Estati d'altri tempi

scritto da MaricaR
Scritto Ieri • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di MaricaR
Autore del testo MaricaR
Immagine di MaricaR
Dalla serie: "Una nonna racconta"
- Nota dell'autore MaricaR

Testo: Estati d'altri tempi
di MaricaR


Da ragazzina abitavo vicino al mare, in un luogo allora sperduto, dove il silenzio veniva rotto soltanto dalla risacca delle onde.
Le uniche “anime” che si vedevano erano quelle dei pescatori e delle loro donne che, quasi ogni mattina, ripetevano l’atavico rito: gli uomini lasciavano le barche dopo una nottata di pesca e risalivano in fretta il viottolo sabbioso per andarsene a dormire; le donne, invece, con le "spaselle" cariche del pescato, ancora vivo, sulla testa ritornavano a passo lento in paese e cercavano di vendere la merce lungo il cammino lanciando il loro caratteristico richiamo.
Il resto era silenzio.

L’unica scappatoia che mi permetteva di incontrare i miei coetanei era la scuola. Il desiderio di stare in compagnia era talmente forte che mal sopportavo la domenica e le vacanze più lunghe. Quei periodi di isolamento mi sembravano interminabili e passavo le giornate a guardare il mare o a leggere tutto ciò che mi capitava tra le mani, anche pezzi di libri trovati per caso tra le macerie delle case distrutte dalla guerra.
I tempi erano difficili e bisognava organizzarsi, lavorando anche di fantasia. Anche la decisione di andare a vivere a pochi passi dal mare era stata dettata dalla necessità di avere un tetto sulla testa, poiché la guerra, finita da poco, aveva distrutto tutto in paese.

A gran fatica avevamo tirato su la nostra casa, pietra su pietra: una casa costruita in economia, senza alcuna approvazione edilizia e con molto materiale recuperato dalle macerie della casa preesistente, a cominciare dalle mattonelle dei pavimenti.
Molte famiglie si trovavano nelle nostre stesse condizioni: nessuno era stato risparmiato e ciascuno cercava di ricostruire la propria vita contando sull'aiuto dei familiari.

Cominciammo scavando una grossa buca per sciogliervi le pietre di calce viva. L’acqua bisognava attingerla dal pozzo, e questo comportava un notevole sforzo. Mio padre aveva preso a giornata un muratore, ma tutta la famiglia dovette svolgere lavori di manovalanza, dandosi il cambio. Mettemmo in piedi quattro stanze, un bagno e una cucina. Per mancanza di soldi, due stanze rimasero per qualche tempo con le finestre murate, senza pavimento e senza intonaco.
Di acqua in casa, inizialmente, neanche a parlarne. Ci rifornivamo dal pozzo, che distava almeno una ventina di metri, usando un secchio e una carrucola cigolante, il cui acuto stridore si diffondeva tutt’intorno, quasi a testimoniare la fatica del lavoro. Poi mio padre ideò un sistema di pompe e tubi che permise di portare l’acqua fino alla soglia di casa, e potemmo finalmente rifornirci con più facilità.
Smettemmo così di fare avanti e indietro con i secchi che, soprattutto quando li portavamo io o mia sorella, arrivavano a destinazione già mezzo vuoti, lasciando una scia d'acqua lungo il percorso.

Durante l’estate, le due stanze praticabili le affittavamo a dei villeggianti che già prima della guerra erano soliti frequentare la zona. Noi di famiglia ci sistemavamo in quelle senza finestre e senza pavimento.
Il bagno e la cucina erano in comune ma ogni disagio svaniva davanti alla felicità di avere in casa due ragazzine della mia età, con le quali potevo giocare, correre, saltare e andare al mare.

Andavamo insieme sulla spiaggia, dove incontravamo altre persone. I villeggianti si distinguevano subito dai paesani, non solo per la maggiore spigliatezza, ma anche per il diverso modo di ripararsi dai cocenti raggi del sole. I primi avevano grossi ombrelloni infilati nella sabbia e sedie su cui sdraiarsi; i paesani, invece, creavano il loro cono d’ombra conficcando quattro canne nella sabbia, disposte a quadrato, e legando sulla sommità un pezzo di tela, spesso un lenzuolo ormai liso: quello era il loro rifugio.

Ci tuffavamo in un mare allora limpidissimo e, tra una nuotata e l'altra, eravamo costrette a sistemare quei costumi di lana che, zuppi d’acqua, diventavano pesantissimi e tendevano a scendere oltre misura.
Di un costume di ricambio neanche a parlarne, e bisognava stendersi al sole aspettando che si asciugassero prima di potersi rimettere in movimento. Si rideva di gusto quando qualche donna anziana si tuffava con un camicione — così usavano le paesane di una certa età — che dapprima si gonfiava come un paracadute e poi si appiccicava addosso, lasciando intravedere, in trasparenza, più di quanto avrebbe mostrato un costume che, per pudore, non veniva indossato.

Ripensandoci oggi, mi rendo conto che, all’epoca, i disagi erano tanti ma, per me, non era importante non avere l’acqua in casa o vivere per due mesi senza finestre. Ciò che mi rendeva felice era vedere il viso delle mie coetanee, nel quale potermi specchiare.
Il bisogno di stare con gli altri era così forte che, durante quei due mesi estivi, vivevo come in un incantesimo: tutto mi dava gioia, tutto aveva il sapore di una fiaba. Anche un semplice falò per bruciare gli aghi dei pini che circondavano la casa mi elettrizzava e lo vivevo come un momento speciale che la vita mi donava.

Dal mio volto traspariva una gioia intensa, della quale facevo provvista per l’inverno. La conservavo nei ricordi e la consumavo lentamente nei lunghi mesi di solitudine.

In quella mia infanzia fatta di rinunce, bastava la compagnia di una coetanea per sentirmi felice.


E questo accadeva d’estate...

Estati d'altri tempi testo di MaricaR
5

Suggeriti da MaricaR


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di MaricaR