Una notte invernale, una galleria, un vagone, una metropolitana.
In una carrozza, dall’illuminazione sbiadita e dall’apparenza sporca e dimessa, due figure sedute.
La prima figura: giacca e pantaloni grigi, camicia bianca, cravatta rossa.
La seconda figura: maglione nero, pantaloni neri, cappotto nero.
Il treno corre monotono, sferragliando ritmicamente.
Il primo passeggero guarda fuori del finestrino, le luci del tunnel scivolano silenziose nella notte, riflettendosi sui suoi occhi lucidi.
Il secondo passeggero osserva il primo, ha occhi freddi, impassibili.
La prima persona interrompe la sua meditazione sulla muta parata di luci che stava osservando e incontra lo sguardo vacuo del secondo passeggero.
Finge indifferenza, si allarga la cravatta, sposta lo sguardo su un pacchetto di sigarette vuoto abbandonato in un angolo.
Dopo qualche minuto l’illuminazione appare sempre più debole, la monotona ritmicità dei binari sembra ovattata e distorta, l’ambiente della carrozza si allarga provocando un profondo senso di vertigine.
Si alza, combatte contro il formicolio alle gambe.
Una volta trovato l’equilibrio non può fare a meno di osservare le reazioni del suo involontario compagno di viaggio: il suo sguardo è ancora imperturbabile.
Turbato, decide di cambiare carrozza.
Si siede, sente come uno squarcio nel petto: il cuore pulsa ancora vorticosamente.
Proprio quando l’indeterminata sensazione di vertigine sta per dissolversi sente nuovamente un’ombra che lo avvolge: la figura dal cappotto nero è in piedi davanti a lui, lo fissa con occhi immobili e inespressivi.
Adirato e inquieto si alza e cammina verso la carrozza seguente, si slaccia la cravatta, la lascia cadere.
Il secondo passeggero lo segue con passo sicuro.
I passi per l’uomo senza cravatta sono sempre più pesanti, l’attrazione gravitazionale appare raddoppiata: ora é nella carrozza successiva.
Il fiato si fa sempre più corto, suda: altro vagone.
I vestiti ora sembrano di piombo, non pensa più a niente: altro vagone.
Il pavimento è molle, viscido, sente che se mai si dovesse fermare ne verrebbe senz’altro inghiottito: ultimo vagone.
Arriva alla fine del treno, si volta: a pochi passi da lui c’è ancora quella figura impassibile, che continua a fissarlo con occhi senza vita.
Dal finestrino in fondo al vagone riesce a vedere i binari che scorrono veloci, sopra il finestrino un cartello: “ATTENZIONE: LA PORTA SI APRE VERSO L’INFERNO”.
Si volta un’ultima volta per avere una conferma, ma in quello sguardo non riesce che a vedere l’affermazione delle sue rovinose aspettative.
Una mano si appoggia tremante sulla maniglia: il salto nel vento, il freddo dei binari, una luce glaciale che diventa sempre più scura... una musica monotona che si allontana... poi di nuovo ordine.
Il salto testo di Francesco Ippolito