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Nella parte più alta del paese, dove il sole indugiava più a lungo e il vento sembrava portare con sé echi di epoche passate, sorgeva una villa maestosa, dalle persiane color avorio e il giardino selvaggio ma curato.
Lì viveva Ulisse, un uomo solo, solitario per scelta, elegante per natura, raffinato come un bicchiere di cristallo intagliato.
Nessuno lo vedeva mai uscire.
Nessuno lo aveva mai sentito parlare in piazza, né ridere, né piangere.
Solo il vecchio maggiordomo muto, che si muoveva come un’ombra gentile e accorta tra le stanze, era testimone della sua esistenza.
Ogni giorno, Ulisse riceveva cibi prelibati dal ristorante del paese: ravioli di ricotta e limone, fagiani al tartufo, dolci al rosmarino e miele.
Il pomeriggio lo trascorreva sotto il pergolato, dove il sole filtrava tra le foglie di glicine.
Lì, un'insegnante madrelingua inglese, signora Bennett, leggeva poesie dell’Ottocento sorseggiando tè Darjeeling.
Ulisse ascoltava in silenzio, con lo sguardo perso tra le parole di Keats e Shelley.
A volte, salendo nell’attico che dava sulla piazza, osservava il mondo come fosse un teatro.
I bambini correvano, le donne stendevano panni, i vecchi giocavano a carte.
Lui, spettatore silenzioso, annotava mentalmente ogni gesto, ogni luce, ogni ombra.
Un pomeriggio d’estate, mentre il sole sembrava sciogliere il tempo, Ulisse scese nel giardino.
Sentì un fruscio tra i rami del vecchio prugno imperiale.
Si avvicinò e vide una ragazza.
Aveva i capelli sciolti, la pelle dorata dal sole, e stava mangiando le sue prugne con una naturalezza disarmante.
«Chi sei?
» chiese Ulisse, turbato.
La ragazza si voltò, senza paura.
«Sono Amelia.
E queste sono le prugne più buone di tutto il paese.
Peccato che tu non le mangi mai»
Ulisse rimase interdetto.
«Sono una razza antica.
Vengono dal giardino di un re.
Non si toccano.»
Lei rise.
«E tu invece ti lasci toccare dal tempo.
Ti lasci seppellire da lui.
Cammina nel tempo, Ulisse.
Non lasciarti inghiottire.»
Lui la guardò, come se fosse apparsa da un sogno.
«Come sai il mio nome?»
«Tutti lo sanno.
Sei il fantasma elegante della villa bianca.»
Prima di andarsene, Amelia gli sorrise.
Quel sorriso lo trafisse come una lama gentile.
Ulisse rimase nel giardino fino al tramonto, con il sapore delle prugne nell’aria e il cuore che batteva come non aveva mai fatto.
Nei giorni seguenti, Ulisse attese.
Ogni mattina si affacciava al giardino.
Ogni pomeriggio sperava di vederla tra i rami.
Ma Amelia non tornava.
Un giorno, chiese al ragazzo del ristorante.
«Amelia?
Vive nell’ultima casa del paese, quella con le rose rampicanti.
È figlia della sarta.»
Ulisse annuì.
Non andò da lei.
Non ancora.
Poi, una mattina, si accorse che la luce era diversa.
Più intensa.
Più viva.
Alla sera, il buio non arrivò.
Il cielo rimase chiaro, come se il tempo avesse dimenticato di spegnere il giorno.
Il giorno dopo, un carabiniere in alta uniforme bussò alla sua porta.
«Signor Ulisse, mi perdoni l’intrusione.
Una forza misteriosa, luminosa, sta inghiottendo tutto ciò che incontra.
Sta arrivando in paese.
Le consiglio di andarsene.
Subito.
La notizia non è stata divulgata per evitare il panico.»
Ulisse non rispose.
Guardò il maggiordomo muto, che già aveva compreso.
Quella notte, insieme, rimisero in sesto una vecchia automobile nera, coperta da un telo nel garage Il motore tossì, poi ruggì come un leone risvegliato All’alba, Ulisse guidò verso l’ultima casa del paese.
Amelia era lì, sul portico, con una tazza di caffè.
«Sei venuto,» disse lei, sorridendo.
«Vieni con me.
Il mondo sta cambiando.
E io non voglio perderti.»
Amelia salì in macchina senza esitare.
Il maggiordomo muto si sedette dietro.
La villa, il giardino, le poesie, tutto rimase alle loro spalle.
Mentre fuggivano verso l’orizzonte, la luce dietro di loro diventava sempre più intensa.
Ma davanti, il cielo era ancora azzurro, e il vento portava con sé il profumo delle prugne.
«Hai fatto bene a venire,» disse Amelia.
Ulisse la guardò.
«Hai fatto bene a entrare nel mio giardino.»
E così, mentre il mondo si trasformava, Ulisse camminava finalmente nel tempo.
Non più sepolto, ma vivo.
Con Amelia accanto, e il maggiordomo muto che sorrideva, invisibile, nel retro della macchina.