Rapsodia

scritto da Annabelle
Scritto Ieri • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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Autore del testo Annabelle

Testo: Rapsodia
di Annabelle

Il maestro Zaccaria, non uccideva per rabbia, ma per colmare un vuoto acustico.
Per lui, la mente umana era uno strumento scordato e il delitto l'unico modo per raddrizzare la melodia.
Fin da bambino, il maestro soffriva di una rara forma di acufene psichico.
Non sentiva un fischio, ma un brusio caotico e asfissiante.
Scoprì presto che solo la sottomissione assoluta di un altro essere vivente poteva zittire quel rumore.
Il passaggio dalla vita alla morte generava una frazione di secondo di silenzio perfetto,
quell'istante era la sua droga.
Il maestro soffriva anche di sinestesia acuta.
Per lui i colori avevano suoni e il sangue non era rosso:
Era un Do minore profondo e viscoso. Vedeva il terrore negli occhi delle vittime come un accordo dissonante che chiedeva disperatamente di essere risolto.
Si considerava un accordatore spietato, un chirurgo delle frequenze che estraeva l'ultima nota pura, da un corpo morente.
Sotto la sua maschera di compositore timido e schivo si nascondeva un immenso delirio di onnipotenza.
Sul podio, o all'organo muoveva le dita per controllare l'aria, ma nella sua mente controllava i battiti cardiaci altrui.
Ogni vittima era scelta per la "timbrica" della sua voce o del suo respiro.
Considerava la polizia non come una minaccia, ma come un pubblico mediocre incapace di comprendere la complessa struttura matematica dei suoi crimini.

La pioggia batteva sui vetri della cattedrale gotica, in un ritmo sincopato che faceva da metronomo all'ansia.
Il maestro Zaccaria sedeva all'organo, le mani contratte sui tasti d'avorio.
Quella notte non componeva musica per Dio, ma per il suo demone personale.
La rapsodia ebbe inizio con un accordo minore, cupo e pesante come l'oscurità che avvolgeva l'altare.
L'ultimo respiro della vittima divenne l'ispirazione per il tema principale, un lamento che il maestro trasformò, nota dopo nota, in un crescendo di follia e disperazione.
Con un movimento brusco, cambiò registro.
I tubi d'ottone urlarono fortissimo, coprendo ogni altro suono della notte. Le sue dita volavano sulla tastiera in un allegro con fuoco, un turbine di note che seguiva il ritmo della sua furia implacabile.
Ogni gesto era una percussione, un colpo di timpano che scandiva il tempo della fine.
Il ritmo accelerò fino a diventare un prestissimo caotico.
Il maestro suonava con l'energia di un ossesso, gli occhi sbarrati nel vuoto, mentre la vita della vittima si spegneva lentamente, perdendo tono e volume, scivolando in un lungo e straziante decrescendo.
Infine, il silenzio in un'unica,tragica pausa.
Il maestro premette l'ultimo tasto, grave e profondo, lasciando che la nota finale vibrasse nell'aria gelida fino a spegnersi del tutto.
Il sipario calava sulla sua opera più oscura:
La rapsodia di un omicidio perfetta.
L’ispettore D'alba, giaceva già esanime ai piedi dell'altare, ma la sua fine era avvolta nel mistero della partitura.
Non c'erano ferite sul suo corpo, né segni di violenza o veleno.
Era morto unicamente a causa della musica, consumato dalle frequenze letali e dal ritmo ossessivo che il maestro aveva impresso nell'aria della cattedrale.
Mentre il maestro suonava, le vibrazioni monumentali dell'organo avevano colpito il petto dell'ispettore.
Le canne di piombo, vibrando alla frequenza esatta del muscolo cardiaco, avevano costretto il suo cuore a seguire il tempo della rapsodia.
Il silenzio perfetto generato dalla sua morte durò solo un istante.
Le porte di legno della cattedrale cedettero con un boato pesante, i fari delle torce squarciarono le ombre della navata e i passi dei poliziotti rimbombarono sul marmo come un'improvvisa percussione militare, spezzando la quiete sacra.

«Fermi! Polizia! Mani in alto!»

Le grida degli agenti erano sguaiate, prive di ritmo, un rumore bianco che feriva le orecchie del musicista.
I medici legali si inchinarono subito sul corpo, cercando invano una spiegazione clinica per quel decesso senza tracce.
Intanto, agli occhi sinestetici del maestro, il vuoto lasciato dall'ispettore non era assenza, ma una macchia densa di Do minore che fluttuava nell'aria della navata, completando visivamente l'accordo finale.
Il maestro, immobile sulla panca dell'organo, non si voltò immediatamente,chiuse gli occhi, assaporando l'eco mentale di quel silenzio perfetto che gli agenti stavano distruggendo con il metallico rumore delle manette.
Quando l'assistente dell'ispettore lo raggiunse sulla balconata, puntandogli l'arma alla testa con le mani tremanti, il maestro sollevò lentamente le dita dai tasti d'avorio.
Sul suo volto non c'era paura, ma un freddo e distaccato senso di superiorità.

«Arrivate tardi, ragazzi»
sussurrò il maestro, guardandoli con occhi vitrei.

«La partitura è finita, il silenzio è stato risolto».

Mentre lo trascinavano giù per le scale di pietra, con i suoi polsi stretti nel ferro, il maestro Zaccaria, continuava a muovere ritmicamente le dita contro i propri fianchi.
Seguiva un tempo che solo lui poteva sentire, consapevole di aver trasformato un poliziotto nell'opera d'arte più pura della sua vita.

Rapsodia testo di Annabelle
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