare, un ubriacone, il quale infierì su entrambi i figli con violenze inaudite.
Oddio… Francesco, è atroce quello che sto per dirti, e non sai quanto male mi faccia, ma… è la verità e devo dirtela.
La piccola Judit… Fiorella, insieme al fratello Tommaso, subirono violenze da parte del loro padre. Spesso li costringeva a rimanere in piedi, nudi, mentre alcuni suoi "amici" si masturbavano. Organizzava festini ed orge ai quali i due non potevano sottrarsi, li minacciava addirittura di morte… La loro madre non riuscì a frenare la violenza di quell'uomo; dopo la scomparsa di Judit si ammalò di depressione e si spense vent'anni fa in un ospedale psichiatrico. Tommaso che fu l'unico a vedere la sorella salire sul nostro camion molti anni prima, preso dal desiderio irrefrenabile di rivedere la sorella dopo tanti anni, quel giorno si presentò a casa vostra."
Vesna lasciò la mia mano, guardò il professor frati e disse: "potrei avere un bicchiere d'acqua per favore?"
Ero sconvolto, sconvolto e travolto dal fiume di ricordi di quella donna.
"Grazie…" disse Vesna mentre il professor Frati le versava dell'acqua minerale. Bevve tutto di un fiato ad occhi chiusi, poi con lo sguardo al fazzoletto di lino ormai ingrigito dalle lacrime e dal continuo torcersi delle sue mani, riprese: "Tommaso mi disse che quella sera Judit lo riconobbe subito; erano entrambi emozionati, si abbracciarono a lungo e poi… poi si allontanarono con la macchina di lui. Vagarono per le strade di Roma per circa due ore, Tommaso raccontò a Judit che dopo la sua scomparsa, suo padre si accanì ancora di più su di lui, finché un giorno il ragazzo, stanco dei soprusi e delle violenze, lo denunciò alle autorità e l'uomo fu arrestato. Ha vissuto in un collegio fino a diciotto anni. 
Quell'incontro inaspettato aveva riaperto in Judit antiche ferite. Il solo guardarsi negli occhi era molto doloroso per entrambi, decisero che dopo quella volta, non si sarebbero più rivisti. Giunsero fino al litorale di Ostia, lei gli disse che si sentiva strana e che aveva bisogno di rimanere sola, lì sulla spiaggia; sarebbe rientrata con un taxi… ed è scomparsa nel nulla."
Ero pietrificato, sommerso da quelle parole.
Il mio animo rotolava giù, travolto dal torrente che usciva dalla bocca di Vesna.
Ripensai a Judit… ad ogni attimo di vita trascorso insieme. Mi passarono davanti come lampi i pianti notturni di lei e il volto dolcemente assonnato al risveglio, mentre i suoi ricordi già sbiadivano insieme alle prime luci del mattino. Poi le grida e i giochi di luci e ombre nella casa del Signor Mariani ai Parioli… e il suono di quel violino
Fu come quando ci si risveglia bruscamente da un sogno angoscioso, da un incubo, così percepii le parole di suor Irene, che entrando nell'ufficio del professor Frati disse: "professore, la signora Kovàcs… venga per favore!"
Mi precipitai dietro la suora che nello scendere le scale mi descrisse la situazione. Judith era salita sulla terrazza e si trovava in piedi sul cornicione che delimitava una breve grondaia di coppi spioventi.
"Lei vada giù, in giardino e tenti di dissuaderla da sotto, io proverò a parlarle", dissi a suor Irene.
Salii di corsa le scale e quando aprii la porta che collegava le scale alla terrazza per poco non mi prese un colpo: Judith era seduta sul cornicione, con la schiena rivolta verso il vuoto; teneva tra le mani un violino e teneva vicino a lei la scatola di scarpe: non credevo ai miei occhi.
Poi la vidi aprire la scatola e subito dopo iniziare a suonare e... malgrado lei suonasse con l'enfasi e la grazia di sempre (era tornata la mia Judith) lo strumento non produceva alcun suono. Non mi aveva notato ed io per non spaventarla mi avvicinai cautamente e notai con stupore che il violino era senza corde e che l'archetto era sprovvisto del crine. Mentre Judith era intenta a suonare la sua musica muta, si levò lo stesso vento improvviso che poche ore prima, in giardino, aveva scosso le fronde del salice e i suoi capelli d'oro risplenderono al sole e ondeggiarono come grano al vento. Conoscevo Judith e l'avevo vista suonare più volte, ero sicuro che lei, solo lei, udisse il suono del violino. Poi quell'inquietante frullare d'ali all'interno della scatola e lei che smise improvvisamente di suonare. Due lacrime le percorsero gli zigomi mentre teneva tra le mani lo storno.
Nel frattempo mi ero avvicinato a lei, fino quasi a sfiorarle la mano, quando d'improvviso salì in piedi sul cornicione, in una mano il povero volatile e nell'altra il violino; mi sentii gelare, ma non feci nulla, non reagii. Lei riusciva a ricordare gli episodi del passato solo quando era con me: in qualche modo mi fidavo di lei. Ma sentivo che dovevo fare qualcosa che potesse ridarle fiducia nella vita.
"Da chi hai avuto il violino?", le dissi.
"Dal maestro Stradivari, l'ha costruito per me, è lui che mi ha insegnato a suonare senza corde molti anni fa, quando vivevamo ai Parioli, ti ricordi?... Diceva che le corde non servono, che bastavano le vibrazioni dell'archetto nell'aria, il legno avrebbe fatto il resto: me l'ha portato ieri notte: era da molto che non lo vedevo.
"Judith - le dissi -, voglio conoscere tutti i tuoi amici, portami da loro, adesso!".
"Adesso non possso, devo far volare via lo storno", rispose lei tenendo il volatile in entrambe le mani.
"Lo faccio io, dà qua", le dissi tendendole una mano con la speranza di poterla afferrare. Lei mise il volatile inerme nella mia mano tesa e ritirò subito la sua. Era ancora tiepido, lo chiusi con l'altra e le dissi: "Ti porto con me a casa staremo sempre insieme e nessuno ti farà più del male Judit, vieni scendi da lì.
Lei mi guardò seria, lo sguardo inebetito che aveva al mattino si era completamente dissolto: "Fallo volare, ti prego Francesco, fallo volare e verrò via con te per sempre."
"Non voglio che tu venga con me se non vuoi - le dissi - ma non puoi rimanere qui."
"Ho voglia di baciarti" disse lei scendendo dal cornicione e cingendomi con le braccia il collo.
D'istinto portai le mani al petto a proteggere lo storno: dopo vent'anni annusavo il suo odore e provai la stessa sensazione di quando facemmo l'amore la prima volta, in camera sua, a casa di Mariani.
Poi tra le mie mani e il suo cuore un fremito... e i suoi occhi... mentre la luce del tramonto tingeva di rosso carminio le ali del giovane storno che volò via.

Sogno gitano testo di sikrosio
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