Capitolo 4-Le ragazze

scritto da federicodamiani
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I due amici cominciano a uscire insieme e conoscono due ragazze
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Testo: Capitolo 4-Le ragazze
di federicodamiani

Nei fine settimana andavamo a volte a qualche festa sfruttando catene di conoscenze, contatti incrociati o semplici notizie che giravano nei passaparola. Erano feste nelle case di qualche ragazzo o ragazza, a volte nelle seconde case al mare, ed avevano sempre un’organizzazione molto precaria, fatta di impianti stereo prestati, di deejay improvvisati. Ci si andava sempre sperando di incontrare qualche bella ragazza, qualcuna di quelle che vedevamo all’uscita delle scuole o a passeggio nel centro.

Negli anni del liceo avevo avuto un paio di brevi storie con delle ragazze, ma erano nate all’interno dei campi scuola della parrocchia che avevo frequentato, o nei luoghi di vacanza dove andavo con i miei da ragazzino, e avevano lasciato quasi nessuna traccia nella considerazione che avevo di me stesso e nella mia capacità di suscitare interesse. A quel tempo, perciò, mi sentivo ancora come dentro una campana di vetro che mi rendeva incredibilmente difficile stabilire una comunicazione con ragazze fuori dalla nostra ristrettissima cerchia, fatta dalle fidanzate di quel paio di amici che avevano dei rapporti stabili e di qualche loro amica poco interessante che a volte usciva con loro nei pomeriggi al bar.

Le altre, e soprattutto quelle più belle, mi sembravano sempre tutte completamente fuori portata, del tutto insensibili ai miei sguardi o ai miei goffi tentativi di entrare in una zona di possibile contatto.

Non avevo alcun codice di comportamento, nessuna tecnica di avvicinamento, nessuna capacità di approccio. Mi sentivo costantemente sbilanciato, senza sicurezza nelle mie capacità di attrarle e senza possibilità di risultare interessante ai loro occhi. Quando, grazie a diversioni e giochi di sponda degli altri amici o conoscenti, riuscivo ad avviare qualche conversazione mi sembrava di girare a vuoto, sapevo parlare di mille argomenti, ma erano conversazioni neutre, in cui non riuscivo a inserire elementi di seduzione, nessun sorriso o modo di parlare che avrebbe potuto accendere una corrente di attrazione.

Questa situazione cominciò però a modificarsi quando Carlo si aggregò alla compagnia che frequentavo. Il cambiamento non era dovuto a una maggiore esperienza di Carlo o a sue migliori doti di avvicinamento e seduzione: negli anni del liceo lui aveva solo avuto lunghi rapporti platonici con un paio di sue compagne di scuola, addirittura fidanzate, ma che lo avevano eletto come loro migliore amico e questa era da sempre la peggiore delle situazioni di stallo.

A lui però non importava, dato che la condizione dell’innamorato non dichiarato, si addiceva alla sua indole di ragazzo di altri tempi e la loro compagnia lo appagava senza che ci fosse il bisogno di entrare nel territorio sconosciuto dei rapporti fisici con le ragazze. Ora però quel periodo era finito e le normali spinte interiori di ogni ragazzo di quella età cominciavano a emergere, ma l’assenza di ogni tipo di esperienza aveva cominciato a renderlo incompleto.

Tuttavia, ora che cominciava ad avere occasioni di incontro con altre compagnie, in lui mancava quella forma di esitazione che assaliva invece me. Non aveva timore del modo in cui le ragazze lo potevano considerare, né di loro eventuali giudizi: era come se venisse da un paese straniero e avesse ora un distacco verso le usanze del nuovo paese in cui si trovava: questa condizione gli toglieva le remore che invece frenavano me.

Io, invece, quando ero in sua compagnia in queste feste mi sentivo più sicuro, forse perché mi sembrava che le eventuali brutte figure avrebbero fatto meno male se le avessimo divise fra noi, o forse perché mi sentivo spalleggiato da un compagno fidato o magari per spirito di emulazione.

