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«Allora tutti al Rebus?»
Michela lo disse senza guardare nessuno, già col telefono in mano, il pollice che scriveva nel gruppo prima ancora che qualcuno rispondesse.
Era fatta così: non chiedeva. Annunciava, e intanto organizzava il resto del mondo in tempo reale.
Sara si vide riflessa per un attimo nel vetro scuro della finestra, dietro la testa di Francesco.
I capelli biondi, corti, li aveva sistemati col gel fino a farli sembrare volutamente disordinati: un disordine costruito, non subìto, davanti allo specchio di casa, un’ora prima di uscire.
Non era bella, e lo sapeva.
L’apparecchio ai denti, messo a trentotto anni per un capriccio più che per necessità, le sembrava solo la ciliegina sulla torta di quello sfacelo, e se ne accorgeva ogni volta che sorrideva davanti allo specchio, ma coi tacchi era più alta di quasi tutti gli uomini del ristorante, e lo spacco del vestito, quella sera, l’aveva scelto apposta per mostrare le gambe.
Francesco si allungò e prese l’ultima fetta di pane dal cestino, senza chiedere se qualcuno la volesse.
«Io ci sto,» disse, con la bocca ancora piena.
Sara guardò il bicchiere di Nico: vuoto, per l’ennesima volta.
Un’ora prima era pieno d’acqua.
«Non bevi?» gli aveva chiesto Francesco, versando vino a tutti tranne che a lui.
«Non tanto, di solito.»
«Di solito, o stasera?»
«Stasera neanche.»
«Dai, non fare il chierichetto,» aveva insistito Francesco, riempiendogli comunque il bicchiere fino all’orlo, come se l’imbarazzo dell’altro fosse solo un ostacolo tecnico da aggirare.
Nico l’aveva bevuto. Poi un altro. Poi altri, finché non aveva smesso di contare, o almeno così era sembrato.
Ora, alla fine della cena, teneva in mano quel calice vuoto girandolo lentamente, come se cercasse ancora qualcosa sul fondo.
Sara ripensò a quando si erano seduti, all’inizio.
Ventitré anni, aveva detto Michela presentandolo, come se fosse un dato tecnico, non un’informazione su una persona.
Lui si era messo proprio di fronte a lei, evitando di guardarla, la camicia abbottonata fino all’ultimo occhiello.
«Tu sei il fidanzato di qualcuna della festa?» gli aveva chiesto Sara, appena si era seduta.
«No.»
«Peccato. Avrei potuto sfotterti per quello.»
Lui aveva sorriso, imbarazzato, e si era versato dell’acqua.
Da lì in poi Sara non aveva più smesso: la camicia troppo abbottonata, la sua predilezione per l’acqua invece che per il vino, le scuse continue ogni volta che doveva parlare.
«Ce l’hai con me?» le aveva chiesto poi lui, a un certo punto.
«Non ce l’ho con te. Mi piace vedere fin dove arrivi prima di romperti.»
«Tu vieni?» chiese Michela a Sara, già alzandosi.
«Dopo. Prendo la macchina, arrivo con calma.»
«Ti porti Nico, allora. Io e Francesco andiamo con la sua. Le altre vanno con Chiara.» Non era una domanda, come al solito.
Francesco si stava già infilando la giacca, controllando lo schermo del telefono con un’espressione soddisfatta – probabilmente i like sotto una foto postata tre ore prima, in un altro locale, con un’altra compagnia. Lo faceva sempre: viveva la stessa serata due volte, una dal vivo e una online, come se il primo giro non bastasse mai a renderla vera.
Sara restò seduta un altro minuto, il conto ancora a metà tavolo.
Guardò l’etichetta della bottiglia quasi vuota.
Un’annata di sei anni prima.
Ricordò che i vini così, quelli bevuti troppo presto, sanno solo di asprezza. Ci vuole tempo perché smettano di essere duri.
Il problema non è mai la qualità: è il momento in cui li si stappa.
Bevve l’ultimo sorso rimasto nel bicchiere.
Michela e Francesco erano già alla porta, salutando con la mano, la voce di lei che diceva qualcosa tipo: «diteci quando arrivate», senza aspettare risposta.
Restarono soli.
Nico posò finalmente il calice vuoto.
«Quindi tu guidi,» disse.
«Io guido.»
«E io?»
«Tu stai zitto e ti tieni forte.»
Si alzarono. Le sedie fecero rumore sul pavimento.
In macchina, Nico si sedette scomposto, le ginocchia quasi contro il cruscotto.
«Regola le gambe, sei alto un metro e novanta?»
«Un metro e ottantatré, ma grazie.» «Sembri più scomodo di un fenicottero seduto.» Rise, una risata vera, senza il filtro dell’ora prima.
Sara guidò piano, per strade quasi vuote.
Nico parlava, adesso, senza fermarsi mai, saltando da un discorso all’altro con la logica un po’ storta di chi ha bevuto abbastanza da perdere la paura ma non ancora il controllo.
A un semaforo rosso, lei lo guardò di lato.
Lui se ne accorse e smise di parlare.
«Che c’è?»
«Niente.»
«Non è vero.»
Sara restò in silenzio qualche secondo.
Poi disse, senza pensarci troppo, come se la frase fosse pronta da prima ancora che lei decidesse di dirla: «Ho una voglia matta di non andare al Rebus.»
«E che vorresti fare?»
Il semaforo diventò verde. Sara non ripartì subito.
«Non lo so con precisione,» disse, «ma di sicuro niente che coinvolga sei persone e altri vini pessimi.»
Lui la guardò. Non sorrideva più, non del tutto.
«Stai dicendo quello che penso che tu stia dicendo?»
«Dipende da cosa pensi.»
Nico si passò una mano tra i capelli.
«Ho ventitré anni,» disse, come una confessione.
«Lo so.»
«Tu ne hai-»
«Anche questo lo so.»
Rimasero in silenzio.
Dietro di loro un clacson suonò, breve, impaziente.
Sara ripartì, senza fretta, e imboccò una strada che non portava verso il Rebus.
«Allora?» disse, gli occhi sulla strada, non su di lui.
Nico ci mise un momento.
Poi rispose, piano, come se la parola gli costasse più del previsto: «Sì.»
Sara non disse niente.
Tenne solo le mani un po’ più strette sul volante, come se quel sì avesse un peso reale, fisico, da so-stenere.
Fuori, le luci della città scorrevano irregolari.
Da qualche parte, in quel momento, il Rebus si stava riempiendo senza di loro.
A qualcuno sarebbe forse dispiaciuto.
Ma non abbastanza.