La tisana
È ormai sera quando Anselmo Treponti scende dal treno con il suo borsone in pelle. Una sera d’autunno come tante in quella città di pianura attraversata dai canali. È domenica e la stazione non è affollata, l’aspetto che ha non ha nulla a che vedere con quelle stazioni caotiche di città durante i giorni feriali. Qualche viaggiatore incrocia il proprio cammino con quello dei ferrovieri di turno, qualcuno esce dalle auto per avvicinarsi al chiosco dei giornali, qualcun altro invece preferisce il distributore dei preservativi. Fuori, attraversata l’uscita, tra la fermata degli autobus e lo sparuto cordone di taxi in sosta c’è l’immancabile gruppetto di extracomunitari. Non è una grande città F., benché sia capoluogo di provincia e, per più di sei mesi all’anno resta ingabbiata sotto una coltre di nebbia che rende tutto più appannato e lento, un po’ monotono ma poetico. L’uscita dalla stazione di Anselmo Treponti sembra per un attimo spezzare il ritmo e la monotonia, il bianco della sua spolverina appare abbagliante tra le forme e i colori amalgamati e omogenei di quel quadretto di urbanità padana. Il suo pizzetto ordinato così spavaldo ma composto sembra farsi largo tra l’immobilità dell’ambiente bucando l’aria per portare uno sprazzo di novità ma, è un impressione, pochi istanti forse meno, e la coltre nebbiosa inghiottisce anche il signorino Treponti.
Non conosce quella città Anselmo ma avrà modo di conoscerla bene, perché lì il Treponti ha ottenuto un ottimo impiego fisso. Lui è un musicista e ha vinto il concorso per un posto da flautista nel teatro stabile di quella città. Basta lezioni private, dirà per sempre addio all’insegnamento precario, ha ottenuto quello che voleva, il massimo per un professionista della sua risma.
Cammina con molta tranquillità, non ha fretta di raggiungere la sua meta, un grosso palazzone nella vicina periferia vecchia di cui non conosce perfettamente l’ubicazione, ci arriverà con calma gustandosi il panorama reso vago dal fiato dei canali. Soppesa il mazzo di chiavi che ballonzola nella tasca del soprabito, è stata Emilia Bonora a dargliele, una supplente postina originaria di questa città. Anselmo non l’aveva mai vista ma, un giorno la ragazza mentre gli consegnava la buona comunicazione della direzione del teatro stabile di F., è intervenuta dicendo “Questa busta proviene dalla mia città, spero che siano buone notizie” “Spero proprio di si” aveva risposto Anselmo aprendo la busta di fronte alla donna. Alla comunicazione del verdetto Emilia, che aveva terminato il suo giro, propose ad Anselmo di recarsi nel bar vicino per festeggiare insieme. Ad Anselmo era parso strano quell’invito ma, euforico com’era, accettò dicendo “Si, ma offro io”.
Emilia si era dimostrata affabile in quel frangente e alla fine se ne era uscita con una proposta che Anselmo giudicò molto opportuna “…io lavorerò qui ancora per molti mesi e sono in cerca di una casa, tu invece ti devi trasferire nella mia città, perché non ci scambiamo le chiavi…”
Le case di quella periferia residenziale sono molto alte e appaiono di volta in volta uscite dall’ombra nei loro aspetti stravaganti, sono tutte case fine ottocento o primo novecento e molte hanno uno stile finto gotico che le rende discretamente macabre. il palazzone dove Anselmo sta per entrare è in art decò ed è maestoso e quasi completamente bianco. I campanelli sono tantissimi ma i nomi sono assenti o poco visibili, cancellati dal tempo o dall’incuria. Appena il Treponti spalanca il massiccio portone per entrare si accende una luce, non forte per la verità ma sufficiente ad illuminare tutta la lunga tromba delle scale lasciando molto spazio ai chiaroscuri, ai giochi d’ombra. Il silenzio è assoluto, l’ambiente non sembra sporco ma, c’è odore di stantio. Anselmo sale, curva dopo curva si guarda attorno, non un’ombra in movimento, non un minimo rumore. Al quinto piano si ferma perché è lì che deve entrare, nell’ingresso posto a destra, dove una targhetta dorata leggermente ossidata riporta il nome Bonora. Estrae la chiave e starebbe per infilarla nella toppa se qualcosa non lo richiamasse ma, non è una voce, è come qualcosa di magnetico, di mentale. Treponti si volta e fa appena in tempo a rabbrividire, perché poi, è troppo impegnato ad osservare qualcosa che sembra apparsa all’improvviso ma che forse lo stava aspettando. La testa di una donna anziana emerge dai tendaggi di una finestrola interna dell’appartamento adiacente. Occhi piccoli e neri emergono da un volto dal pallore spettrale e lo stanno fissando. La sensazione che l’uomo prova non è buona, gli verrebbe quasi da pensare di avere paura, tutto quel silenzio, quelle ombre e quella presenza muta e inquietante lo stanno agitando, ma più di tutto lo infastidisce l’odore di stantio che si è fatto più forte e ha assunto nelle sue sfumature un che di tossico. Mentre sta per entrare ode una voce sgraziata e stridula che lo saluta con un “Buonasera”. Il tono appare cordiale ma, è solo un travestimento, Anselmo avverte una specie di eco in quella parola, un vento sottile che irradia malaugurio e perversione.