Inoltre, fin dalle prime volte che ci trovavamo in queste serate insieme, eravamo riusciti a creare un nostro modo più brillante di entrare nelle conversazioni e nelle schermaglie di avvicinamento: usavamo il nostro linguaggio comune per attrarre o ci prendevamo in giro passandoci le battute a vicenda. Le ragazze che incontravamo cominciavano a considerarci maggiormente; sembrava che ci guardassero con sguardo più interessato.

 

Una sera, in una di queste feste in una villetta fuori paese, ballavo nel gruppo in mezzo alla grande sala in cui avevano montato lo stereo. Avevano messo una serie di brani dei Simple Minds e degli U2 e io e gli altri amici della compagnia eravamo appassionati di quel tipo di musica rock e non ci perdevamo mai l’occasione per scatenarci dietro con balli fluidi e ondeggianti come la musica che caratterizzava quei brani. A un tratto vidi a un lato della sala Carlo che si era seduto su una sedia vicino a due ragazze molto carine. Lui vide che lo avevo notato e venne verso di me.

“Leader Blue, qui Dragon Fly, ho urgente bisogno di appoggio tattico, passo”, mi disse nel gergo da aeronautica militare che avevamo cominciato a usare scherzosamente.

“Ti sento forte e chiaro, Dragon Fly, lascio immediatamente la zona di pattugliamento e ti raggiungo, passo”, risposi io sorridendo.

“Devi assolutamente venire con me, perché ho cominciato a parlare con quelle due tipe laggiù e sembra proprio che mi diano spago, ma ora non riesco più a continuare il combattimento da solo”, disse facendomi l’occhiolino.

Io annuii e lo seguii fino alle sedie dove si trovavano le due ragazze.

“Ragazze, vi presento Federico, il mio fido compagno di squadriglia”.

Una delle due ragazze, con un bel viso e occhi grandi e scuri, magra e coi capelli neri tagliati a caschetto, mi disse sorridendo: “Ciao, io sono Laura. Mi piace come balli questi pezzi rock. Mi piace questo tuo stile tutto molleggiato”.

Quel complimento mi fece piacere e aumentò immediatamente la mia sicurezza, così risposi immediatamente in modo spiritoso. “Grazie: cerco di imitare Jim Kerr dei Simple Minds, ma non so mica se ci riesco”.

“Non conosco questo cantante, ma proverò a guardare su MTV, così se riesco a vederlo, poi ti saprò dire”, e poi aggiunse, rivolgendosi verso la sua amica, “Lei invece è Francesca”.

L’altra ragazza aveva gli occhi con il taglio un po’ allungato e i capelli castano scuro che scendevano lisci fin sotto le spalle, mi sorrise anche lei e io mi volsi verso Carlo che mi guardò con complicità.

Cominciammo a parlare con loro e riuscivamo a essere divertenti. Carlo raccontava di episodi di sé stesso all’Università o nel pensionato e si prendeva in giro. Io gli facevo da spalla infierendo per scherzo su di lui e poi ci invertivamo i ruoli.

Sentirci insieme in quella situazione in cui volevamo intrattenere quelle due ragazze ci dava più forza, ci faceva sentire più interessanti, più meritevoli di attenzione che se fossimo stati da soli o con altri con cui non avevamo la stessa intesa.

Laura e Francesca ci dissero che erano di un paese vicino al nostro, per questo non le avevamo mai incontrate, ed erano a quella festa per caso. Entrambe studiavano a Bologna ed erano a casa per il fine settimana, ma si sarebbero trattenute per tutta la settimana successiva.

Verso la fine della serata Carlo non volle che le distanze si riallungassero e chiese loro se ci potevamo rivedere nei giorni successivi. Propose di andare a fare una passeggiata al mare, prendere un gelato insieme uno di quei pomeriggi. Io lo seguivo e suggerii un altro paio di idee. Dopo un gioco di sguardi fra loro due che sembravano incerte, ma anche interessate a quelle idee, noi le incalzammo e loro cedettero lusingate dalla nostra insistenza. Dissero che forse era possibile e Francesca diede a Carlo il numero di telefono di casa sua.

