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Camminando.
Il sole risplendeva e, al bagliore del suo raggio primaverile, la natura si offriva nello splendore trionfante delle sue tinte più gloriose e cangianti.
L’alito d’un vento fuggitivo spirava errabondo sui prati fulgenti e, nel suo moto, spargendole d’intorno scherzando, rapiva ai fiori sontuosi ed ai muschi silenti quelle loro balsamiche fragranze che si distillano discrete, temprandosi negli umori delle rugiade mattutine. L’aria stessa pareva cosa viva, così pulsante del lieve volteggiare leggiadro delle farfalle che si andava ad intrecciare armonioso con le movenze, quasi perpetue, delle api laboriosamente operose.
Un uomo attraversava la radura; il suo manto, ornato di sfarzosi ricami, sembrava quasi voler rivaleggiare con lo smalto di quei colori, che rivelano i petali più preziosi alle carezze della luce; la sua stola, intessuta di broccati purpurei, era stretta ai fianchi da un’aurea cintura, dalla quale pendeva una borsa di ermellino, ricolma di gemme rarissime e sfavillanti. Lo seguiva di qualche passo una gaia e numerosa compagnia, dagli abiti vivaci, composta da mimi, giullari e suonatori che, danzando con una grazia un poco esuberante, cantava spensierata, accompagnandosi sapientemente con la melodia di cetre, liuti, cembali e flauti silvestri.
Tutti disparvero lentamente, addentrandosi nel bosco vicino, e l’eco delle loro risa si sperse adagio fra le fronde, confondendosi, pian piano, col trillare petulante degli uccelli.
Quindi, l’allegra brigata giunse a varcare i limiti di quella selva gentile e si trovò a sbucare dinnanzi alla poderosa barriera smeraldina che andavano a comporre le acque tranquille, e quasi stagnanti, di un fiume placido e maestoso, mentre il giorno era avanzato rapido ed il sole estivo saettava dispettoso la terra, con i suoi raggi più cocenti. I biondi canneti, che ornavano le rive melmose, come esausti, ondeggiavano appena sugli steli, al languido fluire delle onde leggere, mentre il rauco salmodiare delle raganelle, con il suo ininterrotto gracidio, sembrava scandire quella danza, lievissima e fragile, che le libellule lacustri intessevano pigramente nell’aria con un soffuso ronzio.
Ora l’uomo percorreva lentamente le rene del lido deserto, comunicando la singolare impressione di non avvedersi nemmeno della variopinta compagnia che seguiva dappresso i suoi passi cantando; vinti dall’afa, un suonatore di liuto ed un cantore si erano seduti all’ombra di un salice, da dove, seguitando sempre a ridere gioiosi, avevano osservato l’allontanarsi sinuoso della vivace processione che, lentamente, era andata a sperdersi vociante ed a smarrirsi nell’orizzonte infuocato.
Raggiunsero, infine, le snelle arcate di un ponte, composte di candida pietra, che attraversarono danzando. La strada che ora percorrevano appariva costeggiata da una distesa ubertosa che ostentava, con icastico orgoglio, lo splendore opulento dei propri frutti maturi; il sole si era fatto più delicato e la calura del suo dardeggiare discreto veniva ad essere ulteriormente attenuata dal lieve turbinio d’un vento fresco, che faceva frusciare nei campi le messi dorate ricurve sul suolo.
Gli abiti dell’uomo rifulgevano ora meno preziosi, la sua borsa appariva più vuota, i canti sembravano risuonare più fiochi, ma egli pareva non curarsene e continuava a procedere, lentamente silenzioso, guardando fissamente innanzi a sé. Molti dei suonatori, ormai stanchi, si erano seduti ai bordi del sentiero e, seguitando a concertare abili sugli strumenti, avevano fissato, con i loro occhi sempre gioiosi, l’imperterrito procedere di quell’uomo, che proprio non pareva curarsi di nulla.
Il giorno cominciava appena a declinare ed i passi della brigata crepitavano, ancora vivaci, sul suolo di un viale, ingombro di foglie ingiallite che, con il proprio rado turbinio, si erano separavate dai rami ormai stecchiti, ondeggiando nell’aria, tristi e silenziose, per un’ultima volta. Un cuculo cantava solitario nel tramonto.
L’abbigliamento dell’uomo si era sdrucito e, avvinta ad un ramo, che l’aveva ghermita per la via, era rimasta a luccicare solitaria dietro di lui la sua aurea cintura. Soltanto qualche cantore e qualche mimo ancora lo seguiva e, pur tuttavia, egli continuava a procedere, con passo misurato, dimentico di tutti e di tutto intorno a sé.
Anche quel viale era stato attraversato e la strada si era quindi addentrata sinuosa nel freddo, attraverso una landa brulla e desolata, eppure, l’uomo nemmeno l’aveva pensato di potersene ritornare indietro sui suoi passi.
Così come spesso accade nel Novembre inoltrato, la notte era calata repentina sulle campagne nebbiose ed il viandante, ormai simile ad un mendico, ravvolto nei suoi stracci, camminava solitario, recando sulle spalle soltanto lo sparuto fardello dei suoi sogni. Non si rammentava nemmeno più del gaio prato assolato dal quale se ne era partito, insieme alla vivace compagnia delle sue illusioni, al sorgere di un giorno primaverile assai lontano. Come era splendente, allora, il suo abito e come era ricolma la sua borsa, così piena di preziosissime gemme dai colori sfavillanti e d’inestimabile valore !
Man mano che si era addentrato nell’itinerario della vita, la folla delle sue illusioni si era andata diradando sempre più ed, alla fine, anche le contrade che aveva percorso, da piagge sorridenti e gaie, si erano gradualmente convertite in regioni più buie e più selvagge.
Alla svolta di un viottolo, che si dipanava attraverso un rado boschetto, anche l’ultimo giullare, con una smorfia divertita, lo aveva abbandonato ed egli, all’improvviso, si era avveduto di essere rimasto solo.
Sì, ora era davvero solo, non gli era rimasto più nulla, né egli, ormai, più sapeva che cosa fare e neppure verso quale mai direzione poter dirigere i propri passi, sempre più lenti ed affaticati; la sua stessa mente pareva divenuta incapace di comprendere.
Era sconsolato, triste ed infreddolito, ma nella mano, contratta, ancora continuava a stringere spasmodicamente l’ultima delle sue gemme, mentre camminava, impassibile seguitava a camminare insensato nel buio, senza sapere dove recarsi e senza più riuscire ad afferrare il perché di quel suo andare …