L’appartamento ha un aspetto freddo e poco ospitale. Anselmo lo osserva dal divano della sala dove si è disteso per cercare di rilassarsi. Un lampadario di vetro finto e dall’aspetto pomposo irradia una luce fioca che illumina grosse chiazze di muffa sulle pareti screpolate, rara mobilia vecchia e malconcia occupa qua e là lo spazio, carica di soprammobili e souvenir di pessimo gusto, di foto di volti ammassate su di un ripiano come se formassero una folla muta, immagini un po’ datate che ad Anselmo danno l’immotivata impressione di essere foto di defunti. L’odore lì dentro è meno forte ma presente e Treponti ha deciso che spalancherà ogni finestra, quell’appartamento ha bisogno d’aria. Ogni buon proposito però, gli viene impedito dalla amara constatazione che tutti i balconi sono serrati dall’esterno da qualcosa di fisso e robusto. L’uomo avverte dei capogiri e si ridistende sul divano, è lì che dormirà, non perderà tempo a cercarsi delle lenzuola e nemmeno vuol sapere che aspetto ha la camera da letto. L’indomani andrà a cercarsi un appartamento degno di essere abitato e ringrazierà Emilia della cortesia inventandosi qualche palla per risultare cortese, promettendosi di dare in futuro meno confidenza agli sconosciuti.
I pensieri di Anselmo vagano e si trasformerebbero in sonno se non fosse che qualcosa lo sta disturbando, qualcosa di indefinito, un rumore fatto di vocii e vibrazioni poco localizzabili. Ascolta con attenzione i suoni che vanno e vengono e che immagina fuori dall’appartamento ma dentro la casa, su per i gradini di quella lunga scalinata. Accende luce e scopre di non sentirsi bene, i capogiri non sono passati e nella bocca avverte un gusto acido che sa di veleno. Strano, si accorge che con la luce accesa non percepisce alcun insolito rumore. Spegne la luce e i rumori ricominciano più forti e distinti, sembra che qualcuno preghi mormorando litanie salendo e scendendo dalle scale. Non c’è una sola voce, sono diverse, molte voci in processione.
Anselmo scende dal divano e si dirige verso l’uscità, ha tutte le intenzioni di scoprire chi è che gli impedisce di dormire. Scende le scale e nella curva della prima rampa vede delle un gruppo di persone che svolta verso la rampa successiva. Accelera e con grande stupore scopre che sono ombre che svaniscono appena raggiunte.
“Sono le ombre dei defunti”
Qualcuno ha parlato o forse no, le condizioni fisiche in cui si trova Anselmo gli suggeriscono di non prestare attenzione a quello che ha visto e sentito. Niente ombre e niente voci, solo allucinazioni. “Non stai bene” si dice “Torna sul divano e fatti un buon sonno, domattina ne riparliamo”
“Sono le ombre dei defunti” qualcuno ripete e la voce è reale, stridula e sgraziata. Anselmo non vorrebbe voltarsi verso la provenienza di quella voce, ma lo fa, e nonostante il buio gli appare luminoso e spettrale un volto cadaverico e due occhi neri a spillo che lo fissano sopra un corpo minuto e deformato “Cosa fa giovanotto, non riesce a dormire?”
“Non si disturbi signora, ho un appuntamento con…” Il tentativo di Anselmo di leggere il nome posto accanto ad una porta nel quarto piano viene interrotto “Oh…non fantastichi giovanotto, qui non c’è nessuno sono tutti morti”
“Forse mi sono sbagliato piano, il mio appuntamento è al terzo…”
“Anche quelli sono morti…nel palazzo ci sono rimasta solo io. Venga su, lei mi sembra inquieto, venga che facciamo quattro chiacchiere mentre io le preparo una bella tisana rilassante”
La vecchia con un sorprendente passo spedito precede l’uomo nella risalita, una luce filtrata chissà da dove mette in mostra una lunga vestaglia in velluto rosso bordò che ad ogni movimento emana il profumo di una acqua di colonia dolciastra dall’aroma antiquato che va ad unirsi al tanfo di stantio. Uno strano turbante, fatto da cenci bianchi e arrotolati le copre completamente la testa.