Era arrivata l’ora di andare e si vestirono per uscire dalla casa, noi le accompagnammo e poi tornammo dentro, ci guardammo e mi sembrava di avere finalmente rotto la barriera di vetro della campana dentro cui mi sentivo imprigionato fino a quel momento.

Ero stupito di come fosse successo all’improvviso; non mi sembrava neanche di aver faticato terribilmente per infrangerla: era come se tutto a un tratto fosse semplicemente esplosa.

 

Il giorno successivo andai a trovare Carlo a casa sua e naturalmente cominciammo subito a parlare delle due ragazze conosciute il giorno precedente. Io ero ancora immerso in quella fase intermedia, fatta di soddisfazione per la serata vissuta e immaginazione di avvicinamenti progressivi che mi sembravano ancora lunghi e faticosi. Lui invece era completamente focalizzato ad accorciare le distanze prima possibile, si preparava ai passi successivi e mi incalzava per farmi uscire dalla stasi in cui probabilmente mi sarei adagiato senza di lui.

A lui piaceva Francesca, cominciò a paragonarla a Pandora Groovesnore, la giovane nobile di cui si innamora Corto Maltese nella Ballata del Mare Salato, e a cui assomigliava per i capelli lisci e lunghi e gli occhi allungati. Io invece preferivo Laura, perché avevo da sempre un debole per le more coi capelli a caschetto.

Continuammo a parlare di come organizzare altri incontri e questa idea diventava sempre più realistica mentre ne parlavamo, ma io non riuscivo a sbilanciarmi verso un nuovo passo a causa della mia inerzia che mi rendeva difficile partire in ogni situazione iniziale. L’indomani mattina, era Domenica, Carlo mi chiamò e mi disse che aveva chiamato Francesca, che eravamo d’accordo che ci saremmo visti nel pomeriggio con lei e Laura e che saremmo andati nel paese al mare dove la sua famiglia aveva una casa per una passeggiata e poi per mangiare qualcosa a casa.

Gli risposi che andava benissimo, ma sentivo già l’agitazione che mi saliva dentro, avevo timore di dover riprendere i fili rimasti delle conversazioni della serata passata, avevo paura che non ne sarei stato in grado e mi sentivo di nuovo goffo e impacciato e temevo che quello passato fosse stato un exploit che non si sarebbe ripetuto.

Invece appena le vedemmo arrivare al luogo dell’appuntamento, mentre noi le attendevamo vicino alla macchina, il pensiero che erano lì per noi, e l’irruenza con cui Carlo le salutò fecero dissolvere in un istante tutte le remore che mi giravano per la testa.

Riprendemmo il filo dei discorsi, continuammo a essere brillanti e affiatati e sentivo che anche le ragazze si scioglievano mentre guidavamo verso il paese in riva al mare. Era ormai primavera e le giornate si erano allungate, quindi dopo aver camminato sul lungomare, andammo anche sulla spiaggia, fingemmo di volerle buttare in acqua facendole ridere.

Poi andammo alla casa al mare di Carlo: era una villetta su una collinetta verso l’interno, con le pareti dall’intonaco bianco e ruvido e gli infissi di legno scuro. Si era fatto più freddo e accendemmo il camino, mettemmo sul fuoco l’acqua della pasta e il sugo che ci eravamo portati.

Mentre mangiavamo, Carlo per smuovere l’atmosfera, aprì con enfasi una delle bottiglie di vino che stavano su una rastrelliera vicino alla cucina e ne versò subito dei bicchieri abbondanti per tutti. Bevvi velocemente il primo bicchiere, speravo che l’alcool mi sciogliesse dall’ansia che aveva ricominciato a salirmi dentro perché capivo che a breve avremmo dovuto deviare la situazione goliardica e amichevole che si era creata, facendola sbilanciare verso direzioni più misteriose e ambigue.

Carlo si accorse del mio stato di perplessità e, per aiutarmi, mi disse “Dai, Federico, metti su un po’ di musica, tu che te ne intendi”.

Sapeva che avevo portato delle cassette registrate da me e mi indicò dove c’era lo stereo con un piatto per i dischi e un lettore per le cassette.

Io dissi “Sì sì” con un’ondata di sollievo e mi avvicinai allo stereo. Tirai fuori dalla borsa che avevo portato qualche cassetta, ne scelsi una e misi una selezione dei Police.

Partì subito ad alto volume Message in a bottle e io cominciai a battere il ritmo da fermo e invitai le ragazze a ballare. Seguì uno scambio di sguardi fra loro, ma poi Laura, che era più spigliata, si alzò e venne verso di me con piccoli passi molleggiati al tempo della musica.

L’atmosfera cambiò velocemente e cominciammo tutti e quattro a ballare davanti al fuoco, passandoci ogni tanto bicchieri di vino che bevevamo velocemente. Carlo non era spigliato a ballare, quello del rock non era mai stato il suo mondo, ma si faceva trascinare da Francesca e poi le girava intorno a passi di twist, si prendeva in giro accentuando la sua goffaggine e aprendo ogni tanto il suo sorriso raggiante e facendola ridere.

Poi partì Every breath you take e ballammo più lenti e ondeggianti, avvicinandoci io a Laura, e lui a Francesca.

Il vino aveva dissolto la mia angoscia e aveva accorciato le distanze, loro non si ritrassero e noi le cingemmo e in una specie di ballo di coppia. Carlo aveva spento la luce centrale e c’era solo una piccola lampada abatjour sul tavolino e la luce tremolante del camino. Fluttuavamo nel ballo nella penombra e lui si strinse ancora di più a Francesca finché al margine laterale del mio sguardo vidi che aveva cominciato a baciarla. Io stringevo Laura senza più la minima distanza e percepii che anche lei si era accorta di Carlo e Francesca, ma capii che non si sentiva a disagio. Sentivo la consistenza dei suoi fianchi sotto le mie mani, sentivo l’attrito del suo seno contro il mio petto. Salii con la mano sotto la sua maglia corta e sottile fino a toccare la pelle della schiena e ho sentito il suo respiro farsi più forte sul lato del mio collo. La sentii mormorare “Dai, che fai?”, ma con voce troppo bassa, troppo indecisa per apparire convincente. Sentivo invece che la sua schiena si inarcava e che le sue braccia mi stringevano più forte.

Ero confuso e sbilanciato, dalla luce calda del fuoco e dal vino bevuto, ma sentivo che la situazione aveva cominciato ad accelerare in avanti e mi sembrava che non dovevo fare tanto sforzo per farla proseguire lungo la direzione che aveva preso. Mi accorsi che Carlo e Francesca non c’erano più, che erano scivolati in qualche altra stanza della casa e allora d’un tratto le presi una mano e la condussi fuori dal salone dopo il corridoio fino a sederci su uno dei letti singoli di una stanza laterale. La musica che proveniva dal salone arrivava attutita e nella piccola stanza in penombra e faceva sembrare che l’aria fosse densa di ovatta e io sentivo il suo profumo tenue e dolce che mi sembrava quello dei gelsomini nelle notti di primavera. Mi venne voglia di immergermi più vicino in quel profumo così mi avvicinai lentamente al suo viso la baciai sulla bocca, sentendo la consistenza liscia delle sue labbra e il calore della sua lingua contro la mia. Lei si sdraiò all’indietro sul letto e io esitai qualche secondo sopra di lei, sentendomi in equilibrio precario su un ciglio affilato e pericoloso da cui non trovavo il coraggio di tuffarmi.

Ma poi vidi che mi sorrideva e allora dimenticai ogni esitazione.

Capitolo 4-Le ragazze testo di federicodamiani
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