“Entri giovanotto, non badi al disordine”
“Signora…questo odore…è ovunque”
“Lo usiamo per le zanzare d’estate, ne mettiamo talmente tanto che poi ci resta per tutto l’anno…ma entri caro, si accomodi”
L’appartamento della vecchia è quasi identico a quello di Emilia Bonora a parte il puzzo che è più nauseante e di varia natura e le foto, che qui hanno un che di malvagio. Anselmo viene fatto sedere su un’ampia poltrona in pelle, è straordinariamente morbida ma stona con il resto dell’arredamento.
La vecchia mette un pentolino d’acqua su di un fornello da campeggio e comincia a raccontare una strana storia fatta di vicende d’altri tempi, dice di chiamarsi Adele e parla del fascismo, della difficoltà incontrate dalla sua famiglia a vivere in quella città dopo l’ultima guerra per il sostanziale apporto che lei e tutti i suoi parenti avevano dato alla lotta contro il “dilagare rosso”, così lo chiama.
La tisana è pronta ha un buon sapore, Anselmo è come perso all’interno delle parole della vecchia, si sente meglio e accomoda il suo corpo alle pieghe della poltrona, rilassando i muscoli, lasciandosi cullare dal monotono incedere dell’anziana che ora parla del palazzo che, lascia intendere, è di proprietà della sua famiglia.
“Doveva vedere che vita c’era qui dentro fino qualche anno fa. Si sentivano i bambini giocare, alcune domeniche i condomini si riunivano e facevano dei pranzi da ingolosire tutta la provincia, poi…” Anselmo segue a tratti il racconto, una piacevole sensazione di torpore lo sta conquistando e non riesce a reagire nemmeno quando la vecchia gli racconta che tutte le persone che abitavano quel palazzo non se ne sono andate ma sono morte, o meglio trasformate. Trasformate? Quella è la parola che la donna usa e Anselmo non comprende e nemmeno ci prova perché i suoi sensi ormai reagiscono a stento. Una cosa però sembra ancora inquietarlo, tra le macabre foto che affollano la parete ne spicca una più tetra delle altre, ritrae il volto di una donna molto anziana cinta da un pallore cadaverico, con due occhi neri a spillo che fissano da ogni direzione chiunque incroci il suo sguardo. Di tutto però, stupisce di più una lunghissima chioma fluente.
“Signora…quella è lei?’
“No caro, è la mia sorella gemella. Poveretta è morta anche lei. Era una gran persona, un chirurgo di fama caro te, mica ignorante come la sottoscritta”
“Come è morta?” La vecchia prende a ridere improvvisamente come se fosse stata colta da un attacco di isteria e ad Anselmo, nonostante sia sedato, la scena non piace e ha paura.
“Era molto malata poveretta, aveva la testa che non girava più dal verso giusto. Abbiamo dovuto sopprimerla per il suo bene…”
Anselmo si rende conto di rabbrividire ma non può farci nulla, i suoi arti non sono più in grado di muoversi. “…aveva cominciato a operare a vanvera sa, a fare esperimenti sui condomini, li andava a trovare di notte nel sonno, con la tisana. Diceva che li doveva trasformare…”
Anselmo Treponti è immobile, anche lo sguardo è fisso, solo l’udito resta vigile ad ascoltare le ultime agghiaccianti parole della vecchia “…la doveva vedere negli ultimi tempi, era impressionante, tutta rughe ma con una chioma rossa e fluente che continuava a crescere, non come me, guardi qua come sono costretta a girare, con sto coso che mi copre la zucca. Un crudele ricordo della mia sorellina, poveretta, mi ha fatto tanti di quei buchi…ma lei sta male…boia di una tisana…aspetti che chiamo mo io il 118”
Anselmo ora sogna. Sogna che sono le ombre del palazzo che lo trasportano in ospedale. Quegli esseri trasformati lo proteggono e lo rimproverano di essere stato troppo incauto a fidarsi di una sconosciuta.
Una luce bluastra gli illumina il volto e lo sveglia. Una voce femminile dolce e calma lo riassicura. È una voce che ha già sentito ma non ricorda quando e dove, gli dice che ora è in buone mani e risolveranno il suo problema.
Gli viene posta una mascherina sul volto e gli viene chiesto di respirare a fondo. Tutto si ottenebra. “Tranquillo, sta arrivando il dottore”
Anselmo riesce a vedere e a sentire ancora per pochi istanti. Il medico è magro e malfermo e si aiuta con un bastone. Ad incorniciargli la testa ci sta un turbante fatto di stracci bianchi. “Signora Adele?” L’anziano dottore non risponde ma sorride, è il sorriso più crudele che Anselmo abbia mai visto. Il turbante di stracci viene sciolto e ne esce una lunga e fluente chioma rosso sangue. “Adele è morta tanti anni fa…anzi, trasformata…ti ricordi, ti ci sei seduto sopra prima per bere…boia di una tisana come era morbida la mia povera sorellina. Emilia passami il bisturi, presto”.
(Racconto tratto da "Non parlate allo sconosciuto", 2006)
La tisana testo di Juriy